A PAVIA MARTORIATA UN ESERCITO DI SFOLLATI

Repubblica — 08 novembre 1994   pagina 7

PAVIA - Due morti, quasi quattromila sfollati, un quartiere di Pavia isolato, cascine e frazioni di una ventina di comuni della provincia invasi dall' acqua e da due giorni senza luce e riscaldamento. E linee telefoniche saltate, difficoltà di approvvigionamento e di collegamento, ponti chiusi, strade interrotte, traffico in tilt. Il Po e il Ticino sono a livelli mai raggiunti negli ultimi quarant' anni, gli argini maestri dei due fiumi hanno ceduto in diversi punti e molte zone sono sotto l' incubo di nuove inondazioni. Poi, proprio quando calava la notte, l' ultima emergenza a Pieve Porto Morone, San Zenone, Spessa Po, a valle della confluenza tra Po e Ticino. I militari, che per tutto il pomeriggio avevano tentato di tamponare le falle lungo gli argini portando centinaia di sacchi di sabbia, hanno dovuto abbandonare l' impresa, lasciare sfogo al grande fiume, per non essere travolti dalla nuova ondata di piena che ha costretto altre 1500 persone a lasciare le loro case. Il maltempo ha colpito duramente Pavia tra domenica notte e ieri per tutta la giornata. Un disastro che, in questo secolo, ha il solo precedente nella piena del novembre ' 51, quando il livello dell' acqua alla confluenza tra Po e Ticino raggiunse i 7,81 metri (ieri alle 16.30 è stato misurato il massimo di 7,60 metri). Le prime avvisaglie della grande piena c' erano già state sabato mattina. Il fiume saliva, prima, a dieci centimetri all' ora, poi si è arrivati a 27 centimetri e, in breve, tutte le case del quartiere che si affaccia proprio sul fiume, dove abitano cinquecento persone, sono state sommerse fino all' altezza del primo piano. In prefettura è stata allestita un' unità di crisi per i primi interventi. Ma proprio dal Borgo arrivava la prima tragica notizia: due persone, Sergio e Clara Ferretto, padre e figlia di 58 e 32 anni che tentavano di raggiungere verso le nove e mezza disera, a piedi la loro casa in una delle strade già allagate, sono scivolati e subito travolti dalla corrente fortissima e sono stati trascinati via senza che un passante, che ha tentato disperatamente di afferrarli, riuscisse a salvarli. I loro corpi non sono ancora stati ritrovati. Mentre ieri si susseguivano le riunioni - a cui hanno partecipato nel pomeriggio anche i ministri Roberto Maroni e Francesco Speroni - il Ticino ha cominciato a dare meno preoccupazioni in città, diminuendo e poi bloccando il ritmo della crescita. Con la paura sotto controllo, c' era anche il tempo per qualche commento sui soccorsi: "E' l' una del pomeriggio e non è ancora arrivato qualcosa di caldo". "Soccorsi in ritardo? Speriamo che quello che è successo serva di lezione a tutti per la prossima volta. Ma ci sarà tempo per parlarne", ha commentato polemicamente anche il presidente del quartiere Vittorio Chierico. "La situazione si sta normalizzando e l' emergenza è sotto controllo", ha voluto però rassicurare tutti il sindaco di Pavia Rodolfo Jannacone Pazzi. Ma intanto c' era da pensare al Po, che, dopo aver invaso campagne e paesi della Lomellina (proprio lì si cominciano a contare i primi pesanti danni per le numerose aziende agricole) ha rotto gli argini e ha invaso altri paesi più a valle. Una nuova unità di crisi è stata allestita in serata proprio a Pieve Porto Morone, dove gli abitanti, sfollati dalla case hanno trovato ospitalità in alloggi di fortuna messi a disposizione dal Comune. In allerta intanto anche provincie e comuni del piacentino, cremonese e mantovano. - dal nostro inviato PIERANGELA FIORANI

 

' LA PIENA? APPENDETE I MOBILI AL SOFFITTO'

Repubblica — 18 novembre 1994   pagina 19   sezione: CRONACA

PAVIA - Come salvarsi dall' alluvione prosssima ventura? Comprarsi la barca e appendere i mobili al soffitto. E' quanto ha suggerito il sindaco di Pavia Rodolfo Iannaccone Pazzi agli esterefatti residenti di Borgo Ticino ancora alle prese con le abitazioni disastrate dalla piena del fiume. Solo in questi giorni sta terminando l' opera di risanamento dei locali tutta a carico dei danneggiati. E la polemica sul dopo-piena si fa rovente. Durante un' assemblea pubblica i cittadini hanno chiesto garanzie sui risarcimenti dei danni subiti, che in tutta la provincia superano i 300 miliardi. Inoltre sono state rivolte accese critiche sulla scarsa organizzazione dei soccorsi, gestiti grazie allo spirito di sacrificio dei volontari. Dopo le critiche e le proteste è infine intervenuto il primo cittadino. Dopo avere sottolineato che si è perso il contatto con il Ticino, il sindaco ha dato alcune indicazioni per come affrontare le prossime emergenze. I residenti del quartiere in riva al Ticino dovrebbero dotarsi di imbarcazioni e sistemare ganci sul soffitto per sollevare il mobilio in caso di piena. La sala è raggelata. Qualcuno dei presenti ha risposto in malomodo invitando il sindaco-professore a non prendere in giro la città. C' è stato qualche attimo di tensione. Il sindaco ha dovuto anche affrontare qualche vivace faccia a faccia con alcuni dei borghigiani irritati dalla proposta Iannaccone. C' è chi in effetti la barca o il canotto per le vacanze l' ha già: il problema è che, per evacuare 800 persone, sarebbero serviti mezzi di ben altre dimensioni. Anche il sistema dei mobili volanti sarebbe servito poco visto che l' acqua è salita velocemente sino ai primi piani delle case. - l l

LA LUNGA LISTA DEI COLPEVOLI

Repubblica — 11 novembre 1994   pagina 1

PIOVE governo ladro! Nessun dubbio che i governi degli ultimi quaranta anni siano stati, in fatto di cura del territorio e di alluvioni, ladri e inetti. E che l' attuale, pur incolpevole della recente catastrofe, abbia nelle intenzioni e nei fatti seguito i precedenti, basti pensare al ministro dell' Ambiente che odia gli ambientalisti e mal sopporta i parchi. Ma sembra altrettanto chiaro che nella gran lagna televisiva e giornalistica contro il governo ladro ci sia qualcosa di taciuto, qualcosa di cui è l' ora di parlare: le irresponsabilità degli altri, delle amministrazioni locali, delle famiglie, dei singoli. Per cominciare il popolo italiano e i suoi sindaci dovrebbero leggere gli avvisi di pericolo e non cestinarli come fastidiosi. Il prefetto di Cuneo aveva avvisato le amministrazioni locali quattro giorni prima della alluvione. Ora uno dei sindaci che hanno protestato per il mancato avviso riconosce che sì, lo aveva ricevuto, ma che non lo aveva preso sul serio. Il provveditorato al Po aveva mandato analogo avviso a tutte le amministrazioni sette giorni prima dell' alluvione, ma a quanto pare a nessuno era parso degno di attenzione. In tutta Italia è di gran voga il localismo e tutti parlano di federalismo. I leghisti hanno fatto della alluvione la loro campagna elettorale al grido "Roma ci ha lasciati soli". Forse sarebbe il caso che il localismo non si manifestasse solo in folklore e in voti e che ogni comune interessato ai rischi idrogeologici si dotasse di un minimo di organizzazione locale. C' è qualcosa che non va in questo localismo, in questo federalismo che oggigiorno gridano al malgoverno centrale e che poi se arriva la catastrofe si aspettano tutto da lui. SI SONO sentiti i sindaci di paesi completamente isolati per frane che avevano interrotto tutto, strade, ferrovie, telefoni, luce, acqua, lamentarsi con i primi arrivati in elicottero del ritardo dei soccorsi. Si sono sentiti abitanti e amministratori di Pavia lamentarsi perché mancavano le barche per soccorrere quelli di Borgo Ticino. Ma non passa, si può dire, anno che Borgo Ticino non venga alluvionato, possibile che chi ci abita non abbia mai pensato ad avere una dotazione di barche piatte o di gommoni per il quartiere? Si sono lamentati anche quelli di San Zenone Po, il paese di Gianni Brera nei cui libri si legge della millenaria paura di un paese costruito a pelo del grande fiume. Anche loro sorpresi. Si sono sentiti sindaci lamentarsi perché i soldati mandati in soccorso non sapevano usare le vanghe o le pale. Ma le vanghe e le pale sono strumenti di lavoro sempre più desueti e le responsabilità di un passaggio dalla civiltà contadina a quella industriale caotico e imprevidente non sono soltanto dei governi. Nella valle del Tanaro la civiltà contadina aveva costruito i suoi villaggi sulle colline, si andava da Asti a Alba senza incontrare un centro abitato. C' erano dei coltivi e dagli anni Cinquanta molte serre per gli ortaggi, ma non fabbriche, non paesi. Chi li ha messi nelle terre del fiume che ogni tanto impazzisce? I governi del voto di scambio li hanno permessi, ma gli onesti e virtuosi sudditi le hanno volute, anzi imposte a furor di popolo. Le hanno volute, le fabbriche, la gente ma anche gli imprenditori e "benefattori" come i Ferrero e i Miroglio. Ma possibile che nessuno abbia messo nel conto che queste aree andavano protette da una possibilissima inondazione? Nuto Revelli va scrivendo da anni, nei suoi libri, sull' agonia e la sparizione della civiltà alpina, dei paesi abbandonati, di tutto il sistema idrogeologico lasciato a se stesso o sconvolto: dai boschi tagliati alle grandi strade asfaltate e alle piste per lo sci, dalle terrazze che crollano, ai canali di alta quota interrati. Ma come pensare che il popolo dei montanari sarebbe rimasto nei suoi villaggi con redditi agricoli inferiori cinque volte, dieci volte a quelli offerti dall' industria? Avrebbero dovuto pensarci i vari governi, ma sulla protezione della montagna c' era poco da rubare, pochi voti di scambio da raccogliere. Fa eccezione nel paesaggio alpino piemontese la Valle d' Aosta, ma perché il voto di scambio stava lì nella montagna, nell' elettorato alpino con cui l' Union Valdotaine controbilanciava i voti cittadini. Il localismo sportivo folkloristico non conosce ostacoli, manda i suoi ragazzi alla maratona di New York, si gemella con tutti i comuni di Europa, celebra sagre e feste patronali in continuazione. E detesta Roma. Ma perché gli abitanti della val Tanaro e di altre zone alluvionate non si sono accorti che i ponti costruiti negli ultimi venti anni sui loro fiumi non potevano reggere al traffico pesante moltiplicatosi nel frattempo per dieci, per venti? E se se ne erano accorti perché hanno taciuto? La zona più industrializzata di Italia, il bacino del Lambro, è avvelenata e sta avvelenando tutta la pianura padana vicina al Po. E' colpa di Roma? No, Roma, il governo, per opera del ministro all' Ambiente Ruffolo aveva trovato i soldi e il progetto per la bonifica. Chi lo ha sabotato? Le amministrazioni locali oggi magari autonomiste e leghiste che dovevano difendere gli interessi degli assessori e dei consiglieri e, via discendendo, degli industrialotti che continuavano a buttare i loro reflui tossici nei fiumi o nei campi sino a rendere imbevibile anche l' acqua dei pozzi. Questo governo a noi non piace, e lo scriviamo quasi ogni giorno. Ma se gli italiani non si decidono ad andare a scuola di civiltà industriale non c' è governo al mondo che possa fermarci sulla via del disastro. - di GIORGIO BOCCA