A Gino Bartali.
Da qualche anno, conoscendoti meglio, mi sono fatta la convinzione che
tu sia una specie di Bertoldo devoto. Non sei, intendo, il "Tartufo" ipocrita e
astuto che una morale ormai fuori del tempo costringe a irritante doppiezza: quando ti
chiamo frate Cipolla, pensando alle margniffate di quel personaggio boccaccesco che tu
forse non sai, voglio semplicemente coprire una mia debolezza.
Dopo averti quasi detestato, quale paradigma di un italiano che mi
sembrava mostruoso, ho scoperto di volerti molto bene. Il paradigma dell'italiano
mostruoso somigliava un po' a tutti (me compreso) e può essere per questo che, scoperta
la cosa, ho preso a vederti con simpatia, a trattarti quasi da amico. Qualcuno garantisce
che si nasce incendiari e si muore pompieri. Prima si vorrebbe bruciar tutto, poi impedire
che tutto bruci: perché "lo nostro particulare" ne soffrirebbe. E io sto
avvicinandomi di buon passo all'idrante, ma intanto vedo te e molti, molti altri sulla
scala più alta. E' l'unica giustificazione morale, benché un poco meschina.
Poi, c'è che sei quasi povero (come me, che non ho mai guadagnato
milioni a centinaia e nemmeno a decine). Non so bene se tu l'abbia reso noto per astuzia
contadina, giusto il paragone con Bertoldo, ma il fatto che tu abbia voluto sguarnire un
mito, dicendoti povero, ha finito di conquistarmi. I grandi che falliscono sono sempre
molto simpatici. Deve essere istintiva nell'uomo piccolo questa propensione per i vinti.
Annibale e Napoleone furono fra i più irriducibili sfruculiatori che
la storia ricordi. Annibale creò un impero sulla strada dell'invasione in Italia e
sbagliò tutto; Napoleone fece ancora peggio, perché la Francia si sarebbe salvata se
avesse evitato i cento giorni. Ma quel còrso megalomane fece suonare per sé tutte le
campane e condusse l'ultimo esercito a Waterloo. Tuttavia, noi ricordiamo Annibale e
Napoleone come due genii. A tuo modo, sei tu pure un genio muscolare. Non Binda né
Guerra, né tanto meno Coppi. Sei il cursore di maratona che non stramazza mai, e non per
sé grida vittoria, ma per Iddio nostro Signore, per santa Teresa del Bambin Gesù, per
san Domenico del quale sei terziario.
"Brutt bojon", ringhiava Eberardo Pavesi mentre con tanta
unzione posavi le ginocchia sul freddo marmo delle cattedrali. "Su de lì Ginetto,
fa' minga el bamba, che così ti freddi i muscoli". Hai avuto molto coraggio
nell'esser pio. Questo è il lato più eroico. Tutta una civiltà si è delineata e poi
espressa nella lotta alle genuflessioni troppo vistose. La liturgia non fa sempre vangelo,
come tutti sanno, e Starace non ha proprio inventato nulla offrendo strani paludamenti
agli italiani. Anziché esibire pugnali (dal taglio falso) tu baciavi reliquie. E la
difficile conciliazione della morale con la vita corrente era espressa dalla tua rabbia
agonistica. Non la dolce rassegnazione del mistico, bensì la grinta dei santi guerrieri.
Ignazio ruggiva cattolicesimo nei tuoi garretti all'apparenza esili; digrignava amore nei
tuoi occhietti all'apparenza miti.
Finì che ti convinsero d'una missione divina. Non più spade, non
roghi santi. Il cavallo di Sant'Ignazio era di acciaio: i suoi zoccoli frusciavano come
seta sull'asfalto. Avresti confuso eretici e infedeli con le tue gesta, ogni tua vittoria
sarebbe apparsa miracolosa. Mai ritirarsi, pregare, pur nell'automatismo folle e ossessivo
della pedalata. Mai ritirarsi, invocare il miracolo. Iddio ti avrebbe soccorso, santa
Teresa e san Domenico avrebbero interceduto, alla lunga, perché il miracolo avesse luogo.
Non risulta che tu abbia sofferto un ritiro per il solo fatto che si delineava una
sconfitta. Fausto Coppi, battuto, sterzava ai margini. Era però una forma di onestà
troppo aperta per non apparire ingenua; era anche una forma di egoismo, perché il ritiro
sottintendeva una scusa tecnica o fisiologia: il vincitore non avrebbe avuto la
soddisfazione di battere il miglior Coppi.
Tu, per contro, miracoli ne hai realizzati a decine. I tuoi recuperi
sono favolosi. Al diavolo se la irresistibile cavalcata dietro a Cecchi risulta compiuta
alla media di quasi trentatré orari: il fatto consiste: è più che eroico: si attacca al
misticismo... dinamico. Giosuè suona la tromba e le mura di Gerico, minate dal buon Dio,
si disfanno in polvere e calcinacci. Fausto Coppi prepara lo spunto decisivo al Capo
Berta: fora una gomma, spende il meglio per rientrare e deve tenere le ruote: così si
arriva a Sanremo in millanta: suona la tromba di Ambrosini e i muscoli di Van Steenbergen,
minati da santa cotta, si sfilacciano come vecchie pezze: un omino ingobbito sfreccia
dalla sua ruota esausta. La fotografia dell'arrivo ritrarrà l'organizzatore della
Gazzetta sospeso a mezz'aria, come non avrebbe mai saputo se fosse stato idoneo al
servizio militare: anche lui, Torriani, sta sulla scala più alta: anche lui ha molto
gridato al miracolo. Ma la tua ultima vittoria a Sanremo non è altro.
Il vecchio ciclismo muore. Coppi lo sta asfissiando. E' continuo
mezzofondo, a medie orrende. Ma come ridiventa dura fatica, tu ripeti il miracolo. In
Francia hai vinto nell'anno più esaltante dell'Era (così si pompava, con idranti
romagnoli): M. Lebrun consegna nello stesso 1938 la coppa del mondo a Meazza, la maglio
gialla a te, non so che nastro al cavallo Nearco, che ha vinto l'Arc de Triomphe.
"Ils gagnent tout, ces Italiens." M. Lebrun era simpatico e sportivo, ma il
riconoscimento sapeva di deprecazione a denti stretti: e anche questa era generosità,
sebbene forse inconscia: perché la deprecazione d'un francese esaltava due volte gli
italiani di allora. I fratelli si dividono i campi del padre e automaticamente si trovano
ad essere rivali. Noi e i francesi abbiamo spartito molto in passato.
In guerra non sei stato. Fu già molto che t'abbiano messo in divisa.
Il tuo cuore stringeva e dilatava con sorniona indolenza. Non fosse stato per il comico
della cosa, il colonnello medico avrebbe onorato la scienza con un paradosso: e ti avrebbe
riformato per insufficienza cardiaca. A tuo modo rientravi tu pure nei fenomeni
fisiologici. Questo sembra fatale a un certo livello dell'agonismo. Meazza aveva le
spallucce del polmonare. Coppi lo sterno carenato degli uccelli. Tu il cuore sornione, che
non avvertiva, si sarebbe detto, i tuoi stimoli, e pompava indolente, senza accelerare
mai. Di Baldini so che ha lo stomaco del ciabattino. Io non ho proprio nulla, forse per
questo non sono un campione.
Ti ho visto la prima volta in Gazzetta, nel 1945. Eri con Bini e Leoni
(mi sembra). Di mutargnone che eri, secondo la favola avviata a divenir mito, avevi preso
a far chiacchiere con la rabbiosa facondia del toscano. Guido Giardini disse: "Ora
che ha smesso di andare forte, l'è diventaa on cicciaron". Ma forte andavi ancora.
Ti rifacevi semplicemente di tanti anni austeri. Avevi preso moglie. Eri un uomo, non un
santo. E le tue vittorie dividevano felicemente gli italiani, come è destino che avvenga,
ma li dividevano per l'aperitivo, raramente per le busse. Il papa ti riceveva anche in
maniche di camicia.
Il giorno in cui spararono a Togliatti, la gente corse a sentire la
radio del Tour anziché assaltare le prefetture. Fosti additato come salvatore della
patria. Gli italiani sono tali personaggi che praticano il masochismo nazionale con
invincibile pertinacia. Pensa che popolo di gonzi sarebbe il nostro, se fossero esatti i
giudizi che noi ne diamo! A Sanremo ti raggiunse la moglie, durante quel Tour. Come
venisti sconfitto, il giorno seguente, fiorirono le più belle deprecazioni che mai siano
state fatte della donna. Anche questo usa molto, in Italia. Satana è un finto maschio.
C'è perfino da sospettare del nostro slancio virile, se l'avversione per la donna è
sincera. E' invece molto dubbio che lo sia: ma... vade retro!
Binda dice: "Bartali non è come il vino, che invecchiando
migliora". Ma santa Tersa e san Domenico sono presso il tuo talamo di devoto. La
sedatio concupiscentiae è ammessa per tutti, fuorché per i poveri preti: e tu sei laico.
Si rovescino allora le cateratte del cielo, schiattino i fulmini, rumoreggino i tuoni
sull'Izoard: venga umiliata la protervia del Golia francioso! Nei tuoi garretti
fiammeggiano tendini che ripetono le corregge della fionda di David. E' il finimondo, il
Bondone avanti lettera. Le tue gambette asciugate dai chilometri mulinano assidue: il
nasone fa del tuo volto una maschera tragica: la bocca è larga e smorfiata, le labbra
tumide. Ho negli occhi un reggimento di Chasseurs des Alpes con il passamontagna di pelo:
le torve nubi del colle; la neve dell'inverno passato ai margini; lo sfarfallio di qualche
fiocco misto alla pioggia; i refoli di vento che immiseriscono i nostri pochi ricordi
alpini. E quell'omino che tu eri a danzare sui pedali, implausibile mostro in uno scenario
così grandioso (per la natura) e così meschino (per tutti noi).
Fu l'ennesimo miracolo. Fausto Coppi non poteva più uscire di casa.
Egli aveva rifiutato l'avventura, la gente gli faceva il tuo nome. Dal suo coledoco, la
bile era spruzzata come da un gicleur. Vi odiavate con sana ferocia. Lo struggle for life
umiliava inconsciamente in te ogni nozione creazionistica. Non avevi letto il Vangelo, non
te ne ricordavi. Le preghiere erano un vizio labiale. La dialettica materialistica era
più attuale in te, cattolico osservante, che nei laboratori dove stava nascendo lo
Sputnik. Ah, come si esaltava l'italiano alla vostra avversione. Quanti fiumi di aperitivi
scorsero fra i tavolini. Quante esecuzioni capitali vennero simboleggiate dalle orribili
scommesse. Nel medioevo, non si sarebbe trattato di simboli. Ma questo era ciclismo.
Il Tour del 1949 fu un'apoteosi (come si dice). Tu e Coppi a ripetere
il '48. Lui superiore due volte. E quante frottole sapesti raccontare a difesa. Che
inconscio agiografo eri di te stesso. Coppi ti lasciava andare e gli altri marcavano lui:
poi scattava a raggiungerti. Penso alla tua desolazione di vecchio atleta e mi commuovo.
Coppi era il cuculo che nasceva nel tuo nido di trionfante colomba. Ve l'aveva messo quel
sadico di Pavesi. Già nel 1940 ti aveva sottratto un Giro che, senza di te, mai avrebbe
potuto vincere. Il campione che traccheggia e lascia andare l'allievo non fa mai novità
nel ciclismo. Coppi sbatté via Petrucci dalla Bianchi alla seconda Sanremo vinta in quel
modo.
Ora il campione più giovane secondava il vecchio lasciandolo partire.
E l'acchiappava come e quando voleva. A Grap ti diede la vittoria. Ad Aosta non ti attese
quando cadesti su La Thuile. E perché avrebbe dovuto farlo?Nacquero polemiche famose. Il
terreno in cui erano messe a giacere non poteva essere più fertile. Sarebbero scesi in
lizza anche i frati. Ci fu perfino un goffo tentativo di spostare la lotta sul piano
politico. Ma Coppi era già ricco, e si sentiva molto in armonia con le autorità
costituite. Così seguitaste a odiarvi in pubblico e in privato, ma senza obbedire a scudi
che non fossero coniati dalla zecca.
Nel 1950 Koblet rifece il Coppi giovane ai vostri danni. Dice che
avresti potuto comprarlo ma che la costante fiducia nel miracolo consente di essere avari
senza vergogna. Il miracolo non avvenne. Koblet trionfò a Milano. Su di te solo. Coppi
era caduto. Si era fratturato il bacino coricandosi a trenta orari. Era logoro. La fortuna
lo soccorreva, al solito, tragicamente. Stando in letto preparava il 1952, che fu più
facile per lui del '49.
Tu andasti al Tour nel 1950 e l'avrebbe vinto Magni: garantito che
l'avrebbe vinto se tu non avessi tagliato la corda. Mi vado sempre più convincendo che i
fatti dell'Auspin vennero montati da Virginio Colombo, una sorta di Cagliostro piccolo di
statura. Inventasti anche la vecchia armata di coltello; e poi l'auto nera, omicida (fuori
dal tuo inconscio ancora atterrito per la morte tragica del fratello).
La notte presi parte alla commedia. Parlavi un francese da rotolarsi
per terra. Fumavi le mie gauloises con la torva tenacia dell'autolesionista. Magni aveva
in testa il berrettuccio giallo e stirava la bocca in smorfie cattive. Ti avrebbe
volentieri preso a pugni, lui come tutti. Goddet e Binda ti imploravano. Ambrosini e io ti
davamo gauloises e manate sulle spalle. In realtà, orinavi sangue e non avresti neppure
finito da vinto. L'Auspin aiutò la tua crociata. Come è difficile volervi bene, fratelli
francesi! scrivemmo tutti. Poveri francesi, quanto eravamo ingiusti.Miracoli ne avvennero
sempre, sulla tua strada. Si fecero comizi in tuo onore e tua difesa. C'era sempre un
prete con le vesti che svolazzavano: ringhiava come un toscano arrabbiato. Binda non ti
avrebbe più voluto.
Era difficile sopportarti, conoscevi ogni astuzia dialettica, ora che
non andavi. Nel 1952 ti fermasti per Coppi, che aveva forato. Capì subito l'antifona.
"Cè Carrea per questo", disse. "Non voglio la tua ruota." Poi,
te ne saresti vantato.Come dire alla gente che non doveva più battersi per te? Vedemmo un
olandese, Wagtmans, superarti in discesa. Conosceva al più gli ascensori, e tu i colli
sublimi delle Alpi e delle Dolomiti: le stradicciole sghembe dei Pirenei. "Va' a
casa, coglione", io ti gridai salendo alla Demi-lune, sopra Lione. "Avessi io i
tuoi quattrini..." Sudavi affranto dopo neppur un chilometro. "Se non corro
muoio", dicesti dopo una scrollata (e perdesti sudore come un vecchio ronzino). Eri
indubbiamente sincero. Il muscolare sentiva che non avrebbe potuto far altro con tanta
bravura.
La vita del borghese è difficile a reggersi. Ti hanno imbrogliato,
come era fatale. Il papa ha smesso di riceverti. Qualche crociato è sceso dalla tua nave.
Restava l'odio per Coppi, acre, smisurato, bellissimo. La gente disputava sul passato
(come capita a chi non ha più miti validi). Odiava Coppi, borghese in fallo a sua volta,
ma sempre ricco.
Tu eri sceso di sella e il tuo sorriso amaro si mutò in invettiva. Una
specie di ineffabile Tecoppa si rivelò dai teleschermi. Divenisti simpatico di colpo: non
ai crociati, ma agli altri che prima si seccavano: a me, a tutti. "Frate
Cipolla", ti dissi, "ora è il momento di lavorare insieme." E con mio
grande stupore mi accorsi che nessuno meglio di te sapeva vedere gli aspetti polemici del
ciclismo. * * *
Il giornalista Tecoppa gridava: "E mi non acetto!" con
ammirevole sagacia. Non saprei più interpretare una corsa a tappe senza il tuo aiuto di
critico, ormai. Ti considero un collega necessario: dunque il mio egoismo è senza
macchia: volendoti bene, so quel che faccio. Talvolta sei un compagno adorabile. Bevi
bene, fumi smodatamente anche tu, discuti, accetti e restituisci invettive. Sei proprio un
brav'uomo, un onesto adesso. Volevo scriverti questa lettera per insultarti e non ci
riesco. L'affare con Coppi non è una turlupinatura, è bontà. I fessi strillano, si
sentono derubati di un mito. Vorrebbero eterno il tuo odio. E perché? Ogni motivo
materialistico è caduto. Coppi è un povero signore, come il ciclismo italiano. Hai
organizzato la San Pellegrino per rivelare giovani allo sport. E' uscito Coppi con
Venturelli, simile a una zia che ha perduto fascino, e traina la nipote più avvenente,
ancorché meno esperta.
Ahimé, vecchio Gino, di quante contraddizioni si arricchisce la nostra
vita con gli anni. "In fondo", sei riuscito a dire durante la conferenza stampa,
"è sempre stato un mio allievo. Dopo vent'anni, torna alle mie dipendenze. Lui
dirigerà i ragazzi stando su due ruote, io su quattro. E se non mi obbedirà lo farò
squalificare." Ah, che bellezza, ah, quante palle tonde per un soldino. Ginetto,
andiamo a bere. Scendi immediatamente da quella macchina e fermiamoci all'ombra. Noi si
deve ancor lavorare per vivere, ed ecco che passa quello smilzo Chisciotte a nome Coppi.
Lui si danna tuttora per difendersi. Noi beviamo. Molti modi vi sono per campare. Questo
è uno, e neppur tanto idiota. Alla salute, vecchio Ginetto. Nessun Boccaccio, per
fantasioso che fosse, riuscirebbe più a vedere in te frate Cipolla. Ora sono convinto che
preghi meglio di prima, e che le tue preghiere valgono di più. Allez, facciamoci un altro
gotto. Al traguardo arriviamo lo stesso.