incredibili et admirabili pulchritudine (haec ecclesia) decoratur... Basilica di San Michele Maggiore - Pavia

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basilica di
San Michele Maggiore
piazza San Michele
27100 Pavia - Italia

Canonica:
piazzetta Azzani, 1
Tel. 0382.26063

Orari apertura:
Feriali: 7,30 - 12,00 14,30 - 19,00
Festivi: 8,00 - 12,00 15,00 - 20,00

Orari apertura per visite turistiche:
Feriali: 7,30 - 12,00 14,30 - 17,00
Festivi: 15,00 - 17,00

 

 

 

Una basilica antichissima. Una prima menzione di essa ci è offerta da Paolo Diacono (1. V, c. 3) quando egli narra che Unulfo, servo fedele e salvatore della vita del suo padrone il re Bertarido, si rifugiò, per salvarsi dall'ira di re Grimoaldo « in beati Michaelis Archangeli basilicam »; ed era l'anno 642. Ancora Paolo Diacono ci ricorda (1. VI, c. 5) un analogo episodio avvenuto l'anno 737, quando un certo Herfemar, aderente al partito del duca Pennone, per sottrarsi alla cattura, « evaginato gladio, multis se insequentibus, ipse viriliter se defensans in basilica (sic) beati Michaelis confugit... » e si salvò così dall'ira di re Liutprando.
Trentasette anni dopo - 774 - ecco il re Desiderio che durante l'assedio, fatale per lui, tutte le notti si recava, secondo che narra il Chronicon Novaliciense del sec. XI, a pregare nella chiesa di San Michele.

Considerata come « templum regium » per la sua stretta dipendenza dal Palatium regale eretto, sin dal secolo VI, dal re Teodorico, quella basilica vide, in epoca carolingia, l'anno 839, il solenne battesimo di Rotrude, figlia dell'imperatore Lotario I e di Ermengarda. Ma la basilica vide pure, nello svolgersi di secoli, i riti solenni e risonò dei canti delle incoronazioni di re italici: Berengario I (a. 888), Lodovico III (a. 900), Ugo (a. 926), Berengario II col figlio Adalberto (a. 950, Arduino d'Ivrea (a. 1002), Enrico il Santo (a. 1004) e, molto più tardi l'anno 1155 « in dominica Iubilate » Federico I, il Barbarossa, « cum multo civium tripudio », notate bene. A riguardo di queste incoronazioni il prezioso scrittarello delle Honorantie Civitatis Papie, dei primi anni del sec. XI, annota: « ... Roma nominat papiam et appellat filiam suam et sicut Roma coronat imperatorem in ecclesia sancti Petri cum suo papa, ita papia cum episcopo suo nominat regem in ecclesia Sancti Michaelis maioris ubi est lapis unus rotundus cum quatuor aliis lapidibus rotundis... ».

 A dir vero, noi non sappiamo dove, nella basilica, fossero collocati quei cinque dischi di marmo: se cioè nel pavimento del presbiterio «ad absidam», come è verisimile, o se nella navata centrale. Oggi li vediamo in quest'ultima, collocati al tempo dei restauri di cento anni fa, con la bella epigrafe di Tommaso Vallauri:

REGIBUS - CORONAM FERREAM - SOLLEMNI RITU ACCEPTURIS - HEIC - SOLIUM POSITUM FUISSE - VETUS OPINIO TESTATUR.

 

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La basilica attuale è tipica del cosiddetto stile romanico lombardo del sec. XII; è orientata; a croce latina, col transetto assai sporgente sul perimetro rettangolare di essa, a tre facciate « a capanna », ossia a due spioventi. La principale, scandita verticalmente da quattro semipilastri più in funzione decorativa che di contrafforti, che la dividono in tre zone, ciascuna col suo portale, offre, lungo le sue due pendenze e prima tra tutte le chiese romaniche, un coronamento a eleganti gallerie praticabili. Le tre fronti sono di arenaria, superiormente di mattoni. Nell'interno i massicci pilastri e le arcate e gli elementi decorativi sono pure di molle arenaria, e di calcare. Questa pietra calcare arenaria tenera e gialliccia proviene dal vicino Oltrepò, e probabilmente dalle cave di Santa Giuletta: il « cancro della pietra » e la « gelività » ossia i danni del gelo - intenso sempre, e lungo, d'inverno, a Pavia - danni aggravatisi in questi ultimi decenni, per il sopraggiungere dello « smog » ossia « inquinamento » dell'aria, e dell'uso, dicono, dell'acido solforico, sostituito, in qualche fabbrica, a quello del solfuro di carbonio, ne resero ancor peggiori le condizioni.

La grande facciata a capanna, culminante in un'agilissima galleria lungo i due spioventi, e praticabile, offre alla vista incantata dei visitatori tre grandi portali a profonda strombatura, corrispondenti, nell'interno, alle tre navate, e divise tra loro dagli agili contrafforti che la scandiscono in tre zone verticali. Superiormente, nella zona mediana tre bifore, ciascuna a doppia ghiera, e colonnine con capitelli a stampella, ornati, formano come un loggiato per occasioni solenni. Più sopra, tre monofore centinate profonde, rifatte come in origine là dove era stato praticato un finestrone enorme circolare; e, a corona, un'apertura cruciforme fiancheggiata da due oculi, come nella fronte di San Pietro in Ciel d'Oro. Tutte queste aperture risolvono il problema della luce nell'interno della navata maggiore; problema ancor più abbondantemente risolto, originariamente, con otto finestrelle praticate al sommo delle pareti laterali di essa - e ancora visibili, da qualche punto, dall'esterno - le quali dalle nuove volte del 1489, che furono impostate ad un livello inferiore, rimasero, così, escluse e private di quella loro funzione interiore preziosa, e ridotte ad illuminare solamente il sottotetto.

Sopra i due portali minori - quello di sinistra meno largo che quello di destra - due bifore illuminano nell'interno, solamente la prima campata dei due interni matronei, dei quali si dirà tra poco. Poiché la basilica è, come tutte le altre pavesi, « orientata », ossia con l'abside verso oriente - donde venne la luce di Cristo - così la facciata principale rivolta verso occidente, si accende, tutta, nei pomeriggi, del sole che tramonta e che un dì rendeva splendenti le « scodelle » di lucida ceramica a colori, infisse qua e là, delle quali alcuni frammenti si conservano nel Museo Civico.

 

 

Mirabile il complesso dei rilievi - bassi e alti - distribuiti in abbondanza sulla metà inferiore della facciata, in sette ordini o fasce, nella più lieta varietà, rilievi che si fanno più fitti e più minuti e triti nelle strombature dei portali; sopra i quali spiccano tre grandi figure. Nel mezzo il bassorilievo di San Michele, scolpito in pietra calcare, e perciò ben conservato, nel suo tipo tradizionale iconografico, in positura frontale, conculcante il dragone dell'Apocalisse che tenta morderne il lembo della clamide, e recante nella sinistra il globo, nella destra il fior di loto. Sopra i due portali minori, in altorilievo, le figure dei Santi Ennodio Vescovo di Pavia, teologo, poeta e retore, e di Sant'Eleucadio arcivescovo di Ravenna, ambedue compatroni con San Michele, e nell'abito pontificale.

Nelle lunette di tutti e sei i portali, gli Angeli in piedi, in tunica e pallio, imponenti, ad ali simmetricamente spiegate, e grandi come loro, reggono il globo e il fior di loto ed hanno, nell'intento pio dei committenti, e come dice esplicitamente una didascalia, l'ufficio di raccogliere le preghiere dal labbro dei fedeli entranti in chiesa e di portarle al cielo e di offrirle alla maestà di Dio: precisamente la funzione dell'anghelos greco: ambasciatore. Poi, disseminati da per tutto, i bassorilievi ci offrono così grandi varietà di uomini e di cose, che invano tentiamo di congiungere in un concetto unitario: scene di caccia come quella al cervo, scene di mestieri come quella del fabbro, di pesca, di vita domestica, di uomini alle prese con i mostri più strani: figure di draghi, di ippogrifi, di cavalli, di sirene, di aquile, di sfingi, di leoni, di pavoni o di gru, di diavoli cornuti ghignanti e subsannanti; e altri mostri nei quali si è sbrigliata la fantasia di quei lapicidi che io ritengo tutti pavesi.
 

Né mancano soggetti biblici, dei quali è ancora ravvisabile da tutti, quello di Adamo ed Eva col serpente tentatore e l'angelo con la spada in mano nell'atto di cacciarli via: episodio che trovasi a sinistra del portale di destra e quasi a portata di mano; e il tema sarà ripreso, e più plasticamente, in uno dei capitelli dell'interno. Infiniti poi i motivi decorativi concentrati nelle colonnine, nelle lesene dei piedritti e nelle ghiere dei portali; girali, palmette, intrecci, complessi di tenie, di vimini, di fogliette a conchiglia. Ma poi, di tutte queste figurine e, peggio, di tutti questi animali e mostri fantastici, per giunta malamente conciati dal tempo, chi ci può suggerire una buona interpretazione ?
 

Un'ultima cosa: nella strombatura del portale destro - che è un po' più largo del sinistro - sopra uno stipite di sinistra e accanto ad una spiccatissima sirena dalla coda di pesce - la tentazione! « desinit in piscem mulier formosa superne » - ecco un capitello fedelmente restaurato con almeno dodici visi: chiomati - femminili - e chiomati e baffuti - maschili - due dei quali recano, l'uno una corona piatta, ad anello, decorata di crocette greche, l'altro una mitra bassa « francese »; ed è, questa, l'unica mitra che si trovi su teste di vescovi in tutta la facciata..

 

 

Ora, volgendo a destra, sul fianco della Basilica, nell'angolo che fa il braccio destro dello sporgente transetto, ecco lo splendido portale, la cui soglia è ormai ad un livello inferiore alla via che gli corre a lato. E chiamiamolo con il titolo biblico femminile: « Porta Speciosa » e serena, pur tenendo conto della sua parte cospicua destra, del restauro ottocentesco, perché possiamo farcene ugualmente un'idea, per la sua strombatura più profonda, per la ricchissima decorazione di colonnine e di lesene culminanti nelle proporzionate ghiere: ovunque palmette, intrecci, fiori nei girali che sembrano di girasole, aperti, figure di bimbi tra i fiorami, agnelli con l'asta della croce intrecciata a una gamba anteriore.

Nella lunetta è l'Angelo, in piedi, nell'atteggiamento comune a quello di tutti i portali, salvo che il viso è appiattito dalle intemperie. I due stipiti più profondi, con motivi di draghi intrecciati in molli spire, reggono l’ancora leggibile architrave che ci offre nella superficie notevolmente incavata, ed entro un clipeo pure profondo, con bellissimo gioco di ombre, il busto del Signore, togato, col suo nimbo crucigero, il quale porge a Pietro le due chiavi, e a Paolo il volumen, svolto, della Legge, ambedue nel loro tipo iconografico: Pietro con la barba breve e i capelli corti, folti e ricci; Paolo con la testa calva e barba lunga e intiera. A queste traditio clavium e traditio legis è opportuno commento il verso leonino - con rima o assonanza al mezzo:

ORDINO REX ISTOS SUPER OMNIA REGNA MAGISTROS
(Io, Re, costituisco questi due, maestri su tutti i regni).

Giungiamo così alla testata meridionale, imponente, del transetto, la quale ha per sua prima e curiosa caratteristica, l'assenza di un portale. È quasi tutta in arenaria, in blocchi di varia consistenza da far pensare a più cave. Ai fianchi del coronamento in mattoni, si notano più linee di risega, elemento che è notevole anche nella testata di nord e, del resto, in tutte le nostre superstiti chiese -lombarde.
 

Il problema di questa testata, sin dalle origini chiusa, la quale ha al suo fianco il ricco portale che vedemmo, si spiega forse con l'intento positivo dell'architetto, di riservare questo braccio del transetto a una funzione particolare. Ce lo conferma, appunto nell'interno, quel sacello addossato alla controtestata, sacello misterioso, messo dagli studiosi in relazione con il trono del re. Infatti il ricco portale che vedemmo, appunto per la sua ricchezza e per quel suo carattere sereno e festoso, e per la sua collocazione lì, nell'angolo, a fianco, doveva essere in istretta relazione funzionale con questo braccio tutto chiuso.

 

 

 

Sull'ingresso principale il visitatore, soffermandosi un istante, abbraccia con uno sguardo la solenne coreografia dell'interno, velata di penombra, che richiama a tempi lontani, e suscita ricordi di incoronazioni regali, di splendore di riti, quali s'indovinano ancora dai fugaci accenni di pochi documenti superstiti. Maggiore poi è il fascino se, come spesso avviene, nel tempo stesso lo sorprende, improvviso, il suono dell'organo invisibile, dal timbro inconfondibile, di antichi organari: gli Amati. Qui, al visitatore attento, non sfugge il particolare curioso dell'asse longitudinale della basilica lievemente deviato a destra, e dovuto forse ad un intento simbolico, denotando il reclino della testa del Signore morto in croce. Si noti nella distribuzione dei sostegni, il « sistema alternato » cioè di pilastri maggiori e pilastri minori, alternati, come nel S. Ambrogio di Milano. Poi si affaccia l'organismo attuale delle volte: « attuale », perché esse non sono quelle originarie del sec. XII. Nella seconda metà del sec. XV le condizioni statiche della copertura del presbiterio e delle navate, maggiore e minori, si eran fatte assai preoccupanti... « ecclesia minatur ruinam... ». Come fosse il tipo della volta originaria è un arduo problema destinato forse a non essere risolto mai. Nel sottotetto, ossia tra l'estradosso della volta attuale quattrocentesca e il tetto, negli angoli delle antiche crociere, trovansi alcuni frammenti di muratura, scampati al martello del De Candia, e posti superiormente all'innesto delle attuali crociere, nelle pareti laterali, interpretati come « immorsature » della volta originaria, certamente più alta dell'attuale. La quale volta originaria il De Dartein ritrasse nei suoi disegni come divisa in due sole grandi crociere rettangole poste per il lungo, e munite di costoloni; volta che teneva, così, tutta la lunghezza della navata, cioè dalla facciata sino all'inizio del tiburio, e crociere perciò pericolose e, nel sec. XV, rovinose, alle quali il De Candia avrebbe recato rimedio col distruggerle del tutto e col frazionarne la lunghezza in quattro, più validamente sostenute.

Così il rifacimento del De Candia, per il quale oggi ad ogni campata centrale ne corrisponde una sola laterale, venne a modificare quello che era il rapporto consueto nell'architettura romanica lombarda, cioè di una campata centrale alla quale corrispondevano due minori campate laterali. La volta, in prossimità del tiburio, offre un prezioso affresco, contemporaneo ad essa, di una incoronazione regale e due versi esametri:

IERONIMUS SACR(A) RECTOR HAC ED(E) ROXATUSHOC VETUS ORNAVIT TESTUDINE TEMPLUM
(Gerolamo Rosati rettore in questa Chiesa adornò con curva volta questo vetusto Tempio)
 

Connesso col sistema della volta maggiore è quello dei matronei caratteristici di questa Basilica, ossia di gallerie o logge correnti sopra le navate minori, gallerie le cui soglie sono avvertite e marcate verso la navata maggiore, da una cornice corrente tutto in giro e sorretta da mensolette di finissima scultura. Altra funzione dei matronei - di questi matronei - fuori di quella di bilanciare le pressioni interne, non sapremmo pensare. È difficile che per quelle scalette necessariamente anguste e ardue, praticate nel vivo delle pareti murarie, le quali scalette raggiungono non solo i matronei, ma anche le gallerie esterne e, più sopra, i sottotetti; o per le due passerelle che eran paurosamente sospese sui due bracci del transetto, comunicanti col presbiterio e con l'esterno dell'abside; è difficile, dico, che si arrampicassero o si avventurassero personaggi di rappresentanza o anche semplici fedeli: scalette e passerelle rispondevano, invece, al solo intento di un'assidua sorveglianza sopra tutto un organismo architettonico complesso e delicato come è questa basilica. Forse, anche i Canonici le avranno praticate; ma nella festa di Pentecoste, per salire sui matronei e di là gettare sopra i fedeli uccelletti vivi e fiammelle in figura dello Spirito Santo disceso sopra gli Apostoli. Peraltro, non si può escludere che la precedente basilica, paleocristiana, fosse provvista - per influenze bizantine - di matronei, in secoli, cioè, di coronazioni regali e di una maggiore disciplina liturgica e penitenziale.

 

 

Veniamo ora ai capitelli, la cui visione è delle più interessanti. Però, nell'impossibilità di osservarli tutti ci limiteremo ad alcuni capitelli figurativi di episodi biblici i quali, armonizzando col carattere sacro della basilica, possono concepirsi come legati insieme dal concetto del sacrificio, della tentazione, della fortezza e della morte serena.
Procedendo dall'ingresso, nella navata maggiore, notiamo, a destra, sul secondo pilastro minore, il Sacrificio di Abele e di Caino: Abele, pastore di greggi, offre un capretto; Caino, agricoltore, qualche cosa come un mazzo, forse spighe o frutti. Dall'alto sporge una mano verso Abele, lieto, a ricevere il sacrificio di lui, trascurando quello di Caino triste che a Dio non è accetto. Si noti il grande abaco sovrastante, ricco di motivi decorativi. Sul medesimo pilastro, ma dalla parte opposta, ecco Adamo ed Eva. Tra l'uno e l'altra è l'albero, attorno al quale il serpente tentatore si avvoltola con le sue spire. Eva, pudica, porge ad Adamo il pomo fatale. Il forte rilievo sembra staccarsi dal fondo. Le molte sirene a doppia coda sparse dovunque, dentro e fuori, ribadiscono il concetto cristiano della tentazione.

Sul pilastro seguente, maggiore, ultimo di destra, la Giustizia di Dio, donna nobilmente assisa, coronata, in ricca veste è in atto di giudicare, serena e inflessibile: e con la destra accoglie il Giusto povero che sorride, e con la sinistra respinge l'Ingiusto, ricco, che porta la mano alla fronte, in atto di dolore. Ritornando ora sui nostri passi, e iniziando da sinistra, ecco sul secondo pilastro minore un capitello che reca una figura, ben conservata, di donna in piedi, che sembra inserita e solitaria tra motivi decorativi che con essa non hanno relazione alcuna. La donna è in tunica lunga sino ai piedi; e il pudore che spira da tutta la persona e la presenza dei due alberi, che lo scultore ha riprodotti simili, ma non uguali (uno è concavo e l’altro convesso), mi fanno ritenere che, anche qui, ella sia la casta Susanna, che qui sorride e trionfa per la giusta sentenza ottenuta in modo insperato. Sul medesimo pilastro, ma dalla parte opposta, è Sansone, che subito si riconosce per le lunghe famose chiome al vento, dalle quali attingeva la sua forza tremenda. Ed ora, volgendoci al vicino pilastro, ultimo, maggiore, ecco subito lì, al medesimo livello di Sansone, il più curioso dei capitelli, il più noto di tutti: la Morte del Giusto.

Questi giace, ormai cadavere e con le braccia incrociate in segno della tranquillità e della pace che si scorgono anche nel viso, sul lettuccio a due colonnine lavorate, visibili; la coperta, a belle pieghe, scende fin quasi a terra, come vedremo tra poco, in un prezioso affresco. L'anima ormai uscita dal corpo, è in figura di fanciullino che con un braccio si aggrappa, come a rifugio, al collo dell'arcangelo San Michele, alato, il quale è comparso improvvisamente a trafiggere, con l'asta, proprio nella bocca, il diavoletto pure alato, ma tricornuto, caudato e dagli artigli di uccellaccio; il quale diavoletto aveva già afferrato il fanciullino per una gamba, rivendicandoselo come ghiotta preda. Ma invano: Michele riuscirà vittorioso dalla lotta e, in funzione di « psicopompo » o accompagnatore di anime, recherà l'anima del Giusto in Paradiso.

A compiere la serie dei capitelli biblici, portiamoci, per un momento, sotto il tiburio, ed osserviamo, sul grande pilastro frontale di destra, del così detto arco trionfale, il capitello, lassù, del Sacrificio di Abramo. Ma la scena è ristretta e povera di elementi: tuttavia è ravvisabile la mano che, a sinistra, sporge dall'alto ad arrestare il gesto di Abramo che, generoso e obbediente a Dio, si è precipitato sul figlio Isacco, a colpirlo.

 

 

Il nostro Mosaico - va subito avvertito - è mutilo sin da quando l'altare marmoreo rettangolare massiccio - dell'anno 1383 - che vediamo di fronte a noi, era stato, dalla sua collocazione verso l'abside, originaria, prima dell'anno 1580 - come da documenti - rimosso e spostato in avanti a coprire fatalmente, del mosaico, alcuni Mesi e una parte del Labirinto; poco dopo, ossia l'anno 1592, il Vescovo Sant'Alessandro Sauli ne aveva riconsacrato la pietra sacra. In un disegno della Biblioteca Vaticana appare il mosaico in tutto il suo splendore; i personaggi sono rappresentati come disposti entro piccole arcate un poco ribassate, e sostenute da colonnine con capitelli a due foglioline leggermente ripiegate: ciascun personaggio col proprio attributo distintivo e caratteristico. Il Re Anno coronato è seduto maestosamente sul suo trono, è vestito di tunica rosea e di clamide azzurra, della quale il lembo anteriore è raccolto sul braccio che tiene il globo, mentre l'altro braccio impugna lo scettro: ANNUS. Egli è circondato dalle figure dei 12 mesi, collocate in singole nicchie.

Sotto questa mirabile zona orizzontale, ecco i lineamenti del Labyrinthus di Creta con i suoi errores, ossia giri e rigiri che, quando uno vi fosse entrato, non trovava più la via per uscirne, tranne Teseo in berretto frigio che, tenendo per un capo un filo, il cui altro capo era tenuto da Arianna che stava di fuori, poté, senza perdersi, arrivare sino al centro, ammazzare il Minotauro e tranquillamente uscirne fuori, sano e salvo. Ecco la scena del clipeo centrale: il Minotauro bicornuto, che ha ucciso un uomo, il quale ora giace a terra decapitato, ne tiene, appunto, la testa afferrandola per i capelli, mentre con l'altra mano impugna ancora la spada. Teseo gli arriva alle spalle e lo colpisce nella testa o nel collo. Intorno si legge:
 

TESEUS INTRAVIT MONSTRUM (QUE) BIFORME NECAVIT.
(Teseo entrò e il mostro biforme ammazzò): è un verso « leonino » ossia con rima al mezzo
.
 

Il mosaico, in buona parte recuperato, rimarrà sempre a contemplazione degli studiosi. La tecnica sua perfetta, le piccole « tessere » ossia cubetti fini, nei filamenti mollemente sinuosi e formanti i lineamenti più costruttivi di personaggi e di animali, ne fanno un bell'opus vermiculatum; e la grafia dei nomi, quasi elegante e composta, è ben più regolare di quella del mosaico di Santa Maria del Popolo, e di quella dei Mesi del Monastero di S. Maria Vetere, che ora sono in Castello.

 

 

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