La vite, i vini: una saga millenaria dalle botti di Strabone ai moderni D.O.C.


Il "Bollettino del Comizio Agrario Vogherese" del 1876 riferiva del rinvenimento, nei pressi di Casteggio, di un tronco di vite fossile del diametro di 6 centimetri e della lunghezza di 25, prova tangibile che la presenza della vite nell'Oltrepo data di millenni.

Viti autoctone deliziavano evidentemente i nostri progenitori, cui in seguito Etruschi e Greci avrebbero insegnato nuove tecniche di produzione e regalato nuovi vitigni importati dall'Oriente.

Di botti di legno per il vino grosse come case, tipiche delle popolazioni liguri, narra Strabone (vissuto tra il 60 a.c. e il 20 d.C.) nella sua descrizione della zona che si estende a lato della via Postumia, l'unica strada consolare a non passare per Roma, nel tratto compreso tra Tortona e Piacenza, cioè l'Oltrepo Pavese.

Il torrente Staffora, uno dei maggiori corsi d'acqua locali, secondo alcuni deriverebbe il nome dal greco Stafulis, che significa "grappolo d'uva".

Cesare Cantù sostiene che i Gallo-liguri della collina oltrepadana smerciavano vino non solo in Lomellina, ma addirittura al di là delle Alpi, trasportandolo in grandi botti cerchiate.

I Romani assaggiavano il vino dell'ultima vendemmia alla fine di aprile, nel corso di feste speciali denominate Vinalia: noi lo imbottigliamo la settimana di Pasqua.

Con la caduta dell'Impero e la fine dei commerci anche la produzione del vino, sostituito dalla birra, preferita dalle popolazioni germaniche, subì una profonda recessione. Come avevano salvato la cultura, trascrivendo antichi codici, così i monaci di San Benedetto e di San Colombano salvarono la coltura della vite, ufficialmente con la scusa che il vino prodotto era loro indispensabile per celebrare la Santa Messa.

Nei documenti di archivio non è raro imbattersi in fondi rustici coltivati a vigna, di cui è investita una chiesa o un ospedale.

Fin dal Basso Medioevo si ha notizia di come la qualità del prodotto fosse salvaguardata nella nostra Provincia, con pene severe per gli adulteratori, ma anche per coloro che vendemmiavano prima della data stabilita dal Consiglio Comunale. Organizzati in paratici erano i brentadori, intesi come i commercianti di vino, il cui patrono è Sant'Alberto di Butrio, il monaco eremita che, chiamato a Roma dall'Alta Valle Staffora, aveva tramutato l'acqua in vino davanti al Papa. Questi si era allora convinto che era meglio lasciarlo tornare al suo eremo.

Attorno al 1550 Andrea Bacci, nella sua opera De naturali vinorum historia de vinis Italiae, elogia grandemente la viticoltura oltrepadana.

L'uva migliore era allora la Pignola, di ottimo sapore tra il dolce e l'amaro, da cui si ricavavano eccellenti vini colorati e con spuma persistente.

Ma l'0ltrepo, pur producendo i vini più ricercati non era l'unica zona di produzione della Provincia. Anche escludendo le colline di Miradolo rimanevano sempre i dossi sabbiosi della Lomellina, in seguito spianati per far posto alle colture di pianura, sui quali cresceva rigogliosa la vite.

Vigne dappertutto, dalla Lomellina, al Pavese, all'Oltrepo: così descrive la situazione Opicino de Canistris, nelle già citate Lodi di Pavia. "E di vino tale era l'abbondanza, che veniva versato talora nelle strade, dal momento che i ricchi non potevano darlo ai poveri, che ne avevano già troppo!".

Certo, nel tempo sono variati i sistemi di coltivazione della vite, i tipi di vitigni, le modalità di lavorazione dei preziosi grappoli.

Bianchi, rossi, rosati, fermi, frizzanti: davvero completa è la gamma di vini prodotti in Oltrepo Pavese.

Annalisa Alberici