VINO, PALLINO E BOCCE D' AMORE

Repubblica — 06 settembre 1985 pagina 21 sezione: SPORT
MILANO - Dedico questo articolo, che mi auguro leggibile, a mio padre Carlin Brera, nato nel 1878 in uno dei paesi più ricchi del mondo, però governato con tanta ingiustizia sociale da figurare tra i più poveri. Mio padre mangiava il pane bianco a Natale e a Pasqua: in tutti gli altri giorni, il pane di frumento era considerato voluttuario. Quando un infelice pezzo di vacca arrivava alla tavola di mio padre, subito veniva trattato con la religiosa devozione che si meritava la carne di una pluripara non più desiderata dal toro. L' aglio la rendeva ostica più ancora delle fibre tigliose che ne costituivano il nerbo (è la parola). I rari buoi macellati nella Bassa dovevano questa jattura liberatrice alla disgrazia di essersi feriti un nodello con il vomero dell' aratro. La loro carne era infinitamente migliore, ma costava di più e spesso il macellaio doveva buttarla a fiume prima che gli marcisse, invenduta, nella giassera a forma di tukul. In questa vezzosa Arcadia di denutriti ereditari i giovani crescevano bradi, esercitandosi nei ludi più naturali e antiqui: il nuoto, la sghiaroeula (dallo scandinavo skien), la corsa e - raffinato fra tutti i giochi rustici - le bocce. Il gioco delle bocce veniva praticato sia con i ciottoli grossi di fiume, sia con sfere di legno duro come la robinia, la rovere o l' ulivo. Queste bocce di legno si deformavano con l' uso e l' attrito perdendo sfericità fino a diventare folli in ogni contatto con il terreno di silicio e di quarzo. Eppure mio padre Carlin signoreggiava quelle bocce, divenute simili a incongrui meloni, in virtù d' una sensibilità di mano e di occhi assolutamente superiore. Famosi i suoi rigoli sbirolenti, le bocciate a spiovere che ottenevano miracolose "reste", lasciando il proiettile al posto del bersaglio, schizzato via... Poichè il gioco è mimesi di vita, i selvaggi della mia riva non facevano che ripetere gesti atavici, atti a sviluppare la mira e quindi la capacità di colpire un animale o un proprio simile nemico. Il gioco è diventato sport quando gli uomini hanno deciso di ripeterlo a piacimento secondo regole precise. Questo processo evolutivo è alla base della civiltà umana e senza dubbio ha influito sullo sviluppo e la formazione di individui che pure stentavano a nutrirsi in modo e misura superiori a quelli dei cani bracchi. Io dedico a mio padre Carlin Brera l' articolo pur mo' iniziato perchè ho assistito ieri a una trionfale serata dei mondiali di bocce al Palalido di Milano, e se credete che l' introduzione sia indebita passate ad altro argomento, per favore. Personalmente ho mangiato pane bianco dalla nascita e dalle selvagge rive di mio padre sono approdato a una insigne Facoltà universitaria. Forse in virtù di guell' approdo mi sono commosso a vedere maneggiare simulacri di ciottoli - naturalmente sintetici - da parte di simpatici omini in divisa bianca e azzurra. Portavano nomi del mio paese come Suardi, l' accostatore o puntista, Cairoli, il jolly di mezzo, accostatore e raffatore, Riva, raffatore e volista (bocciatore a volo). Rappresentavano la patria comune contro argentini tosti e rognosi a nome Lujan, Medieta e Fernadez. Stavano essi giocando la semifinale del 2 campionato mondiale bocce. E io stranito assistevo pensando a mio padre, alla sua Bassa ricca e famelica, e tifavo per impulsi immediati, come succede in pochissimi sport a questo mondo. Mi assisteva Aldo Annoni, squisito dirigente dell' Unione bocciofila italiana, presidente della sezione Raffa (l' altra è la sezione Volo, che si pratica con la boccia metallica). Sedevo in tribuna centrale - non già in quella riservata alla stampa - e la gente salutava in me un vecchio amico di ritorno, un figliol prodigo non più capace - qui - di mentire. I colpi dei nazionali in campo entusiasmavano tutti ed io senza pudore urlavo per esprimere meraviglia. Il pavese Suardi accompagnava la boccia al pallino come un maestro che commettesse agli archi o agli ottoni il compito di attaccare un motivo piano e delicato fino alla soavità. La boccia lasciava il suo palmo ricevendone un commiato dolcissimo: allora prendeva a rotolare con tanta delicatezza che i miei rozzi occhi non riuscivano a coglierne la reale carica d' inerzia. "Bella ma senssa cuore!, tentavo di ironizzare per non scoprirmi deluso: l' è curta". E invece Annoni: "L' è longa". Nei suoi occhi adusati era il ritmo perfetto. Sul fondo sintetico del campo la boccia si muoveva come se la secondasse una brezza tenue e delicata. Poi agivano gli argentini. Il citato Medieta dichiarava di voler battere a volo la boccia del punto (di Suardi): prendeva la mira alzando la boccia fino a trasformarla in mirino: poi d' improvviso avanzava a grandi balzi: sull' ultimo, in sospensione, sferrava la botta: il proiettile lasciava il palmo divenuto il capo estremo d' una balista e compiendo traiettoria di obice cadeva a colpire con uno schiocco la sua simile a terra. Il pubblico, ammirato, applaudiva, e Medieta con un sobrio inchino ringraziava. Pensai in quegli istanti che il pubblico delle bocce fosse di gran lunga il migliore: macchè tennis, macchè scherma!: questa gente che aveva evoluto il vecchio pretesto del mezzo litro a sport di sicuro contenuto agonistico e tecnico era di una umanità così calda e leale da esaltarmi. Quando Riva, laghista del Maggiore, tirò a una boccia di Cairoli quasi appoggiata all' asse di fondo, con la dichiarata intenzione di farla schizzare sul pallino e spostarlo quanto bastava a prender punto, io gridai al miracolo, ma il vecchio bocciofilo Renato Benecchi della Caccialanza, anni 76, industriale del vetro, mi ammonì che "i boce a inn come el bigliard" (le bocce sono come il bigliardo). Rincarò Aldo Annoni che andare a punto, raffare e bocciare non basta, se non c' è una visione tattica del momento agonistico. Erano parole di gergo ed io l' avrei abbracciato per la gratitudine. Poi mi proposi di descrivere (primo sulla terra, immagino) una partita di bocce ripetendone le "mani", cioè le giocate, i colpi, i gesti, le fasi. Incominciai a prender note e quasi subito mi accorsi che non sarebbe bastato un giornale. Ecco un esempio cronistico sulla prima mano: Argentina vince campo; va su (a pallino) Lujan. Suardi accosta a sua volta e gli prende punto (lo chiamano Millimetro: ha la faccia del sornione pavese; dice che è un patriarca: mezza dozzina di figli: dunque accosta sempre, diavolo di uno). Allora Medieta dice di voler tirare a volo su boccia con punto (quella di Suardi): seguono balzi poderosi come ho descritto sopra: traiettoria mortaio: spaccati via di netto boccia e pallino: ma il punto resta all' Italia. Poi Cairoli fa punto a sua volta. Non entra (nei punti) il cannoniere Riva. 2 a 0 per l' Italia dopo la prima mano. Fossi un tecnico (ma ho qui Annoni, benedetto), potrei anche tentare l' animazione di questo megabigliardo su plastica. Rinuncio per ovvio appagamento. Vivo da tifoso che non abbisogna di altri rudimenti per commuoversi. Cairoli è sommo jolly, a metà fra Suardi, puntista, e Riva, manganellatore di bocce con mira infallibile. Poi vedrò D' Alessandro, giovane pompiere di Roseto degli Abruzzi: pare un serbo (eh, sì, i dinarici erano dirimpettai): lo fronteggia Omar Foco, maschile di foca sapiens. Due fenomeni con quattro bocce ai piedi. Debbo andarmene come già mi è toccato di fare a San Siro, davanti a un' Inter quasi bella. Mi aspetta Doge Dal Cin da Francesco, in Sempione. Stringo la mano al mio paìs Bassi, Ct degli azzurri, e prometto di andare guesta sera per la finale con la Svizzera. I nomi dei nostri vicini sono tutti italiani come la loro tecnica. Aldo Annoni induce il titolare della ferrarese Salf a farmi dono di quattro bocce e di un pallino con i quali mi riprometto di stracciare tutti al prossimo "bowl party" da Ottavio Missoni a Sumirago. Il buon vecchio Francesco Paolo Conte mi onora della sua "Grande enciclopedia delle bocce", opera monumentale edita da lui e redatta da tutti i migliori tecnici della disciplina. Aldo Annoni mi confida che questi mondiali costeranno 500 milioni all' Unione bocciofila italiana. Ogni bocciofilo si è tassato di mille lire: hanno tutti capito l' importanza promozionale dell' impresa. Le bocce aspirano a diventare sport olimpico: riusciranno a tanto quando il Coni smetterà di considerare questo gioco un banale pretesto per il mezzo litro. Oggi come oggi, i bocciofili possono tranquillamente asserire di essere i praticanti più numerosi di tutto lo sport italiano: 7-8 milioni. Quasi 200.000 di essi sono già iscritti all' Unione, e aumentano sempre. I bocciodromi sono ormai numerosi al punto da fare dell' Italia il primo paese bocciofilo del mondo. Questa posizione è molto sentita dai nostri connazionali, che diffondono il gioco delle bocce con lo stesso orgoglio con cui gli inglesi hanno diffuso il calcio nel secolo scorso. Fra gli allievi prediletti di Annoni e compagni figurano i cinesi, prestidigitatori per vocazione. Molto amati sono anche i polacchi. In quasi tutta Europa si gioca con bocce sintetiche italiane (un set di 4 costa 60.000 lire). Inoltre, molti paesi chiedono di montare i nostri campi di plastica, qui forniti all' Unione bocciofila italiana dal Colorificio Adriatico di Lucrezia, in provincia di Pesaro. Un campo sintetico per il gioco delle bocce (metri 28 per 4) costa in media 60.000 lire il metro quadrato: una volta montato, all' aperto o al chiuso che sia, non richiede quasi manutenzione. Fatti i conti, mi son detto che se vivesse ancora mio padre Carlin Brera non resisterei alla tentazione di sfidarlo dopo aver montato un campo tutto per noi. La definitiva sublimazione a sport di un gioco per secoli dedicato al mezzolitro merita questo sacrificio anche da parte mia. Sono sicuro che se Carlin fosse potuto venire al Palalido, il più convinto di tutti sarebbe stato lui. Dopo il canottaggio, è questo lo sport più congeniale agli italiani, con la differenza che Strigheta non ancora cinquantenne deve mollare la forcola ai figli, mentre le bocce sono strettamente personali, e fino a cent' anni si può accostare come e meglio che a venti. Me de bon però. - di GIANNI BRERA