QUELLE CHE RICORDIAMO



Una sera, sull'imbrunire, all'imbocco dei portici di Piazza Grande, per merito dell'autobus che non
arrivava mai e per un improvviso ritorno di immagini non dimenticate, è riapparso alla memoria il quadro vivo
ed animato di questa nostra Piazza come era: con i pittoreschi ombrelloni, i banchi di vendita, la folla affaccendata e
traboccante, sotto le arcate accoglienti dove ogni spazio era una bancarella, ogni negozio un emporio di
tessuti o di chincaglierie, di oggetti casalinghi, di arnesi agricoli ed artigianali, oppure di commestibili, di ortaggi,
di fiori. Intercalato poi, in attraente scacchiera, un susseguirsi di trattorie e di mescite di noto richiamo e di
antica discendenza. Sfondi, colori, episodi che d'inverno, con le fiamme ancor crepitanti dai bracieri dei venditori
ambulanti e dagli improvvisati falò dei ragazzi, con persistente odor di polenta preparata sul posto e di caldarroste,
componevano un quadro di genere, da assomigliare a quelli popolareschi di David Teniers.

Alla fine del secolo scorso, i portici di Piazza Grande erano caratterizzati da numerose insegne. Servivano alla
indicazione precisa dell'esercizio ed all'identificazione del gestore, attraverso un simbolo ben comprensibile anche
dalla gente piuttosto analfabeta che affluiva nei giorni di mercato in città.

Non bastava la merce esposta, spesso identica od affine, a distinguere l'uno o l'altro negozio, entro i limiti ristretti
di quella zona superaffollata: di qui la necessità delle moltissime insegne indicatrici.

Così, ripercorrendo con la fantasia i portici e le strette vie che da Piazza Grande portano verso Piazza del Duomo, o si
congiungono a Piazza Cavagneria, sono riapparse alla memoria alcune insegne, le ultime rimaste di un declinante
ottocento.
Una Stella d'oro a cinque punte, sotto le arcate ogivali della Casa Ferrari, con l'affresco di San Siro, indicava il negozio
di tessuti dello stesso proprietario; più avanti, verso il Broletto, un altro negozio di stoffe aveva per
indicazione la statuetta della Madonna; uno zoccolo massiccio - pianta e tacco di legno, come portavano le donne
di campagna (ed anche molte di città, perchè le pianelle, o sibrett, erano già una distinzione) - costituiva la visibile
insegna della zoccoleria Pietra, dove finisce il portico orientale, nelle case che nascondono la chiesetta di Santa
Maria Gualtieri; due piccioni scolpiti in legno e colorati al naturale, erano il punto indicativo di un altro mercante,
(sinonimo di commerciante in stoffe) in Via del Comune, angolo Via Paratici; nella stessa strada, dondolava uno stivale
d'oro, visibile insegna di una calzoleria Visconti (anche il calzolaio Gronda, di fronte all'Università, aveva esposto,
a colori, un alto stivale al centro di una danza di putti); all'angolo della Piazza con Via del Comune, l'ombrelleria
Scolari apriva un grande ombrellone, a colori vivaci, caratteristico dei fittabili e dei parroci di campagna; la pellicceria
già Agosteo, all'angolo di Strada Nuova con Via della Zecca, si imponeva con un leopardo impagliato; la « Latteria Pavese »
di Angelo Casali, quando adottò le bottiglie di vetro (prima il latte si versava col « misurin » nei recipienti casalinghi,
la « tulina dàl lat » ) aveva issato una grande bottiglia bianca; a sua volta un merciaio (màrcantin), una mano inguantata
bianca, con polsino rosso; i vecchi orologiai Pavesi e Rustioni, esponevano un cipollone Roskopf, l'orologio da tasca dei
ferrovieri, sinonimo di precisione (ma anche allora i treni ritardavano); gli ottici Nazzarí e Morandotti si rendevano
visibili con grandi occhiali dal vetro azzurro; la ricevitoria del Lotto di Via Calatafimi era identificabile per cinque
caselle in legno allineate, con i numeri ultimi estratti alla ruota di Milano...

La sera, queste insegne venivano tolte dai giovani di bottega, per timore delle intemperanze studentesche.
Ma le insegne più durevoli, rimaste almeno nel nome, sono quelle delle trattorie, degli alberghi, delle osterie, in
Piazza Grande e in tutta la città.
Allora il mercato, anche quello delle granaglie e di tutti i prodotti dell'agricoltura e della zootecnia, si prolungava
fino alle prime ore del pomeriggio ed era obbligatorio l'intermezzo della colazione, la riunione più adatta a perfezionare,
con la « buona tavola », i contratti ed a respirare quell'aria di città più attraente di facili distrazioni
che non quella abituale della campagna.
Per qualche secolo, queste antiche trattorie pavesi, hanno visto passare sotto le loro volte fumose, tra le scaffalature di
bottiglie e di paponi, tra spiedi rosolanti e « portate » appetitose, tutto un mondo rurale e cittadino, bonario e gioviale,
popolano e piccolo borghese, intellettuale e cospiratore, l'anima stessa di tante generazioni che hanno scritto pagine di
storia della nostra Pavia.
Ed ecco, infatti, un'altra sequenza sullo scenario della pittoresca Piazza del Mercato.
Da solo pochi anni è scomparsa la Trattoria del « Sole », con l'emblema del faccione, goffo e raggiante; uguale sorte,
per la trattoria « Svizzera », un'insegna con sfondo di montagne con prosperose mucche lattifere (quartiere clandestino
dell'infelice motto mazziniano di cento anni fa); la trattoria dell'« Ancora », col tradizionale simbolo marinaro; quella di
Beretta, che si distingueva per una berretta rossa, in Via Beccaria, dove, nel cortile, era anche una scuola di ballo molto
goliardica.
Queste insegne e tutte le altre che ci sfuggono, erano concentrate in Piazza Grande dove, nel Broletto, fino al
1862, ebbe sede il Municipio, il cuore della vecchia Pavia.
Gli altri negozi - soltanto Strada Nuova e i Corsi Garibaldi e Cavour allineavano botteghe - erano facilmente identificabili
con riferimenti di luogo; scarse e superflue infatti, le loro insegne. Invece continuarono, come abbiamo detto, quelle
caratteristiche dei pubblici esercizi.

Possiamo infatti enumerare il dovizioso elenco di queste insegne: la Croce Bianca aveva il suo simbolo all'angolo
del Demetrio; i Tre Gigli, fedele e lieto ritrovo di compagnie studentesche e dottorali, richiamo ambientale di
buona letteratura lombarda, apparivano nel cortile della già ricordata « Latteria Pavese »; poi tutta una serie di
tacili simboli d'oro: il « Leon d'oro », che terminò di ruggire in Corso Cavour; il « Pesce d'oro », che guizzò
prosperoso e poi si lasciò prendere nella rete dell'UPIM; il « Cannon d'oro », con tanto di affusto, già puntato in
Strada Nuova, angolo Capsoni; e per concludere la serie aurea, quella « Croce d'oro », in Via Calatafimi, dove era
la Locanda del Moro o del Saracino, dove prese alloggio Leonardo da Vinci. Un'insegna, questa, che deve essere stata ripresa,
perchè il Vicolo dei Longobardi ebbe nome « del Negrone », certamente da un'osteria ivi esistente; così come il Vicolo del «
Gallo », oggi denominato Emilio Cravos, eroe goriziano.

Altre insegne e « locali » scomparsi più o meno recentemente, sono stati: « l'Angelo », nella casa di Strada
Nuova, dove è ancora murato l'angelo di marmo che ricorda il miracolo di una cessata peste, al tempo del
Vescovo San Damiano; la « Colombina » dall'emblema somasco del Monastero, oggi Palazzo del Tribunale, nella
via omonima, ora Romagnosi.

Uguale ispirazione ebbe la serie, ormai cancellata dal tempo, delle insegne dedicate alle immagini dei Santi,
motivo di ferri battuti o di affreschi o di tavolette dipinte,a cominciare da « San Siro » per l'Albergo nella contrada,
intitolata al Patrono della Città, l'attuale Via Bordoni.
Così per le locande di « Sant'Antonio » in Borgo Ticino - dove c'erano anche le insegne della « Corona » e dei
numeri « 5 » e « 7 » - di « S. Marco » e di « S. Carlo », ai lati estremi del lungo e caratteristico edificio a portici
di Borgo Calvenzano, punto d'arrivo e di partenza delle barche corriere sul Naviglio. Del « S. Carlo » rimane ancora l'ovale
affrescato con la figura di San Carlo Borromeo; del S. Marco resta il ricordo di una galante avventura
settecentesca che merita di essere citata.

Un celebre cavaliere, alloggiato al « S. Marco », aveva regalato 20 ducati a una ballerina che furoreggiava in
teatro; presentatasi a ringraziarlo, con la madre e la sorella, era stata invitata a cena. Ma un focoso pretendente, un
ufficiale francese, si interpose apostrofando: « Signor Veneziano, o mandare a monte la cena, o invitare anche me,
o misurare le spade ». Una scenata.

La ballerina fu liberata dall'importuno e potè cenare col cavaliere che, nelle sue Memorie annotò: « Potevo
farla mia, perchè la gratitudine aveva spianato la strada, ma non volevo prolungare il soggiorno a Pavia e piccandomi forse
di essere più generoso senza doppio fine, la congedai, ringraziandola ». Incredibile, perchè quel Cavaliere era Giacomo
Casanova.

E giacchè siamo vicini a Porta « Stopa », poi Cairoli, oggi Piazza Emanuele Filiberto, scendendo verso la Chiesa
di S. Francesco, all'angolo di Via Carpanelli, avremmo incontrato l'Osteria del « Cavallino », un cavallo bianco
per insegna; così come in Corso Carlo Alberto, di fronte all'Aula Scarpa, era l'« Osteria del Sasso », dall'affresco
ivi esistente di una Madonna che, colpita dalla sassata di mano sacrilega, compì il miracolo di spargere prezioso
sangue dalla ferita.

Un'antica tradizione imponeva, un tempo, simboli caratteristici anche alla nobile arte degli Speziali. Da noi,
nel centro, dove potevano facilmente confondersi, oltre alle generiche insegne del mortaio e del pestello o della
coppa con i serpentelli attorcigliati, alcune, singolari e caratteristiche, erano ben visibili in Strada Nuova. La farmacia
all'angolo di Via Varese ha tenuto esposta in vetrina, sotto una campana di vetro, una bizzarra cristallizzazione di sali
candidi e lucenti che divenne simbolo ironico dell'immobilismo di quei tempi; la scomparsa farmacia Ferrari, quasi
di fronte alla porta centrale dell'Università, aveva ai lati due grandi vasi di acqua colorata, rossa e verde, che la sera
venivano illuminati con molta meraviglia di noi ragazzi.
E finalmente la farmacia già Faruffini si onorò di una insegna, opera giovanile del pittore Federico Faruffini (Esculapio e
Igea su sfondo di storte e di alambicchi) che, in parti separate, costituì altrettanti preziosi pezzi da collezione. La
farmacia è ora contraddistinta da una piccola lapide che, per merito di Plinio Fraccaro, ne ricorda il
richiamo in « Zelinda e Lindoro » di Carlo Goldoni: « dirimpetto all'Università a fianco di uno Speciale da medicine ».

Queste creazioni parlanti di un « analfabetismo pittoresco » lasciarono poi il posto alle chiare e semplici iscrizioni,
divenute comprensibili per l'obbligo e l'aumentato livello dell'istruzione popolare. Eppure, anche in queste,
si trovano tracce di sentimenti ottocenteschi, romantici e patriottici, come la « Bella Venezia » in piazza S. Francesco e il
« Bixio » nella casa dei Cairoli.
Concludiamo con un'insegna non figurativa, ma dotta.
Accenniamo al negozio di fioraio in Corso Cavour, a destra, subito dopo Piazza Grande. Per la confidenza professionale
con Linneo del titolare (ottimo tecnico all'Orto Botanico) era stato scritto sopra la vetrina « Plantae » in bel
latino e con tanto di dittongo. Ma recentemente, vuoi perchè il pubblico più evoluto ma meno colto, non rispettava il
dittongo e leggeva « Plantàe », vuoi perchè giorni tristi attendevano la madrelingua latina, l'iscrizione è scomparsa per
lasciare il posto al cognome del fioraio, Giulio Bertoloni, recentemente mancato.

Da quel giorno, anche lo spirito erudito della tradizione ha dimesso la toga dottorale ed ha mostrato i sopraggiunti «
blue-jeans ».

I tempi erano ormai maturi perchè anche la Piazza del Mercato - come tante altre belle ed illustri Piazze d'Italia -
divenisse un comodo ma squallido posteggio di automobili, mutando così il suo nobilissimo volto.