QUEI NOSTRI SIGNORI DEI MIRACOLI
Repubblica — 01 settembre 1985 pagina 30 sezione: SPORT
CHI HA INVENTATO la bicicletta ha dato finalmente ai poveri un epos tangibile.
Ci pensò anche Leonardo, al suo modo svagato. Sintetizzò l' idea del cavallo e
fece in sostanza dell' uomo il paladino e il somiero di se stesso. Il professor
Marangoni ritrovò il foglio perduto e lo diede alle stampe. Il rozzo disegno era
corredato d' insulti al garzoncello che in quel periodo godeva i favori del
maestro. Più d' un progetto, era la parete d' un cesso pubblico: di lì dedussi
che il due volte "tamburato per sodomia" Lionardo di esser Piero da Vinci doveva
esser animato da distorto vigor virile. Secoli dopo dovevo io stesso dare
significati astrusi a parti anatomiche implicate nell' esercizio del pedalare,
con la sorpresa di veder un mio capitoletto riprodotto in un' antologia per le
scuole medie: la voce "soprassella" aveva richiesto una nota a piè di pagina: in
essa il curatore precisava trattarsi d' un "accessorio ciclistico". A simili
equivoci banali erano destinati gli epici trasporti dei poveri. Per evitarli,
questo dichiarò Luigi Ganna nell' intervista concessa - a Milano - pochi istanti
dopo aver tagliato il traguardo del suo primo vittorioso Giro d' Italia (1909):
"La mia impressione a caldo? Me brusa tanto el cu". Luigi Ganna era un muratore
varesino. Mai si sarebbe abbassato all' ipocrisia di chiamar soprassella quello
che gli bruciava tanto in quel preciso momento. Il suo senso pratico venne
premiato da sicuri impulsi industriali. La bicicletta Ganna riportò successi
degni del suo ideatore. Luigi Ganna partecipò con Carloeu Galetti ed Eberardo
Pavesi al Tour de France 1906. Si parlava di loro come dei tre moschettieri.
Pedalavano su banchine ciclabili tra fossi e paracarri. Le strade italiane
meritavano la sincera pietà dei buoni e la spregiosa arroganza dei francesi. Il
ritmo dei moschettieri avrebbe indotto Dumas padre e il suo nègre (professore di
storia) a privilegiare le odiose guardie del Cardinale. Il mattino di tappa,
Luigi acquistava un pane circolare e se lo infilava al collo o al braccio.
Sapeva reggere solo in salita (come oggi gli spagnoli). Tornò a casa mortificato
e lo seguì Galetti, suo rivale. A correre restò Pavesi, che rubava il cibo dalle
tavole degli accasati. Una volta lo videro addentare una banana senza sbucciarla
e risero molto di lui. Un' altra volta gli misero scialappa in un thermos di
zabaione e lui dovette nascondersi venti volte ai margini per espellere il fatto
suo. Poi si fece gregario di Petit Breton ed ebbe salva la micca fino a Parigi.
Seguire il ciclismo dei nostri pionieri significa commuoversi ad ogni stagione
per quanto era povera e sprovveduta l' umile Italia. I suoi poveri abitanti non
se ne rendevano conto perchè la vera povertà è la mancanza di cultura. Chi se ne
rendeva conto parlava di incommensurabili geni o lasciava dire ai preti che
sperare in una miglior vita nell' aldilà era un sublime dono della fede. Più
enorme di questa promessa ultraterrena mi parve solo quanto rispose un
colonnello a chi gli faceva notare che "le bombe a mano Tali ' un facevano un
cazzonulla": "Anche questo prova che gli italiani sono un popolo umanitario". Si
era nel 1941. La guerra infuriava sulle galassie vicine. Torno alle lunghe selle
di cuoio dalle quali si difendevano i pionieri mettendo fra quelle e la parte
più ascosa di sè una vasta ed emolliente bistecca di manzo. Sui libri si rideva
dei selvaggi Unni che facevano saisonner la carne fra sè e la groppa del loro
cavallo. Molto più civile (si diceva ai poveri italioti) rosicchiare radici ed
aromatiche erbe di proda. Girardendo e Binda venivano scritturati per lunghi e
massacranti inseguimenti al parigino Vel D' Hiv. Non si parlavano guari,
obbedendo al clichè dei perfetti nemici. Battevano tutti in cavalcate omeriche.
L' Italia degli anni 20 aveva cambiato ritmo. Gira prese parte a un gran premio
Wolber, che era il mondiale di un' epoca senza mondiali, e lo vinse da solo
contro tutti. Il ciclismo internazionale istituì i campionati del mondo nel 1927
al Nuerburgring di Adenau. Vi andarono quattro italiani e occuparono i primi
quattro posti. Alfredo Binda galoppò solitario sui rudi saliscendi dell'
automotodromo più famoso di Germania e - dopo Indianapolis e Monza - pure del
mondo. Girardengo inseguì digrignando Binda. Piemontesi inseguì Gira. Belloni
inseguì a sua volta Piemontesi precedendo tutti gli altri. L' Italia non faceva
cassetta con riunioni su pista (Mil Colombo aveva lasciato smantellare di
proposito il Velodromo Sempione). Il trionfo degli italiani ai mondiali
scandalizzò francesi, olandesi e belgi. La federazione internazionale si
convertì ai percorsi piatti e veloci. Gli italiani rivinsero nel ' 30 e ' 32 con
Binda, nel ' 31 con Guerra: e fu la tristissima fine d' un primato. Gli
specialisti in Kermesses irridevano ai nostri passisti, privi d' un pointe de
vitesse. Il nostro epos plebo sbiadì nel dispetto. Qualcuno aveva convinto gli
italiani che de Coubertin era falso come i preti che promettevano soavi rifugi
nell' aldilà. "Italo vince sempre (o si spara)": Con il risultato reale che non
spara e perde sempre. Poi viene Fausto Coppi l' immenso. Gli dico: "E' chiaro
che hai comprato De Rijck". Risponde: "Se andavi tu, non te lo vendeva". Il
domani De Rijck, spudorato, acquistò da sconfitto una Mercedes costosissima.
Rientrando da Lugano, Cavanna appoggiava cupo il mento al manico del bastone
ritto fra le ginocchia. Dai margini la "populace ma mère" inveiva alla dama
traviatrice. Coppi venne ancora citato quale deus ex machina quando gridò a
Baldini di entrare nella fuga lanciata al primissimo giro di Reims. Lui,
meditando, rimase sulle ruote più pigre. Baldini spinse l' enorme possa ad
acchiappare Nencini e Bobet (con un olandese che ho dimenticato). Era greve e
possente come uno schiacciasassi. Da una vetrata alta sul traguardo lo seguiva
trepidante una ragazzina di Reggio con occhi grandi e stellanti. Baldini
spianava la bazza cercandola un istante. Poi ci dava dentro infuocando i
polpacci torniti. Rimase solo. L' altoparlante francese deplorò Nencini "parce
qu' il ne collaborait pas avec Bobet". Ma che becco hanno a volte i cugini.
Cuore-matto Bitossi, allo stremo, si distrasse sull' ultima pedalata e Marino
Basso guizzò a beffarlo come si meritava la sola alloccaggine, non il nerbo nè
il coraggio. Fu un mondiale senza esaltazioni di tifo se non generico. Ben altri
canti ebbero Adorni, Gimondi, Moser e Saronni. La signora Fortuna mostrò denti
verdi a Eddy Merckx per una volta. Aveva acquistato qualcuno Campagnolo, al
quale piaceva dominare il mondo. Tifava Gimondi e Merckx. Vinse il migliore
lasciandolo sereno. Gimondi era di pochissimo inferiore a Binda e Coppi: una
cattiva stella lo fece nascere nell' era di Merckx, una sola altra volta battuto
- quando era giovane - dal verdiano Adorni. E anche lì c' entravano i nuovissimi
freni Campagnolo. Moser indignò i sentimentali fervidamente fedeli alle paturnie
dei pionieri. Mammina Canins ha gli stessi pedali azionati da massi erratici.
Gli estri improvvisi sgomentano gli epigoni di Bartali: ogni vittoria un'
improba fatica, una conquista sofferta con il debito stoicismo. O retorica
italiota, così ricca di ali inette al volo. Moser ci vendica una sola volta su
tre. Coureurs vagons si chiamano i succhiaruote che stanno nella scia fino all'
ultimo guizzo, al perfido colpo di reni. Un belga e un olandese irridono al
sacrificio del più eroico (l' attributo è di rigore), finchè quello non sbotta
ululando la sua grandezza. Infine, Giuseppino Saronni. Ha la struttura nel
normotipo medio proporzionale fra il brevilineo Girardendo e il longilineo
Binda. Impara a guizzare sui precari sentieri delle piste. Regge i ritmi omicidi
della strada, salta via secondo che esige la mia abusata metafora dell' elastico
al quale l' omino pare aggrappato con i denti. Il suo mondiale mi fa balzare
dalla sedia sulla quale dormicchio una lontana domenica in riva al mio lago. Gli
occhi di Saronni esprimono sgomento; le sue mani umide atterriscono chi sa come
e quanto mortifero sia il ciclismo di oggi. E' un Leviatano, un Moloch che
distrugge e divora. I pionieri galoppavano compresi e compatiti nella polvere
bianca che serviva alle lepri per spulciarsi, prima che la inumidisse la guazza
d' estate. La loro fatica era da somieri di se medesimi quali anche noi eravamo,
tanto fervidi e bisognosi di epos: alla fine, giganti, primeggiavano per l'
avara zuppa e l' entusiasmo di tutti. Poi, pedalare divenne uno snob quasi
perverso, appetto del quale il golf è una soave fregola di passeggiatori
distinti (a te Mau, a te Emilio), anche a livello di ex caddies. L' asfalto
ingannò le ruote sempre più leggere ed agili. Inghiottite, vi sfido, un uovo a
cinquanta orari. Nutritevi se potete con il cuore in gola o addirittura fra i
denti. La vertigine vi coglie prima che il cuore scoppi come un petardo
imbizzito. Le ecatombi si consumano nella presunzione. Basta un mese di mancata
apartheid per mettere la bolsa ruota d' uno zulù davanti al fior fiore d' Europa
e d' America. Ricordate lo schianto a catena di ieri sulla discesa di Giavera
del Montello. Da questa parte una pallottola vagante centrò la fronte d' un
cavaliere prodigiosamente munito di ali. Giocava a poker allo "storione" di
Padova: "A zog l' austriac ad' d' man (punto l' austriaco di domani)". Da qui
compresi che l' eroismo dei ricchi aveva un prezzo come il nostro di puri
plebei. E mi convinsi che l' epos non vieta compensi adeguati. Moser e Saronni
si detestano - spero - come è legge che sia fra colleghi tenuti a inimicizia.
Ciascuno di loro porterà sullo scudo il nostro stemma. Se confideremo in loro,
sarà come pregare. Io credo veramente nella sola preghiera, quale che sia. Uno
stadio di gente concorde nel sostenere un atleta in fondo prega, muove,
sospinge. Qualcuno con lo sguardo piega addirittura il ferro. Noi tutti,
insieme, possiamo agguantare la Nike per un' ala e costringerla ai piedi di uno
che porti il nostro stemma sulla sua sottile corazza di seta. Ho citato Moser e
Saronni sperandoli recidivi. Altri vi sono a correre con loro per sè e per tutti
noi. Da Maratona è tornato il cursore Fidippide ed è stramazzato, crepando, nel
sussurare "Nike!". Noi certo non pretendiamo esiti così infetti di romanticismo.
Schiarisciti la voce, De Zan, e dillo forte in Tv. Ci basta. - di GIANNI BRERA