Il Calcio Che Vale di Giorgio Tosatti

 

Ho giocato al calcio fin quando gli impegni giornalistici non me l'hanno impedito. Militai per diverse stagioni in una società dilettantistica torinese, l'U.S. Cittadella.
Parlo, grosso modo, di trentacinque anni fa. Giocavo discretamente; una miopia di cospicue dimensioni m'impedì di andare oltre certi livelli, non esistevano ancora le lenti a contatto e gli occhiali (fissati alla testa con un elastico) rappresentavano un bel handicap ed un rischio. Sovente gli avversari cercavano di farteli saltare e di colpirli.

Si giocava di solito la domenica mattina; d'estate si partecipava ai tornei notturni. E' ormai passata una vita eppure ho un ricordo nitidissimo di quel periodo; certe partite, certi episodi, certi giocate sono fotografate per sempre nella mia memoria. Talvolta mi diverto a farle scorrere, a riviverle e provo ancora l'emozione di allora.
Perché nessuna soddisfazione professionale (e qualcuna l'ho avuta) mi ha dato la gioia, il piacere fisico, la felicità di quelle partite. Le trasferte in tram nei sobborghi di Torino; i brevi viaggi in treno o in corriera (di macchine ce ne erano poche) nelle cittadine di provincia dove venivamo accolti con dichiarata antipatia ed un manifesto disprezzo per i signorini di città. I campi di terra battuta, sovente con muri e recinti così vicini alla linea d'out da rappresentare un pericolo niente male; d'inverno certi fondi erano lastre di ghiaccio. Rarissimi, quasi inesistenti, i terreni da gioco con l'erba: non i prati perfetti di adesso che sembrano moquette, ma qualche ciuffo verde, fosse pure gramigna. Molte porte non avevano la rete; le dimensioni dei campi oscillavano a secondo dello spazio strappato al cemento: ce n'erano di larghi e lunghi, di stretti e corti, di grandi e di piccolissimi.

Le scarpe da calcio (ma non tutti le avevano) erano irte di bulloni e pesavano tonnellate: delle armi improprie. Passavi ore a scrostarvi il fango. Quelle attuali sono scarpini da ballo: avrebbero avuto vita brevissima. Il pallone sembrava di piombo; ne sporgeva una stringa che ti marchiava la fronte quando colpivi con forza. Nei giorni di neve e di pioggia il campo diventava un impasto di fango, acqua e pietrisco; per smuovere di qualche metro il pallone dovevi picchiarvi sopra calci tremendi.
Gli spogliatoi erano quasi sempre stanze, corridoi, atri adibiti a questo scopo del tutto occasionale; talvolta dovevi cambiarti ai bordi del terreno. Rarissime le docce, inesistente l'acqua calda: impensabile un simile lusso.

Uscivi da quelle partite scorticato, pieno di ferite e lividi, esausto; non era un calcio che consentisse di risparmiarsi, di amministrare le forze, di fare ragionamenti tattici. Erano battaglie all'ultimo sangue.
Esistevano rivalità fortissime fra rione e rione, fra quelli di Torino e la provincia: guai a tirarsi indietro. Mi viene da sorridere sentendo i calciatori lamentarsi perché il terreno non è perfetto, qualche zolla cede, hanno fatto un viaggio disagiato, il pubblico era ostile, ecc. ecc.
A quei tempi il calcio era un gioco molto virile a tutti i livelli: dal Grande Torino alle nostre squadrette di amatori. Però ci si picchiava con estrema lealtà, all'inglese: difficile vedere gente rotolarsi per terra fingendo di essere stata colpita.

Se restavi giù a lungo ti avevano proprio fatto male. Chi si lamentava per le botte ricevute veniva preso in giro dal pubblico. Che era molto partecipe, molto caldo, ma competente: applaudiva anche gli avversari se giocavano meglio. Nonostante tanto agonismo e certe tenacissime rivalità di borgata, non ricordo neppure un'aggressione alla mia squadra o all'arbitro. Direte: che c'entra tutto questo con la Lega Dilettanti?
C'entra perché il calcio praticato è immensamente superiore, più bello, più appagante del calcio visto. Persino se sei un mezzo brocco, persino se le sconfitte sono più numerose delle vittorie, persino se ti costa sacrifici e disagi, persino se allo stadio giocano Pelè e Maradona.

Vedo calcio da un'infinità di tempo e ne ho visto il meglio: ci sono campioni, squadre, partite che mi hanno dato grandi emozioni ed autentico divertimento. Ma non cambierei neppure Italia-Germania del '70 e la finalissima dell'82 in Spagna con le partitelle che disputavo tanti anni fa nell'U.S. Cittadella di cui conservo religiosamente una medaglia e qualche foto, tra i pochissimi cimeli tenuti.
Da quando prevale la logica del calcio-spettacolo, da quando questo sport e diventato soprattutto uno strumento nelle mani di chi ne sfrutta la popolarità per farsi conoscere, concludere affari vantaggiosi, promuovere socialmente, appagare la propria vanità, vendere dei prodotti, mi sembra si sia spezzata quella catena ideale che univa il grande calcio alla sua base. Ci si dimentica quanti italiani lo praticano per sottolineare soltanto il numero di chi lo guarda; ci si preoccupa dei problemi relativi agli stranieri, agli arbitri professionisti, ai bilanci di chi spende decine di miliardi in una campagna acquisti e ci si dimentica della carenza di campi, di strutture, di aiuti, dell'indispensabile per quei due milioni e passa di calciatori dilettanti che sono la vera forza, anche morale, del settore.

Si discute sui compensi di cui hanno bisogno Lanese e soci per arbitrare al meglio e ci si dimentica dei ventimila e passa arbitri che attendono per mesi di riavere i soldi sborsati per andare a dirigere partite in cui, non di rado, vengono trattati in modo incivile. Avete letto campagne di stampa per costruire campi dove mancano, per fornire vestiario e palloni a giovani che non ne hanno, per aumentare i contributi alle migliaia di società su cui pesa anche economicamente il calcio nazionale?
No, vero? Conta solo il grande circo, ridondante di miliardi e moviole, mediocrità spacciate per fuoriclasse, giudizi drogati ed una competitività feroce fino alla slealtà.
Il guaio maggiore è che questa interpretazione del calcio finisce per ripercuotersi in modo negativo anche presso la base; per molti dilettanti questo gioco è diventato una professione; i vizi, gli eccessi, i trucchi, il cinismo dei "grandi" sono diventati un modello da imitare.

Mi domando se esistono ancora la felicità, la voglia d'avventura, la partecipazione totale, l'ingenuità, la grinta con cui tanti anni fa io ed i miei coetanei vivevamo la nostra partita domenicale; se c'è ancora la gioia fisica della sfida, quello spirito che ci portava a godere come una conquista i nostri modestissimi premi partita: una pizza e una birra, in settimana, per festeggiare la vittoria e riparlarne. Questo è il calcio che vale e credo si dovrebbe fare di più, tutti insieme, per difenderne le virtù ed allargarne i confini.