Paolo Sollier: calciatore per caso?    

di Fabrizio Calzia

Prima ancora che per i suoi piedi buoni (giusto in quegli anni predicava Fuffo Bernardini...), Paolo Sollier si distinse, nella metà degli anni Settanta, per il suo anticonformismo e per il suo essere schierato politicamente. Lui stesso, attraverso la copertina del suo libro (che lo ritraeva con la maglia rossa del Perugia e il pugno chiuso alzato...) si dichiarava "Calciatore per caso". Il caso, però, a Paolo Sollier da Chiomonte, provincia di Torino, diede una bella mano. "Per caso" si ritrovò a far parte di quel Perugia dei miracoli, allenato da un allora sconosciuto Ilario Castagner, che centrò una clamorosa promozione in serie A nel 1975 grazie anche ai gol (sette in tutto, e senza rigori...) del suo centravanti di manovra.
"Mi spiace soltanto" racconta oggi Sollier dalla sua casa di Vercelli "di non avere colto né vissuto appieno, a quei tempi, il significato di quell'impresa. Il Perugia saliva per la prima volta in serie A, tutta una città, e non solo i tifosi più accesi, erano dietro la squadra. Tanto che ancora oggi, chiunque di noi si presenti a Perugia, viene riconosciuto e ricordato..."
Forse tu all'epoca desti poca importanza a quella promozione in quanto il calcio, per te, era una cosa marginale...
"Proprio per niente: sono diventato, sì, calciatore per caso, ma solo perché all'epoca era così, da ragazzino giocavi per divertirti; poi, se ci sapevi fare, andavi avanti. Oggi è diverso, molti ragazzi "programmano" la loro carriera anche con l'aiuto dei genitori: decidono che da grande faranno i calciatori. Allora una simile mentalità non aveva senso: diventare calciatore non ti garantiva stipendi da nababbi (eccezion fatta per i campioni), per cui era anche inutile investire tutto quel tempo.
Resta il fatto, però, che ho sempre giocato a calcio, e con grande passione. Solo non va confusa la mia passione per questo sport con quello che era, ed è, il mio modo di essere."
Anticonformista?
"Una parola grossa: più semplicemente, all'epoca erano ancora rare le persone che dicevano ciò che pensavano e si comportavano in maniera naturale. Così io, come tanti altri, venni spacciato per ribelle solo perché non nascondevo il mio essere 'io'. Ecco, credo che al di là dell'aspetto politico, sul quale tanto si è ricamato, fosse questa la vera innovazione del '68.
Per queste ragioni non mi riconoscevo del tutto nel personaggio-Sollier che mi costruirono addosso: il calciatore di avanguardia operaia, quello del pugno chiuso, quello che non firma autografi... Non rinnego niente, sia chiaro, ma si trattò, in alcuni casi, di singoli episodi ingigantiti, o comunque di aspetti della mia personalità che tendevano a sovrastare tutto il resto. Si arrivò addirittura a dire che andavo in campo per fare proselitismo... Assurdo: io in campo pensavo a giocare."
Resta il fatto che quel pugno chiuso finì in copertina del tuo libro...
"Fu una scelta dei miei amici della casa editrice. Io non ero d'accordo, loro mi convinsero che si trattava di un'immagine emblematica, che fotografava un momento..."
Non si trattò, piuttosto, di una scelta di marketing?
"Mi sa di sì..."
Che ricordi ti sono rimasti impressi, di quegli anni Settanta? Quali episodi "vedi" riguardando indietro?
"Sarebbe facile rispondere 'il delitto Moro': in realtà gli anni di piombo, il terrorismo rappresentarono una sorta di punta - impazzita - di un iceberg, un fenomeno che finì per criminalizzare un'intera generazione. Si diceva: 'ecco a cosa sono arrivati quelli del '68'. In realtà, e lo dico senza voler sminuire l'orribile aspetto di quei delitti, il terrorismo fu dovuto a un'esigua minoranza, a scelte personali perverse e forse - indirettamente - anche 'favorite' da una sinistra che, già allora, pareva compiere scelte opportuniste, annacquava le proprie idee per prendere più voti..."
L'eurocomunismo non fu sufficiente a vincere le elezioni: il 20 giugno 1976 il 'sorpasso' non ci fu, e la DC rimase al potere grazie a quanti, seguendo il consiglio di Indro Montanelli, andarono a votare turandosi il naso...
"Certo. Il ceto medio è sempre la maggioranza, quella che decide..."
Torniamo a quel Perugia, il Perugia dei miracoli...
"Questo è il bello del calcio. Uno sport che, a differenza di tutti gli altri, sfugge alle regole della programmazione. Certe volte i miracoli avvengono, proprio come ora sta succedendo con il Chievo: nel nostro caso contribuirono vari fattori: un allenatore ambizioso, un gruppo di calciatori che, magari, presi uno per uno, non valevano granchè ma, come gruppo, esaltavano a vicenda le proprie qualità. Forse contò anche il fattore-sorpresa, la piazza serena..."
Quel Perugia però, alternò momenti esaltanti ad altri drammatici, primo su tutti la morte di Renato Curi...
"Renato... Abbiamo giocato insieme per anni e non ci siamo accorti mai di nulla. Dopo la sua morte scoprimmo che in precedenza aveva dovuto affrontare due visite fiscali: la prima quando passò dal Giulianova al Como, quindi quando fu ceduto al Perugia. Evidentemente c'era qualcosa che non andava, ma lui stesso ne venne, evidentemente, tenuto all'oscuro..."
Ne sei sicuro?
"Non era mica un suicida. Era un ragazzo allegro, sveglio... E poi in campo era un motorino. Non ci furono avvisaglie. Dopo la tragedia, Michele Nappi ed io (che nel frattempo ero passato al Rimini), in qualità di rappresentanti dei calciatori, ci costituimmo parte civile. Ricordo ci telefonò Pasqualin, l'attuale procuratore, per dirci che la Federazione, forse, non aveva fatto i dovuti controlli. Finì che la controparte offrì un risarcimento economico alla vedova, e il caso venne chiuso.
Credo si sia trattato di una morte evitabile."
Torniamo a quel periodo: erano anni particolari, quegli anni 70. Anni di piombo, tutt'altro che sereni...
"Se parliamo dei grandi fatti, dei fatti di cronaca, senza dubbio sì. A livello personale, a livello umano però, la qualità della vita (non intendo certo il lato economico) era migliore"
Perché?
"Certi valori quali, su tutti, la solidarietà, o se vuoi fermarti un gradino più giù, la socialità o umanità che dir si voglia, erano ancora vivi, più radicati, non solo nella sinistra. C'erano anche, ancora, i valori dell'essere cristiani: "Ama il prossimo tuo come te stesso" era un pensiero ancora riconosciuto. Oggi impera l'egoismo, la mancanza di rispetto, il menefreghismo per la sofferenza del prossimo, dei poveri, degli emigranti, degli zingari, per fare alcuni esempi. C'è poi, a tutti i livelli, una competitività esasperata, una lotta 'tutti contro tutti.' Credo che il mezzo televisivo abbia contribuito a questo inaridimento: la televisione rende superficiali, uccide la memoria e la socialità."
Anche il calcio si è inaridito...
"Di questo non sono convinto. Il calcio, sotto certi aspetti, e forse più a livello minore, rimane uno sport essenzialmente di squadra. Per questo imprevedibile..."
Ma la tecnica, la fantasia sono andate a farsi benedire...
"Non sono d'accordo. Vero è che, anche a livello di vivai, si è esasperato il lato tattico piuttosto che incoraggiare quello tecnico. Vero è che si corre di più, si pressa, le squadre corte complicano il gesto tecnico. Credo però che il livello tecnico medio sia superiore a quello dei miei tempi. Prendi, ad esempio, uno come Zidane, che se ne viene via in mezzo a tre avversari che lo pressano. È un gesto tecnico incredibile, impensabile ai miei tempi quando in campo, catenaccio o non catenaccio, si respirava di più."
Alla fine Paolo Sollier è rimasto nel calcio: allenatore per caso?
"Fino a un certo punto. Chiaro che uno, giunto a fine carriera, compie delle scelte professionali, e il campo di calcio fa parte del mio mondo."
Vivi a Vercelli, alleni il San Colombano al Lambro. Scelte di vita?
"Credo che ognuno, nella vita, si disegni un proprio cammino. Per quanto riguarda Vercelli: vent'anni fa, durante i miei ultimi anni da calciatore, conobbi qui una simpatica signora, e decisi di fermarmi qui. Quanto al San Colombano: se alleno una squadra per così dire 'minore', vuol dire che questo è il mio destino, se così vuoi chiamarlo."
Accetteresti, dunque, la panchina di una grande squadra?
"Ma perché no?"