MONUMENTI CIVILI

 

 

BROLETTO
piazza della Vittoria
E' il più antico broletto di Lombardia, e sorge sull'area occupata un tempo dalla sede dei vescovi di Pavia, eretta nel sec. VIII dal vescovo S. Damiano. L'attuale pianta quadrilatera, con un grande cortile al centro, ricalca appunto l'impianto della « domus episcopia », di cui scorgiamo una traccia verso la piazza in quella finestrella a bifora che risale forse al sec. XI. Nel 1162 l'imperatore Federico Barbarossa, dopo la distruzione di Milano, fu ospitato a Pavia, « in Curia Episcopi Papiensis, ubi Papienses faciunt concionem ». Nel grande cortile del palazzo vescovile si adunava dunque il Comune pavese, ospite del vescovo. Ma nel 1186 il Comune già si riuniva « in palatio maiori », che corrisponde all'ala di levante, ove sotto il portico attuale vediamo gli avanzi di un più antico porticato impostato su chiotti pilastri cilindrici.
L'aia di mezzogiorno fu ricostruita nel 1198, e fu chiamata « palatium novum ». Anche qui scorgiamo poderosi pilastri
cilindrici raccordati da grandi archi incurvati, oggi purtroppo chiusi. Al piano superiore si notano grandi trifore in cotto, oggi in gran parte nascoste dalla rinascimentale loggetta dei Notai (1539). Una preziosa lapide del 1198, oggi conservata nel Museo Civico, ci tramanda i nomi dei consoli che fecero costruire l'opera e dell'architetto che diresse i lavori: Bogia de Gargano.

Nel 1236 il vescovo Rodobaldo Cipolla vendette al Comune anche la rimanente parte del palazzo vescovile, corrispondente all'ala di settentrione, verso la piazza. Questa parte dell'edificio fu radicalmente trasformata mediante l'apertura di
un portico a giorno al piano terreno e di ampie finestre centinate ai piani superiori. Nello stesso tempo, a levante della
nuova facciata fu costruito il palazzo del Podestà, con finestre adorne di conci in arenaria alternati al mattone. La loggetta rinascimentale addossata alla facciata è della fine del Quattrocento, mentre di poco più tardo è lo scalone che immette nella sala maggiore, adorna di una stupenda decorazione affrescata. II cortile attuale presenta un porticato terreno e una loggetta al piano superiore, addossati nel sec. XV al preesistente porticato romanico.

L'edificio ospitò il Comune sino al 1875, quando la sede comunale fu trasferita nei palazzo Mezzabarba. Dopo alterne
vicende, il complesso è stato parzialmente restaurato nel 1928, ma per il radicale ripristino del monumento, fra i più interessanti nel suo genere, sarebbero necessari ulteriori interventi.





TORRE CIVICA
piazza del Duomo
(crollata nel 1989)
Sorge accanto all'ardita mole della cattedrale, tanto da essere scambiata talvolta per un campanile. Alcuni documenti
inediti attestano che la torre esisteva già nel 1157, ma la costruzione dovette subire varie fasi, tuttora avvertibili nella
diversa struttura muraria dei singoli ordini. La zona inferiore, impostata su conci marmorei e frammenti di monumenti funerari romani, ha le facciate scandite in cinque specchiature da sottili lesene collegate fra loro da archetti pensili, sotto i quali sono incastrate bellissime ciotole iridate. I primi due ordini sono stilisticamente e cronologicamente affini al campanile dell'abbazia di Pomposa, eretto verso il 1063. I due ordini superiori, che presentano alcune differenze tecniche, sono invece più recenti di qualche decennio. La parte superiore rimase a lungo priva di coronamento, ma nel 1583 l'architetto Pellegrino Tibaldi costruì la cella campanaria, di forme rinascimentali già volgenti al barocco.

Ai piedi della torre, verso piazza del Duomo, si conservano interessanti avanzi della facciata della demolita basilica
di S. Stefano, con un magnifico portale romanico. Verso via del Campanile, si vedono gli avanzi del fianco sinistro della
stessa basilica, con murature del sec. X.

Il crollo della Torre Civica



MURA E PORTE
La città di Pavia era difesa da una formidabile cerchia di mura romane successivamente ampliata nel 1130 circa. Dell'una e dell'altra non rimane oggi alcuna traccia. Nell'ultimo decennio del sec. XII si costruì un'altra cerchia di mura, anch'essa
scomparsa, di cui rimane soltanto qualche tratto tra Porta Stoppa e il Castello. Sul Lungoticino Sforza rimane ancora in
piedi buona parte di Porta Nuova, basata su grossi archi in cotto, di cui due ogivali. II grande arcone verso il fiume è
ancora di tipo romanico, con elementi di pietra inseriti nell'arco e nelle spalle. Sul Lungoticino Visconti prospetta invece
la Porta Calcinara costruita nel XV secolo.

Sotto la dominazione spagnola, la città fu circondata da una nuova cerchia di mura ad opera del governatore Francesco Gonzales. Imponentissime a vedersi, le mura spagnole furono demolite dopo il primo conflitto mondiale. Ne rimane
oggi qualche piccolo tratto verso il Ticino e dietro il Castello, coi bastioni di S. Epifanio, di S. Stefano e di S. Giustina. Delle numerose porte che si aprivano un tempo nel circuito delle mura rimane oggi la Porta Milano, degli inizi dell'Ottocento. Consta di due torrioni marmorei sormontati dalle statue del Po e del Ticino. Le due colonne al centro provengono dalla distrutta basilica longobarda di S. Maria alle Pertiche.





PONTE VECCHIO
Viale Lungo Ticino
L'antico ponte sul Ticino, distrutto dai bombardamenti aerei del 1944, fu costruito dagli architetti Giovanni da Ferrera
Jacopo da Cozzo sulle rovine di un precedente ponte che già esisteva in età romana. Iniziato nel 1352, costava di sei
piloni e sette arcate di luce ineguale, oltremodo pittoresche.
Già coperto da un tetto sin ab antiquo, nel 1583 ebbe sostituita la copertura con un nuovo tetto sorretto da cento pilastri in granito. Nel Settecento, sul pilone di mezzo fu costruita una cappelletta dedicata a S. Giovanni Nepomuceno. La porta
verso il Borgo Ticino era stata costruita nel 1599, mentre l'arco verso città fu eretto dall'Amati nel 1822. II nuovo ponte
s'ispira alle linee generali di quello perduto, ma fu ricostruito leggermente più a valle, come si nota dai pochi resti dell'altro.

LA FINE DEL PONTE COPERTO DI PAVIA (A.Arecchi)




TORRI GENTILIZIE MEDIOEVALI
Costituiscono ancora, nonostante l'ecatombe che se ne fece in passato, una delle caratteristiche più notevoli di Pavia. Un tempo, quando tutte si levavano al cielo, parevano una selva immensa di lance, simbolo e orgoglio del fiero Comune ghibellino. Ancor oggi, Pavia è nota come « la città delle cento torri », ma poche ormai sono quelle rimaste. Il gruppo più cospicuo è quello di piazza Leonardo da Vinci, seguito da quello di via L. Porta. La più alta di questo gruppo, quella dei Belcredi, misura una settantina di metri.
Delle altre, sparse ad ogni crocicchio, rimangono numerosi mozziconi che introducono una sanguigna nota medioevale nella fisionomia della città.

Si è molto discusso sulla funzione pratica di queste torri, ma recenti indagini hanno appurato che esse furono erette
dalle più potenti casate nobiliari a scopi bellici. Dalla loro cima merlata, mancante in tutte le torri superstiti, gli assediati lanciavano sui nemici ogni sorta di proiettili. Questo particolare spiega la quasi totale assenza di aperture nei lati. La maggior parte delle torri fu costruita nel sec. XII, ma qualcuna risale a data anche più antica.





CASTELLO VISCONTEO
piazza Castello
Con la definitiva conquista di Pavia, Galeazzo Visconti diede inizio al 1361 a questa grandiosa costruzione, che il Petrarca ebbe a definire « la più nobile fra quante sono opere moderne », e che Enea Silvio Piccolomini (Pio II) giudicava degna d'Imperatori e Papi. A soli cinque anni dall'inizio dei lavori i Visconti cominciarono ad abitare lo splendido edificio,
che peraltro non era ancora compiuto nel 1387. Si è molto discusso circa l'identificazione dell'architetto che ideò l'imponente costruzione. Si è pensato a Bernardo da Venezia, a Giacomino Abramelli, ad Antonio Cartari, a Bonino da Campione
e ad altri, compreso il noto architetto militare Bertolino da Novara. La critica più recente propende oggi ad assegnare il
grandioso edificio a Bernardo da Venezia, cui possiamo ormai attribuire anche la chiesa di S. Maria del Carmine. Persuasivo
risulta in proposito il parallelo che la Romanini ha istituito tra le trifore del campanile del Carmine e le quadrifore del
lato nord del castello, ove i nobili eccenti veneziani rivelano in modo inconfondibile l'intervento di Bernardo da Venezia.
L'influsso del maestro riappare ancora nel traforo delle balaustre, nella decorazione dei capitelli e nel « caratteristico nitore cristallino di fattura che contraddistingue in genere sempre le taglienti pareti in cotto del maestro venez:ano ».
L'edificio, circondato da un profondo fossato e protetto da rivellini e ponti levatoi, è a pianta quadrata con quattro
torrioni agli angoli. I lati esterni, coronati da una cortina di merli, seno interamente in cotto, e sono caratterizzati da
una sequenza di bellissime bifore che attenuano ogni senso di monotonia. Nel cortile, il cotto è alternato con la pietra
d'Angera e d'Ornavasso nel portico terreno e nel loggiato superiore, traforato da stupende quadrifore di gusto veneziano.
Le quadrifore dei lati di ponente e di levante, nel sec. XV, furono trasformate rispettivamente in bifore e monofore. Queste ultime vengono oggi attribuiíe a Jacobelio dalle Masegne.
II lato settentrionale, con due torrioni, fu abbattuto nel 1527 dalle artiglierie francesi di Odetto di Foix. II gran palagio era completato da un enorme parco, esteso ben 25 miglia, alla cui estremità sorgeva la Certosa.

Gian Galeazzo Visconti continuò l'opera del padre suo, chiamando ad abbellire il castello una folla di artisti, fra
cui Michelino da Besozzo, il Bembo, il Foppa, il Pisanello e altri insigni pittori. Nel periodo sforzesco l'edificio conobbe
nuovo sfarzo, specialmente nell'ala nord, andata purtroppo distrutta, che ospitava gli appartamenti ducali. Nel torrione
sinistro della fronte era collocata la famosa biblioteca ricca di quasi mille codici, mentre nel torrione di destra era il
celebre orologio, costato sedici anni di lavoro al padovano Giovanni de' Dondi, che segnava le ore e il corso degli astri.

Con la calata di Luigi XII di Francia, la biblioteca fu trasferita a Blois mentre, con la morte di Francesco Sforza (1535)
iniziò la decadenza e la rovina dell'immane edificio. Trasformato in caserma, ebbe a soffrire la rovinosa impronta di tutte
le dominazioni straniere. Soltano nel 1921, salvo un breve intervallo, l'edificio fu liberato dalla caserma, e potè ritornare
gradualmente all'antico splendore grazie a radicali restauri che hanno valorizzato quanto è rimasto di originale.

Adempiendo ad un voto formulato da molti decenni, il castello è stato adattato a sede delle Civiche Collezioni di Arte e di Storia, trasferite dalla vecchia e insufficiente sede di palazzo Malaspina. Fra le collezioni già
ordinate assumono eccezionale rilievo la sezione delle sculture barbariche, quella dell'arte romanica e quella del periodo
risorgimentale.





CASTELLO Di MIRABELLO
via Mirabello, 173
Dopo la costruzione del castello visconteo, iniziato nel 1360. Galeazzo II pensò di costituire alle sue spalle un grandioso parco destinato agli svaghi della caccia. Continuato da Gian Galeazzo e dai suoi successori, il parco raggiunse un'estensione pari a cinque chilometri, e fu ben presto cintato da un alto muro di cui si conserva ancora qualche avanzo.

La parte più antica del grandicso recinto, detta Parco Vecchio, muoveva dal castello e si spingeva sino a Torre del Gallo e alle Due Porte. Volgeva poi verso ovest e toccando la Porta Pescarina giungeva sino al Cantone delle Tre Miglia, ove costeggiando il Naviglio Vecchio tornava al castello. II Parco Nuovo, aggiunto in seguito, toccava Porta Chiozza, Porta d'Agosto, Torre del Mangano e I'Uschiolo, per congiungersi poi al Cantone delle Tre Miglia.

Quasi al centro di questo grandioso parco, lambito dalle acque della Vernavola, era il castello di Mirabello, splendido
ridotto di caccia di cui rimangono tuttora avanzi cospicui.
Sul poggetto dominante l'amena vallicola della Vernavola, sin dai primi decenni del Trecento, sorgeva un castello appartenente alla famiglia Fiamberti, cui era soggetto il luogo che, sin dal sec. XIII almeno, si chiamava « Mirabellum ».

Nello stesso punto, i Duchi di Milano costruirono un grandioso ridotto di caccia che conobbe un periodo di vero
splendore. Con la caduta degli Sforza e l'avvento delle dominazioni straniere, il castello decadde e fu in parte demolito.
Nel secolo scorso, quanto rimaneva dell'edificio fu restaurato, ma per la sua conservazione occorrerebbero ulteriori provvedimenti.

Al centro di una vastissima corte rustica si scorge la fronte dell'edificio, caratterizzata da un lunghissimo ballatoio
sporgente impostato su grossi mensoloni di pietra collegati da archetti. All'altezza del ballatoio s'aprono aperture con
arco semicircolare in cotto, mentre al piano terreno sono porticíne di tipo quattrocentesco e alcuni stemmi. La fronte
opposta presenta invece grandi finestroni in pietra di tipo guelfo, e tracce di una stupenda decorazione affrescata. Anche l'interno conserva qualche traccia dell'originario splendore.





UNIVERSITA' DEGLI STUDI
Strada Nuova, 65
L'Ateneo pavese affonda le sue origini remote nella scuola giuridica istituita sin dall'alto medioevo nel palazzo regio, da
cui uscivano i giudici e i notai che esercitavano il loro ufficio nelle città del Regno. Questa scuola giuridica si dedicava in particolare allo studio del diritto longobardo, e sarà illustrata più tardi da Lanfranco, Guglielmo, Gualcoso e altri famosi giuristi. Col noto capitolare dell'825, l'imperatore Lotario istituì a Pavia una Scuola di studi superiori, a cui dovevano accedere gli studenti delle città finitime. Questa Scuola ebbe un periodo di floridezza, ma decadde verso il sec. XI.

L'attuale Università degli Studi fu fondata nel 1361 da Galeazzo Visconti, subito dopo la conquista della città. Essa
conobbe periodi di grande splendore, e fu illustrata da studiosi di larga risonanza, tanto che il Foscolo l'ebbe a definire
« la più civile di tutte ». Fra i nomi più illustri dei suoi docenti ci limiteremo a ricordare Baldo degli Ubaldi, Giasone del Maino, Lorenzo Valla, Andrea Alciato, Gerolamo Cardano, Jacopo Menocchio, Gaspare Aselli, Antonio Scarpa, Lazzaro
Spallanzani, Alessandro Volta, Ugo Foscolo, Vincenzo Monti, Contardo Ferrini, Camillo Golgi, Carlo Forlanini e decine di
altri maestri altrettanto insigni.

II primitivo edificio universitario fu eretto da Ludovico il Moro, che lo inaugurò nel 1485. Di questo edificio rimane
qualche traccia nel cortile dei Caduti, ove sotto il loggiato superiore si conservano avanzi di ampi finestroni ogivali del
sec. XV. Ai tempi dell'imperatrice d'Austria Maria Teresa, l'edificio occupava gli attuali cortili di Volta e dei Caduti, dotati di porticati terreni con colonne doriche e archi di forma poligonale, mentre i loggiati superiori, fra una colonna e l'altra, erano protetti da balaustre in legno.

Nel quadro del suo progetto di potenziamento dell'Ateneo pavese, Maria Teresa incaricò l'architetto Piermarini di riformare l'edificio. I lavori si conclusero nel 1772. e diedero alla sede universaaria i'assetto attuale, caratterizzato
da solenni quadriportici con colonne abbinate al piano terreno e nel loggiato superiore. Allo stesso periodo risale il
salone della Biblioteca, costituita con fondi librari provenienti da monasteri soppressi. L'imperatore Giuseppe li, proseguendo l'illuminato indirizzo di Maria Teresa, soppresse il vicino monastero del Leano, e sulla sua area fece costruire su disegno del Pollak il terzo cortile (1786), ora detto delle statue. Al piano superiore del nuovo corpo di fabbrica fu erette il Teatro Fisico (1787), di pianta semicircolare, ove il Volta fece i suoi primi esperimenti sull'elettricità. Il Teatro Anatomico, che prospetta verso corso Carlo Alberto, fu eretto anch'esso su disegno del Pollak. Affrescato da scolari dell'Appiani, fu inaugurato nel 1785 da Antonio Scarpa.

Con l'avvento della dominazione francese, i lavori furono sospesi, ma ripresero nel 1809 con la costruzione del Laboratorio di Chimica, eretto su disegno del Pollak. Nel 1821, soppressa la chiesa di S. Martino in Pietra Lata, fu ultimata l'ala di levante, coi due portici meridionali, mentre nel 1823 si costruì lo scalone centrale, adorno di eleganti stucchi
neoclassici. L'Aula Magna, a forma di tempio dorico preceduto da propileo, fu inaugurata nel 1850. E' opera del Marchesi, cui dobbiamo tutte le rea!izzazioni edilizie di questo periodo. Dopo la seconda guerra mondiale, per interessamento
del Rettore Plinio Fraccaro, nell'edificio universitario fu incorporato il grandioso complesso dell'ex Ospedale S. Matteo.

In questa sede non è possibile elencare le cose di interesse storico, artistico e scientifico ospitate nell'interno del-
l'Università. Ci limitiamo a ricordare le lapidi dagli antichi maestri universitari (cortile di Volta), il Museo Storico della Università (cortile dei Caduti), gli avanzi archeologici (cortile del miliare romano) e la Biblioteca Centrale (piano superiore).

Una menzione particolare merita pure l'edificio dell'ex Ospedale S. Matteo, ora incorporato nell'Università. Eretto
per incitamento del beato Domenico da Catalogna, fu inaugurato nel 1456. Consta di un corpo centrale, che ospitava la
cappella, da cui si dipartono i bracci delle corsie. Vengono in tal modo a formarsi quattro cortili simmetrici, uno dei
quali conserva l'originale aspetto quattrocentesco, con terrecotte di Rinaldo de Stauris. Gli altri cortili sono stati parzialmente rifatti nel Settecento, ma conservano negli ambienti interni gli originali soffitti lignei quattrocenteschi, recanti centinaia di tavolette dipinte con figure di santi. La facciata meridionale, verso piazza Leonardo da Vinci, presenta una elegante cornice in terracotta contenente una copia della Pietà (ora al Museo Civico), attribuita ad uno dei Mantegazza.






COLLEGIO CASTIGLIONI-BRUGNATELLI
via S. Martino, 18
Fra i numerosi collegi universitari pavesi, è il più antico fra quelli rimastici. Fu fondato nel 1426 dal card. Branda
Castiglioni, noto per gli splendidi edifici costruiti a Castiglione Olona. Originariamente destinato ad accogliere 24 studenti poveri, decadde in seguito, e fu incorporato nel sec. XVIII nel Collegio Ghislieri. L'edificio passò in proprietà alla famiglia Brugnatelli, che nel 1954 lo donò all'Università per costituirvi un collegio universitario femminile. Restaurato in modo perfetto, il palazzo è stato restituito alle originarie linee quattrocentesche, con sovrapposizioni settecentesche.

La parte più interessante dell'edificio è l'oratorio, affrescato interamente su commissione dei card. Branda Castiglioni jr. nel 1475. La volta presenta, entro corone di fiori e di frutti, i simboli dei quattro evangelisti, mentre le cordonature sono fiancheggiate da festoni che spiccano sullo sfondo rosso cupo. La parete settentrionale è occupata da una Ascensione datata 1475, mentre sulla parete di fronte è una Adorazione dei Magi con un sontuoso corteo di cavalieri in abiti quattrocenteschi. Se la datazione di questi affreschi è sicura, altrettanto non si può dire dell'attribuzione, per la quale è stato fatto il nome del Foppa. Sembra certo comunque cha il ciclo pittorico sia opera di artisti lombardi della cerchia foppesca che operarono probabilmente sotto l'ispirazione diretta del grande pittore.





COLLEGIO BORROMEO
piazza omonima
Addottoratosi a Pavia nel 1559, S. Carlo Borromeo pensò di erigere nella nostra città un collegio universitario, a modello di quelli già esistenti, destinato ad ospitare studenti poveri di mezzi ma ricchi d'ingegno. II progetto dell'edificio fu affidato al celebre architetto Pellegrino Tibaldi, che dispiegò il suo genio nella realizzazione del monumentale capolavoro. La prima pietra fu gettata il 19 giugno 1564, e la fabbrica proseguì alacremente. Nel 1580 era già in grado di ospitare 24 alunni fra cui Federico Borromeo, come ricorda il Manzoni nel suo celebre romanzo. Da allora, innumerevoli generazioni di alunni si succedettero nel Collegio, palestra e fucina dell'aristocrazia intellettuale lombarda. La mole del collegio non era ancora compiuta agli inizi dell'Ottocento.
Abbattuta nel 1818 la vetusta basilica romanica di S. Giovanni in Borgo, il Pollak eresse nel 1820 l'ala di mezzogiorno, ove
si conserva qualche cimelio della basilica distrutta. I più cospicui avanzi di questa si conservano però nel Museo Civico.

Solenne e piena di sapienza architettonica è la facciata, cui segue un vasto cortile con colonne abbinate di granito.
Attraverso lo scalone e il loggiato superiore si accede al salone degli affreschi, già ultimato nel 1583, ove si ammirano
stupendi affreschi, eseguiti su commissione del card. Federico Borromeo, illustranti alcune gesta del Santo fondatore.
La decorazione della grande volta è uno dei capolavori di Cesare Nebbia, che illustrò in cinque scene episodi della
vita di S. Carlo. Questi splendidi affreschi furono eseguiti negli anni 1603-4. Nello stesso periodo, il Nebbia dipinse nella
parete minore di sinistra la peste di Milano al tempo di S.Carlo, mentre il pittore Federico Zuccari affrescò, nella parete
di fronte, l'imposizione del cappello cardinalizio a S. Carlo Borromeo. L'affresco fu ultimato anch'esso nel 1604.

Degne di rilievo sono pure la sala bianca e la sala del camino. II lato orientale dell'edificio prospetta verso uno scenografico giardino, in fondo al quale è una fontana costruita nel sec. XVII su disegno del Richini.





COLLEGIO GHISLIERI
piazza omonima
Questo grandioso collegio fu fondato da S. Pio V con bolla del 10 gennaio 1569. Appartenente alla famiglia Ghislieri di Bosco Marengo, il grande pontefice fu studente a Pavia, e fu testimone degli scandali della vita universitaria e del dilagare delle dottrine protestanti. Per ovviare a questi pericoli, decise di fondare questo collegio che nei secoli fu una palestra di studio da cui uscì gran parte della classe dirigente lombarda. Fra gli alunni più noti vi fu anche Carlo Goldoni, come narra egli stesso nelle sue « Memorie ».

La prima pietra    dell'edificio fu posta il 15 luglio 1571, e il progetto iniziale fu redatto da Pellegrino Tibaldi, a cui successe più tardi l'architetto Martino Bassi. La fabbrica procedette piuttosto a rilento, tanto che il cortile fu ultimato nel sec. XVIII su disegno del Veneroni. La facciata, adorna di portale marmoreo, è piuttosto semplice e disadorna, perchè la parte decorativa non è mai stata eseguita. L'altana che sovrasta la fronte presenta invece nobili linee cinquecentesche, mentre il cortile è improntato ad un aggraziato rococò che è tipico dell'arte veneroniana.

Alcune sale dell'interno presentano pregevoli affreschi (per la maggior parte sotto l'intonaco) e qualche buon dipinto. L'interesse maggiore s'incentra però nella cappella secentesca, che ospita una pala del Moncalvo rappresentante la Natività coi santi Gerolamo e Pio V. Sempre nell'oratorio, e nel grandioso vestibolo che lo precede, sono altri notevoli dipinti, fra cui uno di G. B. del Sole (1614-1719) rappresentante la vittoria di Lepanto.

Nella piazza, di fronte al collegio, è una grandiosa statua bronzea di S. Pio V, opera datata e firmata di F. Nuvoloni (1692).





CIVICO TEATRO FRASCHINI
Strada Nuova, 136
Era chiamato in origine "Teatro del Nobile Condominio" dai quattro patrizi pavesi a cui si deve l'iniziativa della fondazione: il conte Francesco Gambarana, il marchese Luigi Bellingeri Provera, il marchese Pio Bellisomi e il conte Giuseppe Giorgi di Vistarino. Iniziato nell'estate 1771, fu terminato nel gennaio 1773 e solennemente inaugurato il 24 maggio di quell'anno con l'opera « II Demetrio », composta dal maestro boemo Mislivìcek su versi del Metastasio.

II progetto del grandioso edificio è di Antonio Galli Bibbiena, architetto della Corte Imperiale di Vienna, autore dei
teatri comunali di Bologna e Reggio Emilia, e dei Filodrammatico di Verona. La grande sala del ieatro è quasi a forma
di ferro di cavallo, secondo il gusto imperante nel tempo.
Sopra un porticato terreno a bugnato di tipo toscano, si sviluppano quattro serie di palchi, che sono rispettivamente di
ordine dorico, ionico, corinzio e attico. I palchi sono sovrastati da una galleria. II grande soffiifo ligneo recava una
pregevole decorazione del pavese A. Savoia, rifatta più tardi dal milanese Bignami. Le due grandi statue ai lati del proscenio, opera del pavese M. Fcrabosco, rappresentano rispettivamente la Musica e la Poesia.

Il teatro fu ceduto nel 1868 al Comune di Pavia, che lo intitolò al notissimo tenore Gaetano Fraschini, morto a Napoli il 23 maggio 1887.





STATUA DEL REGISOLE
piazza dei Duomo
La statua equestre che ora vediamo, opera dello scultore Francesco Messina, è copia moderna di quella distrutta dai
giacobini pavesi nel 1796. L'originale perduto, di epoca romana, rappresentava un imperatore a cavallo, ed era molto simile
alla statua di Marc'Aurelio conservata a Roma. Si è molto discusso, e si discute tutt'ora, circa l'identità dell'imperatore
rappresentato, ma nessuna delle varie ipotesi affacciate finisce per persuadere, come rimane ancora oscura l'etimologia dei
nome « Regisole ».

Non sappiamo neppure se la statua provenga da Ravenna, come qualcuno sostiene, o sia di origine pavese, come sembra più probabile. In quest'ultimo caso, la statua avrebbe carattere onorario, e potrebbe essere stata dedicata all'imperatore Aureliano, che appunto sconfisse gli Alamanni sotto le mura della città. Quel che è certo, ad ogni modo, è che la statua equestre, almeno sin dal sec. IX, era collocata sul fastigio del palazzo reale costruito da Teodorico. Onde, il nome di «Regisole » potrebbe interpretarsi come « regis solium ».

Distrutto il palazzo reale, la statua del Regisole fu trasferita nella piazza antistante la cattedrale, ove fu collocata
sopra un alto pilastro cilindrico. Nei secoli subì ogni sorta di vicende e fu persino asportata da Pavia, ma finì sempre per
ritornare sull'alto del suo piedestallo, costituendo per secoli il simbolo e il palladio della città.





GIARDINO REALE
via F. Corridoni, 10
Teodorico, re degli Ostrogoti, verso la fine del V secolo eresse a Pavia un palazzo regio che sorgeva nella zona meridionale dell'attuale piazza del Municipio, antico foro della città romana. Distrutto e ricostruito più volte nel corso dei secoli,
scomparve definitivamente nei 1024, quando i pavesi lo demolirono totalmente alla notizia della morte dell'imperatore Enrico li.

Al palazzo regio, sede dell'amministrazione centrale del Regno Italico, era annesso uno splendido giardino che in gran parte è pervenuto sino a noi. Ad esso è possibile accedere tanto da via L. Porta che da via F. Corridoni.

Un epigramma di Ennodio, intitolato appunto « de horto regis », ci informa che Teodorico, nei suoi soggiorni pavesi, si compiaceva di attendere personalmente alla cura del giardino, ricca di fiori e di frutta. Sappiamo che in esso si trovava una cospicua sorgente d'acqua ricordata ancora in un diploma dell'imperatore Ottone II del 1210. Ancora oggi, ai piedi del poggio su cui sorgeva il palazzo reale, troviamo uno stagno, alimentato da fresche acque sorgive, in cui guizzano i pesci rossi e crescono erbe palustri.



MONUMENTO AI CAIROLI
piazza del Popolo
Dedicato alla famiglia Cairoli, è opera dello scultore Enrico Cassi, e fu inaugurato il 27 maggio 1900. Sopra un massiccio basamento di granito lucidato si erge un gruppo bronzeo rappresentante Adelaide Cairoli che consegna la bandiera nazionale ai figli Benedetto, Enrico, Ernesto, Luigi e Giovanni, in procinto di partire per le patrie battaglie. II grande dado alle spalle del gruppo bronzeo reca su un lato la veduta panoramica di Pavia e sugli altri tre lati altrettanti rilievi bronzei coi combattimenti di Varese, Palermo e Villa Glori. Sul nascere dell'obelisco, è un medaglione con l'effigie del prof. Carlo Cairoli, padre dei notissimi eroi pavesi del Risorgimento.