La navigazione fluviale nell'Italia del nord, nell'Alto Medioevo

Brevi cenni sulla navigazione fluviale pavese

(gli Eustachi e la flotta viscontea, nel XV secolo)

di Mario Veronesi

 

 

Fin dall'antichità per la sua posizione geografica, situata tra due fiumi

(Ticino e Po), Pavia ebbe modo di sviluppare un notevole commercio fluviale. I

natanti pavesi navigarono per secoli, verso il delta del Po, per giungere a

Venezia e Ravenna, trasportando ogni genere di mercanzia: materiali per

costruzione (legna, argilla, mattoni, cemento), vino dell'Oltrepò, del

Monferrato, e dell'Emilia, cereali e farine, ceste, granaglie sassi e ghiaia

(1).

Con la saggina che cresceva abbondante sul fiume, si confezionavano scope, con

i rami dei salici, esperti artigiani, intrecciavano cesti e sporte d'ogni

dimensione. Anticamente esisteva in città, un mercato specifico di questi

prodotti, che si svolgeva in una piazza adiacente il duomo: piazza Cavagneria

dal dialetto (cavagna) che indica un tipo di cesta. Le navi riportavano in

Pavia: sale, canapa ancora in canne, per le fabbriche di corda, e di sacchi

della città, stoffe pregiate, e spezie provenienti dall'Oriente. Il servizio

fluviale, provvedeva principalmente al trasporto di merci, la varietà

trasportata assicurava lavoro per tutto l'anno, con punte più alte nei periodi

dei raccolti agricoli; la merce era stipata nelle stive in sacchi, o alla

rinfusa, se lo spazio della stiva non era sufficiente, il carico era posto

anche in coperta.

Anticamente un servizio di linea collegava Pavia a Ravenna, e si raggiungeva

la città adriatica, in cinque giorni di navigazione; Polibio, illustre storico

e geografo greco del II secolo avanti Cristo, attesta che la navigazione

fluviale aveva a (Ticinum) Pavia il suo capolinea, non specificava la città,

ma afferma che dal mare Adriatico, le navi risalgono  contr'acqua per duemila

stadi . Sappiamo che lo stadio dei greci, era di circa 200 metri, vale a dire

400 chilometri, giusto la distanza fra il mare e Pavia.

Sidonio Apollinare, vescovo e scrittore gallo-romano, (ca. 430 - ca. 487);

s'imbarcò su di una nave corriera (cursoria), che lo trasportò lungo il Ticino

e il Po fino a Ravenna. Liutprando vescovo di Cremona, morto verso il 972,

discese il Po fino a Ravenna in tre giorni, altri famosi viaggiatori furono,

il Petrarca che discese nel 1368 da Pavia a Padova, e in tempi più recenti il

Goldoni, che studente del collegio Ghislieri, tornò a casa per le vacanze

estive nel 1725, navigando su di un Burchio molto confortevole.

Tra VI e l'inizio del VIII secolo, scarsissime sono le notizie giunte a noi di

questo commercio, fu un periodo travagliato da guerre e invasioni.

Successivamente verso la metà del VIII secolo, il commercio rifiorì, e i primi

a ripercorrere la via del Po furono, veneziani e i comacchiesi, i primi

commerciavano in stoffe, pietre preziose, spezie ed in genere prodotti

provenienti dall'Oriente, i secondi avevano il monopolio del sale, che

estraevano dalle loro saline. Il più antico documento su questo commercio, è

un trattato di navigazione tra Liutprando, (re dei Longobardi, morto a Pavia

nel 744), e Comacchio datata 715, in cui erano fissate le norme con cui i

comacchiesi, esercitavano il loro commercio lungo i porti del Po, e ne

stabiliva i dazi. Questo trattato può considerarsi la  magna charta , della

navigazione fluviale nell'Alto Medioevo, poco dopo i veneziani, non tardarono

a sostituirsi ai comacchiesi, nel dominio commerciale della valle del Po.

I pavesi fin dal IX secolo, navigavano sul Po per recarsi a Comacchio a

caricare il sale, che scaricato entrava in Pavia, per una porta sita su fiume,

che prese tale nome  porta Salara , sappiamo che il monastero di S. Pietro in

Ciel d'Oro, (il nome in Ciel d'Oro, deriva dalla lignea copertura dorata, che

la chiesa anticamente aveva (2) possedeva saline proprie a Comacchio. Questo

movimento commerciale, diede origine al formarsi della  classe mercantile ,

tra cui quei  negotiatores  che sono da considerarsi il nocciolo, della futura

borghesia comunale.

L'importanza della città di Pavia nella navigazione fluviale, dipendeva oltre

alla sua posizione geografica, che poneva in comunicazione il lago Maggiore e

il mar Adriatico, anche dal suo grado di centro politico, e sede

dell'amministrazione regale in Italia; in città si tenevano le asseblee di

religiosi e laici, (3) e qui transitavano stranieri e pellegrini diretti a

Roma; il mercato della seta che si svolgeva due volte l'anno, in primavera il

giorno delle Palme, e in autunno il giorno di S. Martino, era il più

importante dell'Italia insulare e centrale, giungevano mercanti da tutta la

Lombardia, da Venezia, da Salerno, e da Genova, mercanti inglesi, borgognoni,

(esisteva in città un Paratico di borgognoni) e francesi.

Tale periodo duro circa tre secoli, dal VIII al XI, un periodo che potremo

definire  pavese della navigazione fluviale , e che corrisponde al periodo di

massimo splendore della città, politicamente più importante del regno italico.

(4) La sua flotta, nelle acque interne dell'alta Italia non temeva rivali, era

considerata la più forte ed agguerrita, e la città divenne importante e

potente, tanto da illudersi di poter competere con Milano. La storia della

navigazione sul Ticino e sul Po, è testimoniata lungo molti secoli, da una

quantità di documenti ufficiali, e di carte d'archivio. Non è possibile

descrivere tutta la documentazione relativa al fiume Ticino, reperibile

nell'Archivio Storico Civico, conservato presso la Biblioteca Civica Bonetta

di Pavia.

Alcune pergamene della prima metà del duecento, testimoniano l'importanza del

fiume, nella contesa fra Pavia e Milano; in data 28 agosto 1219 l'imperatore

Federico II concede Vigevano, e altri cinque luoghi a Pavia, e ordina ai

milanesi, la distruzione di un ponte, da loro costruito sul fiume. Dello

stesso ponte si parla in altri documenti; un ordine di Corrado vescovo di Metz

e Spira, legato imperiale in Italia, datato 24 febbraio 1221, e nel verbale di

trattative, svoltesi fra i pavesi e i milanesi, dal 28 novembre al 1 dicembre

1230. In quella parte della città che si estendeva lungo le rive del fiume, si

andò formando una popolazione dedita alla pesca, e alla navigazione, i

navaioli e pescatori , i primi conducevano i mercantili, e le navi da guerra,

i secondi si occupavano della pesca e delle altre occupazioni affini, ma

entrambi formavano una sola classe, e quando il bisogno lo richiedeva

fornivano gli equipaggi per i galeoni del ducato, abitavano in quella parte

della città, posta nella parrocchia di S. Teodoro loro protettore, mentre in

quasi tutti gli altri paesi rivieraschi, il protettore dei pescatori era S.

Pietro, e qui si trovava la sede del loro  Paratico . (5)

Nel medioevo, era espressamente vietato intraprendere un viaggio sul fiume,

prima del suono mattutino delle campane di S. Giovanni in Borgo, S. Marco in

Monte Bertone, e S. Teodoro, (2) in alcuni casi erano previste deroghe, per i

navigatori che partivano da Bassignana (Alessandria), per coloro che dovevano

garantire la loro presenza sui mercati, e per gli addetti al trasporto dei

pellegrini.

Opicino de Canistris nel  Libellum de descriptione papie  scritto ad Avignone

dal 1330 al 1336 nella descrizione della città di Pavia, cita:  Possiede i

porti di due dei maggiori fiumi della Lombardia, sono importate merci da

diverse parti del mondo, fino là dall'Adriatico dove si trova Venezia che

dista da Pavia molte diete verso oriente, salgono lungo il Po e il Ticino navi

con sale e altre mercanzie, la sia dal territorio proprio che dal Monferrato,

discendono da occidente sul Po navi con vini preziosi e rossi ed altri

prodotti, similmente là discendono lungo il Ticino navi con ottimi vini dalle

terre dei novaresi e dei milanesi. Verso meridione il grande mare dista da

Pavia meno di tre diete, anzi poco più di due, vi si trova Genova donde

attraverso i monti con i muli si trasportano là sia sale, olio, pesci marini

salati ed altre merci, sia spezie d'oltremare, là giungono mercanti anche da

molte altre parti . I pavesi genta esperta sia nel combattimento a terra che

in acqua, capaci di costruire navi veloci e affusolate per il combattimento

sui fiumi che chiamano  ganzerre , la loro fama è nota in tutta l'Italia e da

loro deriva quel grande scudo quadrato che è chiamato Pavese. Fin da fanciulli

sono istruiti alla guerra, ogni anno dal 1 gennaio al mercoledì delle ceneri

escluse tutte le domeniche e le festività, i giovani giocano alle battagliole

(bellicula) si divide in due parti la città, la settentrionale, detta

superiore, e la meridionale detta inferiore, ciascuna delle quali presenta

compagnie o squadre che si dividono secondo le parrocchie d'appartenenza.

Combattono gli uni contro gli altri con armi di legno, si dichiara vincitore

la compagnia che vince nell'ultimo giorno di carnevale. Tutti quelli che

esercitano una professione formano un collegio che chiamano Paratico, anche i

corrieri del comune detti messi o servitori, i portatori Borgognoni di grano e

di vino formano il loro Paratico. Ci sono circa trentacinque Paratici che

hanno statuti propri e che scelgono singolarmente i loro consoli che chiamano

Anziani, hanno tra i saggi e gli anziani della città un patrono cui versano

uno stipendio fisso, possiedono un palazzo chiamato Palazzo del Popolo e una

grossa campana che quando suona chiama tutto il popolo alle armi". (6)

Nel XIV secolo la navigazione fluviale padana divenne particolarmente

fiorente, per trasportare i marmi da Candoglia alla fabbrica del Duomo,

nell'anno 1439 i Visconti realizzarono la prima conca di navigazione, quella

di Varenna, con la quale collegavano il naviglio Grande con la cerchia interna

dei navigli, più elevata di circa un metro, la conca fu ideata da Aristotele

Fioravanti da Bologna, e da Filippo degli Organi da Modena; Leonardo da Vinci

ne perfeziono le porte, da lui appunto denominate (vinciane), che si aprono e

chiudono al minimo dislivello idrometrico, con una soluzione semplice e

geniale, tuttora validissima ed universalmente adottata. Gli Sforza, cercarono

in ogni modo d'ampliare le connessioni idroviarie, sia in direzione dell'Adda

e del Lago di Como, con il canale della Martesana, opera di Bertola da Novate,

sia verso Pavia ed il Ticino, con il naviglio Bereguardo; progettando altre

opere, che trovarono però soluzione solo nei secoli successivi. Del resto in

quel periodo l'economia, e la cultura europee erano dominate dal quadrilatero

formato dalle città di Venezia, Milano, Genova e Firenze, che riceveva le

merci dal mare tramite l'Arno, scambiandole al porto di Pignone, presso la

Porta di S. Frediano. Attraverso l'Adige, la Serenissima Repubblica di

Venezia, raggiungeva via acqua Verona e Rovereto, inviando le sue mercanzie

verso il Brennero; attraverso il Sile arrivava a Treviso, ed attraverso il

Brenta Marostica, col naviglio di Brenta perveniva a Padova, che a sua volta

col canale delle Battaglie era allacciata a Monselice ed ad Este, e col canale

di Brondolo si collegava con l'Adriatico a Chioggia. Brescia era collegata

all'Oglio dal suo naviglio, alimentato con una derivazione dal Chiese in

località Gavardo, e prolungato sino a Canneto sull'Oglio. Dall'Oglio in

località Calcio si diramava il naviglio di Cremona, progettato da Aristotele

Fioravanti, che aveva costruito pure il naviglio di Parma sino a Colorno. (7)

Ma i fiumi, non ebbero soltanto una funzione commerciale, ma anche militare,

durante il XI secolo, la navigazione, fu oggetto di contestazioni, e di

controversie tra i nascenti comuni della valle Padana, inutilmente l'impero

con la dieta di Roncaglia del 1158, si sforzò di richiamare all'autorità

imperiale, i diritti pubblici intorno alle acque, ma questi rimasero in potere

delle città, e furono difesi strenuamente, sia contro gli antichi feudatari,

che contro i grandi monasteri e le chiese, e naturalmente contro i comuni

limitrofi. Nel XII secolo, le guerre municipali divennero quasi permanenti, si

combatte per terra, e per acqua, nelle città rivierasche sorsero darsene in

cui si fabbricavano navigli da guerra, Ferrara, Mantova, Cremona, Piacenza, e

Pavia, si segnalarono in questo nuovo campo d'attività, ma Pavia in modo

particolare; la sua darsena risale al XIII secolo, e comunicava con il Ticino

per mezzo di una porta fortificata. (8)

Quando la città cadde in mano ai Visconti, questi ne fecero il primo porto

navale del loro stato, e dal suo arsenale partirono le flotte ducali, che nel

XIV secolo, contesero a Venezia il controllo della Val Padana. Gli scontri

navali erano però un'eccezione, sono note solo cinque battaglie fluviali in

500 anni di storia.

Un elemento indispensabile alla flotta, erano gli uomini, si dividevano in tre

categorie:  Conestabili, Nocchieri e Navaioli ; i conestabili erano a capo dei

nocchieri e dei navaioli, e avevano la direzione della nave, i nocchieri erano

addetti alla navigazione, e i navaioli ai remi, e agli altri impegni di minore

importanza. I pescatori e quelli addetti alla navigazione, come del resto

tutti quelli che esercitavano un'arte, un mestiere, o una professione, avevano

delle norme da osservare, gli  Statuti , lo statuto più antico giunto a noi, è

quello dei navaioli pavesi del sec. XIII, (9) riguarda le norme che ogni

navigatore, doveva osservare navigando sul Po e sul Ticino, ma nulla dice

della flotta ducale e dei suoi equipaggi. Galeazzo Visconti nel 1374, fu il

primo duca che impose con uno statuto specifico, doveri e privilegi, in

seguito con poche variazioni, fu sempre confermato dai suoi successori, finche

ebbe vita la flotta ducale, le principali regole erano:

1) I navaioli iscritti regolarmente nei registri del capitano del naviglio,

siano esenti da ogni onere reale, personale, o misto ordinario o

straordinario, eccetto i dazi o le gabelle.

2) I navaioli iscritti all'albo del capitano del naviglio per servire sulla

flotta, nella prima settimana d'ogni mese, si devono presentare all'ufficiale

del naviglio ed essere pronti a servire sui galeoni e dare seguito almeno uno

per l'altro delle promesse fatte.

3) Ognuno deve avere un remo ferrato.

4) Se qualcuno non si presenti, dia la sua parola che non si allontani dalla

sua residenza, per più di un giorno senza il permesso dell'ufficiale

competente.

5) Quando i navaioli devono servire sulla flotta, avranno lo stipendio in

ragione di quattro fiorini il mese.

6) All'ufficiale che iscrive i navaioli, o che dà licenza ad alcuni di loro,

per allontanarsi per qualche tempo dalla propria residenza, non è dovuto alcun

compenso, e l'ufficiale dovrà dare la licenza richiesta, purchè l'opera di

colui che la richiede, non sia necessaria per il principe.

Potremo definire i navaioli, una milizia territoriale reclutata in città e nei

paesi rivieraschi, in tempo di pace si dedicavano alla pesca, al commercio,

oppure alla guardia del Po e del Ticino, in tempo di guerra, salivano sui

galeoni e sulle altre navi armate del ducato, le loro sedi principali erano a

Pavia, Piacenza, Lodi e Cremona, dove si raccoglievano i navaioli provenienti

dai centri minori; nel 1417 a Pavia erano iscritti in 150, a Piacenza verso il

1430 erano 76, a Cremona e Lodi una settantina, ben poca cosa per armare i 60

galeoni e tutto il naviglio minore, considerando che per ogni galeone

occorrevano circa 50 navaioli, due nocchieri, e un conestabile, quindi si

suppone che di questa categoria il capitano, si servisse in tempo di pace, per

la guardia dei fiumi, in tempo di guerra fungevano da nocchieri sui galeoni, o

da guida al naviglio minore, mentre alle città rivierasche era richiesto un

numero d'uomini da inviare sulle navi, in funzione di navaioli addetti ai

remi. Il luogo di riunione dei nocchieri e conestabili, era la darsena di

Pavia, (oggi giardini del collegio Borromeo), dove si trovava la maggior parte

di galeoni e di naviglio minore; un'ulteriore difesa era data, da una torre

posta in mezzo al Ticino, dalla quale partivano due grosse catene, che ne

bloccavano il passaggio, nei momenti di pericolo due o più galeoni ancorati

alla catena stessa, fungevano da ulteriore baluardo difensivo. I navaioli di

Piacenza il 26 giugno del 1435 supplicarono il duca perchè li esenti dalla

tassa  equorum , imposta loro dall'agente ducale Lodovico da Pontremoli,

avendo già pagato la tassa per la custodia dei galeoni, e della darsena di

Pavia, (10) da questa supplica deduciamo che le spese, occorrenti, per la

custodia della darsena, e dei galeoni era di pertinenza di questa categoria,

anche in altre lettere s'accenna alla tassa sui navaioli, e in una datata 7

luglio del 1418, si ordina a Pasino degli Eustachi (Capitano dei Navigli) di

riscuoterla.

Nel 1431 il ducato era in febbrile preparazione alla guerra contro i

veneziani, fervevano i lavori di fortificazione di Cremona, e

dell'allestimento dei galeoni, tutte le classi dei cittadini furono tassate,

ma i navaioli con un'ordinanza speciale furono esentati. Nel 1451 Francesco

Sforza vedute le concessione fatte da Filippo Maria Visconti, e la relazione

d'Antonio degli Eustachi (figlio di Pasino) allora Capitano del Naviglio,

riconferma ai navaioli tutti i privilegi e le immunità, che avevano avuto in

precedenza; anche sotto gli Sforza, ebbero le stesse agevolazioni avute al

tempo di Galeazzo, Gian Galeazzo e Filippo Maria Visconti. Nel 1494 nella

descrizione fatta di Pavia, dall'ambasciatore fiorentino alla corte di Milano

si legge:  Hanno i pavesi l'arzanà dove è circa 33 galeoni e quattro o cinque

che tolsono a viniziani, che gli tengono a perpetua memoria e navigasi con

essi per il Tesino e pel Po, che non reggerebbero in mare e sono fatti a guisa

di castelli di legname .

Il tratto del Po, che attraversava il territorio del ducato, era di circa 250

chilometri, dal Monferrato a Mantova, e su d'esso transitava tutto il

commercio, che si svolgeva con l'Italia centrale e meridionale, con la

Svizzera, in parte con la Francia e i paesi dell'Europa settentrionale, i

porti o i passaggi sul Po erano una trentina, e comprendevano anche ponti di

barche, o semplici navi che traghettavano da una riva all'altra, nel

territorio di Pavia scendendo a valle, si trovavano: portus Galii l'odierna

Galliavola - Portus Dossorum Bastita de Dossi - Portus Pancarane Pancarana -

Portus Tovi Rea Po - Portus Lapole Mezzana Corti - Portus Dossorum ponte della

Becca - Portus Pisarelli Pontalbera - Portus Arene Arena Po - Portus

Monticelorum Monticelli Pavese - Portus Placentie Piacenza, Cremona e

Guastalla. Sull'Adda erano una decina, i più importanti: Olgina, Brivio,

Trezzo, Vaprio, Cassano, Ripalda, Lodi, Pizzighettone. Sul Lambro, il porto di

Montemalo, (sull'attuale direttiva Pavia – Lodi). Sul Ticino erano circa

undici: Sesto Calende, Oleggio, Buffalora, Vigevano, Parasacco, Santa Sofia

(alle porte di Pavia) Pavia, Gravellone. Sul Sesia erano tre: Paleseri,

Villate e Rozasco. Tutti questi corsi d'acqua, avevano un'importanza capitale

per la difesa, e l'economia del ducato, in ciascuno di questi porti, vigilava

un corpo di guardia, comandato da un ufficiale addetto alla custodia del

porto, che eseguiva gli ordini della Camera Ducale, e del Capitano del

Naviglio. Nei porti o nei passaggi di maggiore importanza, s'innalzavano torri

di difesa, e spesso avevano dei ricoveri per i galeoni, e le altre navi che

rimanevano ancorate a difesa del porto stesso, o di quel tratto di fiume.

Presumiamo che la flotta viscontea prima del 1432, avesse oltre 60 galeoni, e

il triplo di naviglio inferiore, negli anni seguenti il suo numero diminuì

sensibilmente, la ragione principale di questa diminuzione, è data dall'uso

sempre più massiccio delle armi da fuoco, e dalla diminuzione della portata

dell'acqua nei fiumi, dovuta all'irrigazione agricola, che dopo il 1450 entrò

massicciamente in uso. (11)

I Capitani del Naviglio  Navigii Capitaneus  erano scelti fra i pescatori

pavesi, Bertolino Grilli era pescatore, e discendente di pescatori, (si

ricorda un Martino Grilius firmatario con altri pescatori pavesi, della

supplica a Federico II nel 1248, per la conferma dei privilegi del Paratico).

Antonio De La Pelizzera era pescatore, Pasino degli Eustachi figlio di Bassano

pure, sino alla morte di Gian Galeazzo Visconti, i Capitani del Naviglio erano

due, uno sul Ticino e l'altro sul Po, risiedeva a Pavia, era immune da dazi in

tutto il territorio ducale, e in tempo di pace, era suo compito:

1) Tenere i galeoni e le navi necessarie sempre pronte per la navigazione.

2) Teneva un registro in cui erano scritti i nomi di tutti i navaioli per

ciascun galeone, con segnate tutte le unità navali, farne una relazione e

inviarlo al consiglio ducale.

3) Visitava ogni giorno i galeoni e le navi vicine, e due volte il mese,

quelle lontane, per controllare che fossero in ordine.

4) Una volta il mese, si recava in ogni luogo del ducato dove ci fosse un

porto o del naviglio, comandava alle guardie di non commettere frodi e

ingiustizie, di controllare il commercio e reprimere il contrabbando.

5) In ogni porto rivierasco, manteneva un magazzino con tutti gli utensili

necessari alla navigazione, in modo che i galeoni e le navi potevano essere

riforniti.

6) Regolava la partenza delle navi commerciali, poteva concederla o

vietarla, impedirne l'ingresso in porto e lo sbarco della merce quando lo

credeva opportuno.

7) Giudicava tutte le liti o controversie, che avvenivano tra i navaioli,

sul commercio fluviale e su tutto quello che avesse attinenza con la

navigazione.

8) In tempi d'epidemia o d'altri pericoli, curava che gli ufficiali dei

porti radunassero tutte le navi vicine e le facessero inchiodare in modo che

nessuno durante la notte potesse servirsene.

9) Aveva a sua disposizione un segretario per l'amministrazione, e un

luogotenente che risiedeva a Pavia o a Cremona secondo la necessità, e

dipendevano da lui tutti gli ufficiali dei porti.

In tempo di guerra, requisiva le navi, armava la flotta, con uomini e

munizioni, esigeva dalle città soggette al duca, i tributi imposti in denaro,

o in uomini: navaioli, balestrieri, uomini d'arme, maestri di legname, maestri

d'ascia, e di tutto ciò che occorresse alla flotta, se poi le città non

potevano fornire gli aiuti richiesti, pagavano una tassa stabilita dallo

stesso Capitano, e con quella assoldava uomini, o la spendeva in altri bisogni

per flotta. La flotta, si componeva di Galeoni, di Galeoncelli, di Redeguardi

grandi, e di Redeguardi medi, di Ganzerre, di navi con ponti, di navi piatte,

di barchette, di navette e di Burchielli. Al comando di un Galeone stava il

conestabile, due nocchieri detti  Paroni , un maestro di navi era a capo degli

operarii , addetti alla riparazione dei guasti, sia accidentali, sia dovuti a

scontri con i nemici. I navaioli che spingevano il Galeone a forza di remi,

erano tra i 48 e i 52, oltre a questi uomini, a bordo si trovavano

balestrieri, arcieri, e con l'avvento della polvere da sparo, anche un

bombardiere  addetto alla bombarda, e alle relative munizioni, l'equipaggio

di un Galeone saliva così sull'ottantina d'uomini.

Dopo il Galeone veniva il Galeoncello, comandato da un conestabile,

l'equipaggio era formato da due nocchieri, un bombardiere, 24 navaroli e

quattro balestrieri, seguiva per importanza il Redeguardo grande, che

imbarcava un conestabile, due nocchieri e 18 navaioli. La Ganzerra era una

nave sottile e leggera, e di maggior velocità, il suo equipaggio era composto

di un conestabile, due nocchieri e quattordici navaioli, questo tipo

d'imbarcazione, era usata come nave da battaglia anche sul lago di Como, fu

sostituita negli anni, dal Redeguardo medio, nave lunga sottile e stretta,

leggera ma adatta ad assalire, molto usata per il controllo delle rive dei

fiumi, o alla guardia ai ponti, un paragone con le moderne navi, si

definirebbe un  pattugliatore costiero , il suo equipaggio era costituito da

un conestabile, da otto a dodici navaioli, e alcuni uomini d'arme.

La  Nave Grande , comandata da un nocchiere, con un equipaggio d'otto uomini,

era la nave rifornitrice della flotta e dell'esercito, mentre la  Nave col

Ponte  comandata anch'essa da un nocchiere, serviva a gettare i ponti sui

fiumi, per far transitare l'esercito da una riva all'altra, imbarcati su

questo tipo di nave, si trovavano un certo numero di  magistri a lignamine ,

gli odierni pontieri. I  Piatti  erano navi larghe e piatte, che servivano per

traghettare velocemente uomini, cavalli e macchine da guerra. (12)

Il Burchio o Burchiello era una navicella piccola, leggera, e veloce, condotta

da un nocchiere, era usata come nave staffetta, questo tipo d'imbarcazione

continuò per secoli il suo lavoro sul gran fiume, terminando alla fine degli

anni cinquanta. Ricordata anche da Dante nella sua Commedia:   Come talvolta

stanno a riva i burchi, che parte sono in acqua e parte in terra  Inferno

canto XVII vv.21-22.

Il Pisanello, lo raffigura in un affresco nella chiesa di S. Anastasia a

Verona (1340), e Jacopo de Barbari, nella grande xilografia con la veduta di

Venezia (1500). (13) Un'altra imbarcazione che continuò la sua attività per

oltre cinque secoli fu la  Rascona , detta anche  nave di Pavia , era

un'imbarcazione leggera e maneggevole, trasportava merci e uomini, e per il

suo poco pescaggio raggiungeva anche Milano, queste ultime due imbarcazioni

con pochissime modifiche lavorarono sui fiumi, sino alla fine della

navigazione fluviale, (anni 1950/60).

Il Burchio, era un'imbarcazione a fondo piatto, aveva una portata variabile da

800 a 2500 quintali, una lunghezza di circa 35 metri, e un pescaggio a pieno

carico di circa 2 metri, disponeva di coperta parziale, a poppa e a prora,

collegate da due corridoi laterali, sottocoperta si trovavano gli alloggi del

nocchiere e dei navaioli, oltre al deposito di cavi e vele. La parte mediana

era formata da due ampie stive, che potevano chiudersi con dei boccaporti, tra

le stive si trovava un'intercapedine, accessibile dall'alto per ispezionare la

sentina, che serviva anche per preparare i pasti, e per altri servizi di

bordo. Il legname usato era di diverso tipo per le varie parti, si usava legno

duro, (come rovere) per le ossature, e legno dolce (larice o abete) per il

fasciame esterno e per la coperta, il legno duro per la sua resistenza

all'umidità, era usato per le strutture principali, mentre il legno dolce per

la sua elasticità, era particolarmente adatto per le parti soggette ad urti.

Sempre legato alla nave, come un cucciolo, era il (Battello), una piccola

imbarcazione di circa 6-7 metri, indispensabile alla navigazione, oltre a

permettere di raggiungere terra, quando il livello dell'acqua impediva alla

nave d'accostarsi, era usato per portare i cavi d'ormeggio, e per molti altri

servizi. A prora lateralmente, erano dipinti due occhi grandi, di forma e di

colore diverso, a poppa era scritto il nome della nave; nome, occhi e

decorazioni, erano gli elementi dell'antica credenza, che faceva

dell'imbarcazione un essere animato, in lotta contro gli spiriti del male, che

poteva incontrare durante la navigazione. La navigazione a vela o a remi, era

facilitata e a volte sostituita dalla corrente del fiume, questo implicava

un'ottima conoscenza dello stesso, delle sue secche, gorghi o altri eventuali

ostacoli. Per risalire la corrente di solito si ricorreva al traino con

animali, attività strettamente connessa con il lavoro della barca, il traino

era un servizio, cui si poteva ricorrere lungo quasi tutti i percorsi, il più

comune era costituito da due cavalli, ma potevano essere impiegati anche buoi,

o vacche, le buone condizioni degli argini erano assicurate dal servizio di

controllo dei guardiani.

La Rascona tipica nave pavese dal fondo piatto, lunga sui trenta metri e larga

quattro, dunque molto slanciata, al centro alta quasi un uomo, nella sua

versione comune di carico, non aveva ponte ma solo due modeste sepolture, a

prora e a poppa, collegate tra loro da due stretti piatti bordi praticabili, a

poppa si trovava una cabina con il tetto ad arco, che chiamavano (temp) il

tempio, (denominazione certamente antichissima), in cui i navaioli pavesi

dormivano quando la nave era fuori sede. Le fiancate dello scafo erano

rettilinee, e quasi verticali per buona parte della loro lunghezza, e non

s'incontravano né a poppa, né a prora, perché a collegarle saliva il fondo

stesso della nave, disegnando un elegante curva, e terminando con un accenno

di rovesciamento all'indietro. Il timone non era incardinato al centro della

poppa, ma appoggiato in un'insenatura al suo fianco, come nelle navi

dell'antichità, questa soluzione permetteva d'alzare il timone quando si

passava in acque meno profonde; esisteva poi un modello di natante, intermedio

per misura, fra la nave e la barca, cui si assegnava il nome di (Mutera) o di

(Mutaieu) (Mutaiò), con poppa a ritto come le barche, ma munito di un timone

laterale come le navi, questo tipo di grossa barca portavano decine di

quintali di merce, le barche fluviali che in Ticino e in Po si chiamano

(Battelli) (Batel o Barcè), oggi si ritrovano soltanto nelle misure minori e

per uso ricreativo, con una poppa a specchio per consentire l'applicazione del

motore, la prora è a (cucchiaio), vale a dire ha il fondo che sale, ma non sì

ricurva come quello della nave, la poppa è, ed era a ritto curvilineo ma

notevolmente rialzata, con questa forma la barca scaricava energie tutta

fuori, e in navigazione non si trascinava dietro alcun risucchio, si manovrava

puntando o vogando alla veneziana, l'esperienza secolare, insegna che queste

tipiche terminazioni di scafo a (banano), o a (cucchiaio, ritto, curvo o

rialzato) rendono i natanti meno sensibili agli schiaffi delle correnti

laterali, e più facili da manovrare anche carichi, appunto perché prora e

poppa restano meno immerse, in Ticino e anche in buona parte del Po, questo è

un pregio importante. (13)

Di notevole importanza è il ritrovamento di una Galea e di una Rascona,

risalenti al XIV secolo, ritrovati a Venezia nell'estate del 2001, nell'ambito

dell'archeologia navale medioevale, i due relitti sono dei casi unici per

tipologia e stato di conservazione; la Galea, un'imbarcazione per la

navigazione in mare aperto, lunga 38 metri, e larga due, ospitava 29 file di

banchi di voga, alcune analisi compiute sul fasciame, hanno rilevato che era

stato ricavato da un albero tagliato nel 1312. La Rascona a chiglia piatta,

misurava 26 metri di lunghezza, e sei di larghezza, le imbarcazioni si

trovavano sepolte nel fango, due metri sotto il livello del mare,

nell'isolotto sommerso di S. Marco in Boccalama. Attualmente si sta

improntando il laboratorio in cui i due relitti saranno restaurati. (14)

Molte furono le famiglie che nel sec. XV, dovettero la loro potenza, e

ricchezza, a questo movimento navale e commerciale, quella degli Eustachi è

sicuramente una delle più note, e nel periodo Visconteo-Sforzesco, ebbe il suo

massimo splendore. Bernardo Sacco, figlio di una Bianca degli Eustachi,

maritata con Giacomo Filippo Sacco, giureconsulto lettore di dritto

nell'Università della città, la descrive derivata da una famiglia Iordana o

Giordani, feudataria di un borgo detto Monte Vellere, che le acque del Po

avrebbero ingoiato, nella prima metà del sec. XVI. Da un discendente dei

Giordani di nome Eustachio figlio di Pietro, derivò il nuovo cognome, di

questa famiglia, (il cognome Eustachi deriverebbe dal nome Eustachio, molto

diffuso in quel tempo per la leggenda di S. Eustachio). (15)

I pescatori pavesi, come del resto tutti coloro che esercitavano lavori

manuali, generalmente oltre ad avere un nome proprio, e il nome del casato,

avevano un sopranome, cosi pure gli Eustachi; Zanino era chiamavano Malerba,

suo padre Baggiano, Pasino eredita il nome di Baggiano, e tra il popolo è

conosciuto con questo sopranome. Oltre a Pasino degli Eustachi, che occupò

l'importantissima carica, di  Capitano Generale del Naviglio Ducale ,

(probabilmente tale carica gli fu attribuita tra il 1400 e il 1402, essendo

allora sindaco del Paratico dei pescatori); e nel 1420 è ammesso nel collegio

Mercandi . Troviamo un Antonio, capitano dell'armata di Francesco Sforza,

(16) un Bernardo ed un Filippo zio e nipote, comandanti nel 1447 dei galeoni

sul Po, lo stesso Filippo sarà nominato castellano a Milano nel 1466. (17).

Di un Francesco Eustachio, si trovano notizie in un codice, depositato presso

la Biblioteca Universitaria, in cui si legge:  Isle liber monasterii Sancti

Epiphani relictus per Reverendum Dominum Francischum Eustachium . Nella chiesa

di S. Teodoro, si trovavano molte memorie riguardanti questa famiglia, vi

edificarono cappella ed altari, e vi elessero il sepolcro gentilizio, nella

cappella della navata di destra si leggeva:  Hanc capellam, a senioribus

Eustachiorum familiae antiquitus in honorem Beatissime semperque Virginis, dei

genitricis Mariae ac divi Stephani erectam, Iohannes Lucidus pariter

Eustachius pro devotione sua propriis expensis instaurari curavir die X julii

MDCXI , (18), dallo stesso Bossi si apprende che un Cesare Eustachio, fu

tumulato in S. Giacomo della Vernabula o Vernaola, (2) come attesta l'epigrafe

a lui riferita:  Sepulcrum magnifici Viri D. Cesaris de Eustachiis qui obit de

anno MDV die XX decembris . Il monumento più importante, è quello che si

trovava nella navata destra della chiesa di S. Teodoro, la pietra tombale di

Pasino degli Eustachi, fatta apporre al sepolcro preparato nel 1453, la

datazione è evidente dall'iscrizione sostituita nel 1612, all'antica e

principale pietra rimossa:  Sepulcri an. MCCCCCLIII conditi a prestati viro

Patric. P.P. et cap. Generali totius navigli Status Med. Pasino Eustachio

antiquo lapide vetustate dirupto, his verbis impresso hunc novum lapidem Io.

Lucidus et Iob. Dominicus Feud. Ejus posteri reponi curarunt anno 1612 .

Iscrizione pubblicata all'appendice all' Almacco sacro pavese  del 1882, da

Don Cesare Prelini, in cui racconta le vicende dell'antica lapide, che rimase

in Pavia sino al 1880, in quell'anno fu venduta e trasportata a Milano, prima

della sua partenza ne fu fatta una fotografia, la cui copia si trova presso la

Biblioteca della nostra Università. (19)

Pasino degli Eustachi, tenne l'alta carica di Capitano Generale del Naviglio

Ducale e della Darsena, durante il governo di Filippo Maria Visconti, il fatto

d'armi che lo rese famoso, avvenne il 23 giugno del 1431, nelle acque

adiacenti Cremona, dopo una battaglia di 12 ore, la flotta ducale sbaragliò i

legni veneziani, catturando numerose navi e 8000 prigionieri, rientrando a

Pavia, in segno di giubilo e di festa, i pavesi imbandierarono le navi con

tutto quello di più impensato e colorato disponessero, compresi i vestiti

degli ufficiali catturati, da questo fatto, deriverebbe la terminologia di

Gran Pavese , ancora oggi in uso nelle marinerie, come si dice  pavesare ,

(addobbare) una nave nei giorni di festa, oppure che una nave è "pavesata"

(20).

Pasquier Le Moin, ambasciatore di Francesco I arrivato a Pavia nel 1515, dopo

la battaglia di Melegnano, vide e descrisse in un suo diario le navi venete,

collocate a trofeo sotto ampia tettoia nell'arsenale. L'anonimo autore della

Chronica di Milano dal 948 al 1487 , ci racconta quella vittoria navale

contro i veneziani:  Il duca mise ordine nel Tisino un'altra armata poco

minore di numero alla loro (dè Veneziani) ma superiore de virtù de combattenti

e vi propose a governo D. Giovanni Grimaldi genovese peritissimo e Pasino

Bagiano de li Eustachi de Pavia nelli eserzii marittimi expertissimi, e

parendo a capitani del duca Filippo che li veneziani fossero più potenti di

loro per terra si determinarono per acqua a tenter fortuna, Nicolò Picinino e

lo conte Francesco Sforza principale capitano delle genti del duca,

secretamente mandarono lo fiore delle genti d'arme, e montati suso le navi

armati con le corazze indosso e li elmetti in testa, la drizzano verso

l'armata de capitani veneziani, la battaglia fu si aspra e crudele e con tanta

uccisione che rare volte gran tempo innanze si ricorda uno simile fatto d'arme

et essere morta tante genti. Qui non se vedeva altro che sassi, spedi, saette,

spade, e foco ardente lavorato volare per l'aria, traboccare di sangue, ogni

cosa cadere al continuo, e morti assai, bombarde, spingarde, scopetti risonare

per aria. L'armata del duca messa in fuga quella de veneziani, la quale per

difetto del Carmagnola certamente quello di fu rotta, cinque legni camparono

di tanto armata e tutti li altri furono presi insema con infinito numero de

bombarde. E XXVIII navi de quelle de veneziani, le maggiori furono mandate a

Pavia, al duca che ne pigliò gran piacere.  (21)

In un documento pubblicato dal Prof. Carlo Magenta, nella sua opera sui

Visconti e gli Sforza, ci rileva che Pasino nel 1435, è adibito con Dionigi

Biglia, alla custodia della città di Pavia, per preservarla dalla peste:

cuius rei curam specialiter dicto Pasino commissimum . (16) e nel 1436 sempre

conservando il titolo di  Capitanei Navigli , fosse tenuto in gran conto dalla

corte ducale, che gli affida mansioni delicate per la difesa dello stato. In

una lettera del 26 giugno 1436, si ordina che si tengano pronti in Pavia, 16

uomini per la metà balestrieri, che si mettano agli ordini del sig Pasino

Capitano del naviglio ducale, con il quale il comune deve intendersi. In un

documento dell'Archivio di Stato di Milano, ci risulta, che il Capitano

generale dei navigli, dimorò nel castello di Milano, detto anche di  Porta

Zobia  per 10 anni, ricoprendo la carica di castellano, trascorsi i quali si

ritirò, a vita privata in Pavia, in tale documento gli è affidato, l'incarico

di provvedere ad un organo per la cappella ducale, in quel tempo Pavia, era

assai rinomata per l'arte di costruzione di tali strumenti musicali, uno dei

più famosi fu il maestro Lorenzo Gusnasco. Nella sua città natale, visse nel

lussuoso palazzo edificato nel quartiere dei pescatori, nei pressi della

Basilica di S. Teodoro, denominata  Domus Magna , (22).

Possedeva anche case a Cremona, dove spesso si recava per ragioni d'ufficio,

con i suoi figli fu uno dei mercanti più attivi di calcina, di legna, di

panni, di pesci freschi e salati (provenienti da Venezia); aveva acquistato

nel 1423 dai fratelli De Canevanova, il diritto di raccogliere l'oro nelle

ghiaie del Po e del Ticino, successivamente nel 1425, le donò al Paratico dei

Mercanti. (23) Sulla data reale della morte di Pasino esistono dubbi, alcuni

storici asseriscono che il vecchio Capitano, partecipò con il figlio Antonio,

nello scontro navale con i legni veneziani nel 1448, e nel 1453 fece costruire

il sul sepolcro in S. Teodoro, altri affermano che la sua morte sia avvenuta

nel 1440 o nel 1445. Ebbe tre figli: Antonio che visse con il padre, e

n'amministrò il patrimonio per lungo tempo, fu anche suo luogotenente nella

direzione del naviglio, e gli successe nella carica di Capitano generale, mori

il 26 dicembre del 1465, lasciando 10 figli e varie figlie. Giovanni si occupò

di commercio, recandosi spesso a Venezia per affari, accumulando un cospicuo

patrimonio, mori giovane nel 1437. Bernardo mercante di legna, e di panni,

visse con il padre, mori nel 1448.

Nella Biblioteca Universitaria di Pavia, si trova il codice  Rubrice

Statutorum Paratici Piscatorum Papie  probabilmente scritto prima delle

patenti ducali, approvanti gli statuti del 1399, i Paratici erano corporazioni

d'arti e di mestieri; il prof. Carlo Magenta, asserisce che quello dei

pescatori, sia antecedente il 1248, dato che in tale anno è confermato da

Federico II, la  Licentiam piscandi in flumine Ticini et Padi, in aliam

Fluminibus et aquis omnibus Lombardiae  , a 62 pescatori pavesi  et heredibus

ipsorum  e ai loro eredi. La pesca era una delle regalie trascurabili per quel

tempo, e non aveva il carattere di diritto maestatico, ma solo patrimoniale;

il principe poteva trasferirla ai vassalli, od investire semplici privati con

speciali privilegi. Ciascun pescatore, aveva presso il ponte del Ticino, un

passone  per attaccarvi la propria barca, e le navi in sosta, non impegnate

nel carico o scarico, dovevano lasciare libere le rive, e andare ad

ormeggiarsi al ponte nel mezzo del fiume, (come si nota dall'affresco del

Lanzani); di notte, chiuso il lucchetto, doveva consegnare la chiave agli

ufficiali della darsena, si chiudevano le porte della città, e non si

aprivano, se non dopo l'Ave Maria mattutina. (24) Il Paratico, era retto da

consoli chiamati  Camerarj  prima in numero di tre, poi due, e successivamente

da un Console, e da un sotto Console, eletti in assemblea generale, avevano la

loro sede nel palazzo del Popolo, (un'odierna camera del lavoro, oggi cupola

Arnaboldi Gazzaniga) presiedevano le assemblee, rappresentando il Paratico

nelle comparizioni giudiziarie, precedevano i soci nelle processioni

pubbliche, seguendo immediatamente lo stendardo cittadino.

Nelle processioni religiose, per disposizione episcopale, camminavano dietro

ai formaggiai, portando le torce. Dipendevano direttamente dal Capitano della

darsena e del naviglio, per la navigazione, la pesca e il commercio,

accorrendo con uomini, e navi nella difesa della città prima, e del ducato

poi. La vita del Paratico durò più di quattro secoli, nel 1621 quando la pesca

nel fiume Po divenne demaniale, e in parte concessa a privati, il Paratico,

concluse la sua esistenza, nella condizione di fittavolo del marchese Clerici,

e vassallo dell'abate del monastero di S. Salvatore di Pavia. Successivamente

nel luglio del 1641, Filippo IV duca di Milano, concedeva al marchese Giovanni

Pozzobonelli d'Arluno e ai suoi eredi, la cava dell'oro, dell'argento e del

pesce nel Ticino, ed il Paratico privato dai suoi privilegi, dopo molte

difficoltà, ottenne nel 1667 la concessione in affitto di pesca sul Ticino per

tre anni. In data 7 agosto 1775, per ordine regio, furono soppressi tutti i

Paratici delle Arti e dei Mestieri, tale soppressione avvenne gradatamente,

negli anni successivi; l'avvenuta soppressione di tutti i Paratici di Pavia,

con esclusione di quello degli orefici, e speziali, avvenne nel maggio del

1778. Cent'anni dopo la soppressione delle corporazioni, il Capitano della

darsena, comandava ancora sui fiumi: Po, Ticino, Tanaro, Sesia, Lambro, e ne

imponevano i dazi.

Bibliografia

(1) La raccolta della ghiaia, si faceva soprattutto nel periodo invernale,

dopo le piene sui nuovi greti creati dal fiume stesso, con il (cùciar)

(cucchiaio) simile ad un enorme mestolo colabrodo, si mordeva nel fondo del

fiume per estrarlo, occorreva poi far leva con tutto il peso del corpo sul

lungo manico appoggiato al bordo della barca; mentre la raccolta dei sassi era

fatta sui bassi fondali sommersi, tenendosi accanto alla barca nel quale il

sasso era buttato, e badando che la barca rimanesse sempre in pieno

galleggiamento, si cercavano sopratutto sassi completamente bianchi,

dall'aspetto marmoreo, più frequenti nel medio corso del fiume, che andavano

alle fabbriche di ceramica, e di piastrelle, inoltre si raccoglievano ciottoli

di tutti i colori per pavimentare le strade urbane, (la bellissima piazza

ducale di Vigevano n'è un esempio); era ed è una pavimentazione scomoda per

camminare, ma straordinariamente adatta al clima umido e nebbioso,

l'acciottolato asciuga prima d'ogni altra pavimentazione, e fa asciugare anche

il terreno sottostante. (M.V.)

(2) M. Veronesi – Le chiese pavesi - viaggio tra le antiche chiese pavesi –

dicembre 2001 – S. Pietro in Ciel d'Oro - Dal 712 sotto il regno di

Liutprando, la chiesa acquistò sempre più importanza, il sovrano fece

trasferire dalla Sardegna le reliquie di S. Agostino. Il monastero è da

considerare il più importante di Pavia, dopo la distruzione del Palazzo Regio,

avvenuta nel 1024, ereditò alcune funzioni, ospitando la  Curtis Episcopi  e

dal terzo decennio dello stesso secolo, una sua scuola (erede di quella

Palatina o Regia); il convento ospitò i re durante i loro frequenti soggiorni

pavesi. All'inizio del duecento, il complesso monastico appariva molto più

imponente di quanto non sia l'attuale, si trattava di un'ampia zona, quasi un

borgo a se stante, difeso da un robusto muro, solo alla fine del XII secolo fu

inglobato alla città. Dal portale scolpito si accede all'interno della chiesa

dove è possibile ammirare l'Arca di Sant'Agostino, eretta in questa chiesa nel

1362, interamente scolpita in marmo, con chiare influenze stilistiche toscane.

Nell'altare maggiore, in una cassetta d'argento, sono custodite le spoglie di

Sant'Agostino, si trovano anche i monumenti a Severino Boezio, e sotto il

pavimento dell'abside riposa lo stesso re Liutprando. Su di una colonna, posta

entrando sulla nostra destra, una lapide recita:  Hic giacent ossa regis

Liutprandis , che ricorda la sepoltura, del gran re Longobardo. S. Teodoro,

collocata al centro del quartiere medioevale dei pescatori, ricostruita nella

seconda metà del XII secolo, in sostituzione della precedente dedicata a S.

Agnese. Il vescovo di Pavia Teodoro, morto nel 778 e santificato intorno al

1000, impose il nome alla chiesa. All'interno si conservano splendidi

affreschi, tra cui alcuni ex voto duecenteschi, realizzati sui pilastri, le

storie di S. Agnese, e di S. Teodoro, sulle pareti del presbiterio,

un'iscrizione accerta che i lavori furono eseguiti nel 1514, a cura del

parroco, la famosa "veduta di Pavia" databile 1522, del pittore pavese

Bernardino Lanzani, straordinaria testimonianza iconografica, dell'aspetto

della città nel rinascimento, dove si riconoscono molti edifici ancora

esistenti. – S. Giovanni in Borgo, fondata dal Vescovo San Massimo, che resse

la diocesi della città dal 499 al 514, detta anche di  S. Giovanni de

Coemeterio  per il vicino cimitero, o anche  de palude  per essere posta nella

parte bassa della città vicino al Ticino. Sappiamo che la chiesa fu

inizialmente dedicata a S. Giovanni Battista, e che Alboino nel 568 entrò in

città dalla porta di S. Giovanni, così chiamata per la vicinanza della chiesa.

Esemplare d'architettura e scultura romanica a tre navate, sotto il portico

antistante si trovavano dodici tombe di re. Soppressa nel 1805, fu acquistata

dal Collegio Borromeo, e atterrata nel 1815 per terminare il giardino dello

stesso S. Marco in Monte Bertone, fondata nel 1174 da Guido della Valle, e

Carnelevario Borghi, fu denominato Bertone, dalla famiglia che vi abitava

vicino, si trovava alle spalle dell'odierno Collegio Borromeo, convertita in

magazzino per le polveri nel XVIII secolo, nel 1821 il Collegio acquistò tutto

il complesso, unendolo a quello già esistente, compreso l'orto Pertusati, dove

un tempo esisteva il cimitero ebraico. S. Giacomo ad Vernabula o alla

Vernaola, chiesa antecedente il XII secolo, situata a circa un chilometro

fuori le mura cittadine, in prossimità del colatore Vernavola, rifabbricata

nel 1364 da G. Galeazzo Visconti, un secondo restauro è datato 1730, soppresso

il convento nel 1805, la chiesa ed il monastero furono abbattuti.

(3) Giovanna Forzatti Golia – Gli ordini religiosi della diocesi di Pavia nel

Medioevo – Bollettino della società pavese di storia patria 1989. Alla sua

posizione di capitale del  regnum , Pavia deve una caratteristica tutta

propria, che arricchisce la vita monastica della città e la rende

particolarmente vivace, si tratta delle proprietà variamente indicate come   

cellae, xenodochia, solaria, mansiones, curtes, cappellae  possedute in città

dalle principali chiese e monasteri dell'Italia settentrionale e centrale,

tali beni appartenenti a 18 chiese vescovili e a 15 monasteri (mentre i

mercanti veneti, potrebbero aver posseduto la chiesa di S. Maria Venetica).

Queste proprietà, servivano da punto d'appoggio, per mantenere più facilmente

i rapporti, con gli organi centrali dell'amministrazione civile. Le celle

avevano due funzioni principali, in primo luogo, erano residenze usate dai

signori ecclesiastici, che venivano periodicamente a Pavia per partecipare

alle assemblee religiose, e laiche; in secondo luogo le proprietà appartenenti

ad enti monastici, avevano probabilmente una funzione economica. La

distruzione del palazzo reale avvenuta nel 1024, spinse molti enti religiosi,

a ridimensionare la loro presenza a Pavia, o a lasciare del tutto la città.

L'abbandono delle proprietà site nella capitale del  regnum , fu

fondamentalmente sintomo e conseguenza, della frammentazione della struttura

del potere regio e politico, originata nel X secolo, che proseguì per tutto XI

secolo, fino al sorgere del comune cittadino.

(4) Giacinto Romano - Pavia nella storia della navigazione fluviale - Pavia

1911.

(5) Carlo dell'Acqua - Ordini e Statuti del Paratico dei pescatori di Pavia -

Bollettino di Storia Patria Pavese 1877 - probabilmente il Paratico dei

pescatori, è una discendenza della  Schola Piscatorum  di Ravenna, già

menzionata nel 943, ed è certo che i pescatori di Pavia fossero associati fin

dal sec. XI - XII, visti gli scritti dell'ignoto autore  dell'Istituta Regalia

Regum Longobardorum,  pubblicati dall'avv. Giovanni Vidari in  Frammenti

Cronistorici dell'Agro Ticinese  - Pavia 1891.

(6) Pierluigi Tozzi - Opicino e Pavia - Libreria d'Arte Cardano1990.

(7) M. Veronesi – Pavia e il Mare – dicembre 1999.

(8) G. Vidari - arsenale e darsena in Pavia - cenni cronostorici - Pavia 1892.

Darsena e arsenale, erano vasti e robusti edifici militari, in comunicazione

diretta con il Ticino, difesi dalla porta fortificata del  Remondarolo , e da

un grosso catenone, da una palafitta e da una robusta torre merlata, posta in

mezzo al fiume di fronte al fortizio della darsena; di quella torre, ai tempi

invernali e delle massime magre, scorgi i ruderi attraverso allo specchio

limpido delle acque azzurrine del fiume. Al principio dell'assedio, finito

colla vittoria spendida del 24 febbraio 1525, e colla cattura del re Francesco

I di Francia, di lui capitani Montmorency e Federico da Bozzolo, occupato il

Siccomario e l'isolotto tra il Gravellone e il Ticino, fulminavano colle

artiglierie la darsena, l'arsenale e la robusta torre di mezzo al fiume,

tentarono ad un tempo di spezzare il catenone e lo steccato di colonne

conficcato nel letto del Ticino, dalla darsena al piede della rocchetta di

Teodorico alla porta del sale. Assaltata la torre la presero, promettendo la

vita agli spagnoli e ai cittadini che valorosamente l'avevano difesa. Ma

entrati in essa i capitani francesi violando la fede li appiccarono tutti ai

merli per aver osato resistere da una piccionaia all'armata del gran re di

Francia, il che riferisce il Du Bellay a pag. 460 della sua storia, cade la

torre ma non vennero in potere degli assedianti ne la darsena, ne l'arsenale,

ne il naviglio pavese, ne il catenone, fra i difensori venuti in grido in

quell'assedio, il cronista Taegio segnala alla posteria il nome dell amarchesa

Ippolita Malaspina da Scaldasole, la quale non sdegnò colle sue bianche mani

di portare ceste di terra al bastione, erasi unita in matrimonio  superioribus

annis egregio viro Marchioni Ludovico Malaspina camerario nostro  come leggesi

nel diploma del 6 maggio 1499 del duca Ludovico Sforza.

(9) R. Maiocchi - Statuti Pavesi del sec. XIII per navaioli sul Ticino e sul

Po - Rivista di Scienze Storiche - Pavia 1906 vol. II pag. 269.

(10) Mediolani die XXV iunii MCCCCXXX  Sicut omnem assumpsimsus solutionem pro

nautis papiensibus, sic pro nautis placentinis contentarum assumere. Volumus

igitur ut ipsos nautas placontinos occasione focolariorum huius modi non

aggraves nec molestes . Lettera ducale datata 11 febbraio 1431 - vogliamo che

tutti i cittadini contribuiscano alla custodia della città, gli esenti e i non

esenti, con qualunque parola abbiano avuta l'esenzione, eccetto i navaioli

perchè:  ipsos Hobemus in urgentioribus pro statu nostro exercere .

(11) La diffusione della pratica di tre arature, e dal XIII al XIV secolo di

quattro, la comparsa dell'arpice, e sopratutto  l'attacco moderno  un insieme

di progressi tecnici, (ferratura dell'animale, il collare di spalla ecc. che

videro il bue, sostituito dal cavallo nei lavori agricoli), progressi che

incrementarono notevolmente la produzione agricola, aumentando la domanda

d'acqua per uso irriguo. (M.V.)

(12) Luigi Rossi - Gli Eustachi di Pavia e la flotta viscontea sforzesca nel

sec. XIV - Bollettino di Storia Patria anno 1913 fasc. III – Luigi Rossi - La

flotta sforzesca nel 1448/49 - Bollettino di Storia Patria 1887 fasc. II.

(13) G. F. Turato - F. Sandon - A Romano - A. Assereto - R. Pergolis - Canali

e Burci - editrice La Galiverna 1992.

(14) Nel 1328, fra Nicola, Priore del monastero veneziano di S. Marco in

Boccalama, chiese al Senato di Venezia "50 passi" (circa 500 metri quadrati)

d'acqua pubblica adiacente il monastero, perché l'isola, con la chiesa, il

cenobio e l'orto, era progressivamente mangiata da una "lama" del Brenta.

Ottenuti i passi si affondarono due grandi imbarcazioni riempite di terra, che

permisero di riacquistare parte dell'isola, e rallentare l'erosione delle

acque. Tutto fu inutile, un secolo dopo l'isola era disabitata, e usata come

cimitero per i morti di peste, e progressivamente ingoiata dalle acque. Tra il

1996 e il 1997 era stato rilevato, i resti dell'isola e i rilievi hanno

restituito l'immagine di due imbarcazioni perfettamente parallele fra loro.

(M.V.)

(15) B. Sacco - De italicarum rerum varietate et elegantia - Ticini 1587 pag.

71-72. Secondo una leggenda, nel II secolo a.C. un generale romano di nome

Placido, durante una battuta di caccia, s'imbatte in una cerva che portava tra

le corna una croce luminosa, e la figura del Cristo, si convertì e con il

battesimo assunse il nome d'Eustachio. Arrestato insieme alla moglie Teopista

e ai figli Teopisto e Agapio, fu con loro torturato; morirono tutti martiri

arroventati dentro un bue di bronzo. Era ricordato in origine il primo

novembre, probabile data del martirio, ma nel VIII secolo tale ricorrenza, fu

stata spostata al 20 settembre. (M.V.)

(16) C. Magenta - I Visconti e gli Sforza nel castello di Pavia - vol. 2 doc.

n. 215 e 216.

(17) F. Calvi - Storia del castello di Milano - Vallardi 1892 pag. 520.

(18) G. Bossi - Memoriae novo-antiquae ticinenses - Biblioteca Universitaria

pag. 381.

(19) Gerolamo dell'Acqua - La lapide sepolcrale di Pasino degli Eustachi -

Bollettino di Storia Patria Pavese 1887.

(20) M. Veronesi - Il Gran Pavese tra storia e leggenda - mensile Marinai

d'Italia n. 6 giugno 2002 pag. 16-17.

(21) Autore anonimo - Chronica di Milano dal 948 al 1487 - edita da Giulio

Porro Lambertenghi.

(22)  Casa degli Eustachi , edificio tardo gotico, già esistente nel 1411,

voluto da Pasino degli Eustachi, che volle rimanere fedele alle proprie

radici, e decise la costruzione della sua dimora, nell'umile quartiere

prevalentemente abitato da gente di fiume; oggi di proprietà comunale, si

conserva solo una piccola porzione, di quello che doveva essere un edificio

sviluppato attorno ad un cortile, parzialmente porticato. (M.V.)

(23) Attorno al mille, le (Honoratie Civitas Papie) cita i fiumi da cui si

cava oro: Po, Ticino, Sesia, Agogna e Trebbia; il Ticino era di proprietà

regale, a Pavia vi avevano diritto di ricerca gli (Auri Lavatores), obbligati

da giuramento a rivenderlo alla Camera Regia, o ai Magistrati della Moneta.

Successivamente il diritto per alcuni tratti del fiume, fu ceduto in regalia

ad ecclesiastici e a privati. Tra il XIV e XV sec., periodo di maggior

sfruttamento del tratto pavese, il Paratico dei Mercanti di Pavia ne deteneva

il diritto, acquisito, ho avuto in regalia, dai precedenti proprietari. Quello

degli (Auri Lavatores) era a suo tempo, una delle professioni più ricche ed

ambite ma dopo il 1500, vuoi per l'impoverimento del fiume, e per la maggiore

quantità d'oro circolante, proveniente dalle americhe appena scoperte, il

mestiere decadde; e d'allora il diritto di cavare metalli dal fiume, non si

distinse più dal diritto di pesca, e di cavare sassi. La cerca dell'oro era

praticata saltuariamente dagli uomini di fiume, di volta in volta, boscaioli,

pescatori, raccoglitori di sassi, di legna, di lisca ecc. In alcuni paesi

rivieraschi, per tradizione, lo sposo doveva raccogliere nel fiume l'oro per

gli anelli nuziali. (M.V.)

(24) Pavia Archivio Comunale - Istruzione per li custodi delle porte della

città - edizione 1778.

Paolo Giudici - Storia d'Italia vol. II edito 1924

Claudio Rendina - I capitani di ventura - Newton Compton Editori 1985.

Guido Paolo Giusti - Visconti e Sforza i signori di Milano - Gianni Juculano

editore.

Gli Studi - l'età Viscontea - autori vari Editrice la Storia.

Giovanni Giovannetti, Stefano Pattarini - Il Ticino e la sua gente (la storia,

l'economia, l'ambiente)

MARIO VERONESI

( sulla Storia della Marineria dall'antichità in poi, vedi QUI )

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CRONOLOGIA GENERALE