Leggende e macchiette pavesi



Secondo la leggenda, Pavia fu fondata da una stanca tribù di nomadi che, giunti sulle rive di un fiume allora sconosciuto, chiesero alla figlia del loro capo di liberare una colomba, decisi a fermarsi là dove si sarebbe posata.
La colomba si posò sui rami di una quercia e così, proprio attorno a quell’albero, i nomadi si stanziarono con le loro capanne. Invece, la tradizione mitica che aleggia intorno al Santo Protettore di Pavia, San Siro, (primo vescovo della città vissuto nel IV secolo), si deve ad una narrazione redatta tra la fine dell’VIII sec. e gli
inizi del IX sec, la cosiddetta “Cronica Sancti Syri” (incentrata sulla persecuzione contro i Cristiani).
In base a questa leggenda, l’evangelista Marco, che compose il suo Vangelo ascoltando a Roma la predicazione
dell’apostolo Pietro, partendo poi per l’Egitto, lasciò in sua vece in Italia Ermagora: “Uditori e ministri di questo furono i venerabili personaggi Siro ed Invenzio”.
Entrato in città, Siro pronunciò il celebre vaticinio sulla futura prosperità di Pavia, unito al monito contro Aquileia: “T’allieta, o Pavia, che dagli eterni monti a te vien l’esultanza, né minima sarai chiamata, ma considerevole fra le città confinanti; e guai a te Aquileia! Allorquando sarai caduta nelle mani degli empi, verrai distrutta, né oltre riedificata risorgerai”. E il popolo si convertì…
Più recente l’origine della leggenda del cosiddetto testamento di San Siro, chiamato in causa quando la città è colpita da qualche pubblica disgrazia. La leggenda si presenta come il rovescio della predizione sulla prosperità di Pavia; vale a dire che morendo San Siro avrebbe prospettato ai pavesi solo sciagure... E’ senz’altro un fatto curioso attribuire disgrazie e insuccessi a colui che si crede eserciti protezione sulla città! Così si tramanda che fu in realtà un sacerdote pagano a compilare il falso testamento e a nasconderlo nella casa del vescovo morente.

Un’altra famosa leggenda ha come protagonista il Ponte Coperto. Si racconta infatti che fu il diavolo a edificarlo nella notte di Natale del 999 in cambio dell’anima del primo passante. I pavesi si dimostrarono più astuti di Satana e fecero in modo che fosse un cane e non un uomo a sacrificarsi attraversando per primo il ponte.
Riportiamo questa leggenda come riportata nel “Taquei” per il 1765 e riferita da Giarlaett quando, in apertura, presenta i suoi familiari, tra cui il figlio Baslot “ch l’è un bon cardinzon, che s’agh girì che ‘l pont da Dsei l’ha fat al Diavol in t’una not, e che aveindagh promiss la prima ànma ch’agh fuss passa su gh’an fat bourlà sòra ouna robieula, e gh’fen cour adrè un can, e insì l’han fatta feina al Diaol; lu za sla bev su tutta” (“che è un
buon credulone, al punto che se gli direte che il Ponte del Ticino l’ha fatto il diavolo in una notte, e che, avendogli promesso la prima anima che gli fosse passata sopra, gli han fatto rotolare sopra una forma di cacio, e gli fecero correr dietro un cane, e così l’han fatta perfino al diavolo; lui già se la beve su tutta”).
A proposito di Severino Boezio, la cui tomba è custodita in San Pietro in Ciel d’Oro, scrive Opicino de Canistris: “Di lui si racconta che, dopo essere stato decapitato, portò la sua stessa testa fra le mani dal luogo della decapitazione fino alla chiesa sopraccitata”. Siro Severino Capsoni riporta le tradizioni secondo cui
Boezio “a sollevar l’oppresso animo suo inventò il chitarrino” e “afflitto da mortal malattia egli gustò il chiarissimo vino sopra Vernavola”, ponendosi poi, così ristorato, a scrivere il “De Consolatione”.
Invece, la leggenda dell’angelo della peste, ha la sua fonte originaria in Paolo Diacono, là dove scrive della pestilenza che colpì e spopolò Pavia al tempo del re Cuniperto, intorno al 680; a molti apparve visibilmente che di notte un angelo buono e un angelo cattivo si aggirassero per la città; quante volte per ordine del buono il cattivo, che sembrava avere in mano uno spiedo, percuoteva con questo la porta di qualche casa, altrettante persone di quella casa morivano il giorno successivo. La peste cessò quando, in seguito a una rivelazione, fu eretto nella chiesa di San Pietro in Vincoli un altare a San Sebastiano, e vi furono traslate da Roma le reliquie di questo santo.

Luogo leggendario pavese, intorno al quale la superstizione si sbizzarrì, fu la Ca aed Fasoulin.
Ecco come Pietro Moiraghi riferisce la vicenda nel primo volume delle “Curiosità Pavesi”: “La sepoltura dell’impenitente Ambrogio Fasoli, nell’antro del terzo voltone del bastione della Darsena, evidentemente ha dato origine alla grotta ed occasione alle fole o leggende, che si imperniano sulla Ca aed Fasoulin. Costui usciva di notte tempo, dalla sua grotta, e, diventando un bianco spettro, vagava nei dintorni, minacciando, allontanando e spaventando chiunque avesse ardito avvicinarsegli. La sua ombra, lunga e proteiforme, si scorgeva distendersi sul Ticino e si vedeva da lungi. Qualche volta lo spettro usciva a molestare le case vicine; ed a sbatacchiare la campanella del non lontano convento dei Cappuccini”.
Altra versione alterava lievemente la leggenda, narrando di fragori di catene stridenti, di alti gemiti che uscivano dalla grotta… Queste dicerie resero la grotta di Fasoulin lo spauracchio dei bambini, che diventavano buoni, quando li si minacciava di rapimento da parte del fantasma. Più avanti Fasoulin si modificò assai nelle fattezze (opera della fantasiosa tradizione orale) e divenne un mostriciattolo, gobbo, storpio e … deforme.
Ma, dimentichiamo ora le atmosfere “lugubri” e facciamo rivivere la Pavia burlona delle macchiette, grazie al simpatico volumetto “Care macchiette pavesi” dedicato ad Augusto Vivanti.
A voi la storia del Cavalier Busacca. Tra i personaggi originali e pittoreschi che affluivano sulla Piazza del Mercato - cantastorie, saltimbanchi, venditori, incantatori - ecco arrivare, sul finire del secolo, una faccia tosta, ammantata di eleganza e di abilità dialettica: il Cavalier Busacca (così lo qualificò il popolo). Giungeva da Corso Garibaldi, ospite presso il Gamberana; infilava la Strada Nuova su una lussuosa carrozza, trainata da quattro arditi cavalli di pelo bianco ed era applaudito da gran folla che, dopo aver fatto ala al suo passaggio, arrivava, correndo sulla piazza.
Vestito di nero, con due scopettoni, cilindro in testa, guanti alle mani che reggevano le redini delle due pariglie, incedere maestoso, gettava sguardi a destra e a sinistra, conquistando tutti. Esordiva ringraziando per la trionfale accoglienza e iniziava a sciorinare le sue qualità terapeutiche con una parlantina che incantava.
Si prestava a levare i denti con una semplice pinzetta, ma con abilità straordinaria. Terminate le operazioni chirurgiche, da una enorme valigia, portatagli da un valletto, tirava fuori i suoi ritrovati scientifici: saponi, profumi, pomate ed altro. Tutto a mezza lira al pezzo. In un attimo la mercanzia era esaurita. Ringraziava
compitamente la folla e, con lo stesso comportamento maestoso con cui era arrivato, faceva ritorno alla sua dimora. Chi fosse nessuno lo seppe mai. Tra i pavesi si discusse molto sulla sua identità: un saltimbanco, un imbroglione, un pagliaccio? Certo un mistificatore, che sapeva incantare villici e cittadini…

 

Luigi Casali