La Certosa di Pavia


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Immediatamente a Nord del parco nuovo annesso al castello di Pavia, in località detta "Torre del Mangano" a 5 km circa dalla città, Gian Galeazzo Visconti, Duca di Milano, Conte di Virtù-Angleria-Pavia, Signore di Siena e Pisa, poneva, in data 27 agosto dell'anno 1396, la prima pietra della Certosa nella cornice di una sfarzosa  e  festosa  cerimonia  cittadina.
La facciata prevista dal progetto stabilito prima del 1473 dai Solari non prevedeva di certo quell'assetto grandioso e com- plesso che avrebbe assunto dopo. I lavori alla facciata subirono inoltre una battuta di arresto dalla morte di Guiniforte Solari (1481) fino a quando l'Amadeo, nel 1491, non si assunse l'impegno di "completarla da terra sino al primo corridoio..." (Memorie inedite del Priore Valerio), dopo aver rielaborato il progetto solariano con la collaborazione del Dolcebuono e, forse, di Ambrogio da Fossano. Il 3 maggio 1497 venne celebrata, a poco più di cento anni dalla posa della prima pietra, la cerimonia della consacrazione della chiesa quando i lavori della facciata erano ancora alla prima loggetta e mancava il portale che sarebbe stato realizzato qualche anno più tardi da Benedetto Briosco. Sul finire del Quattrocento e nei primi decenni del secolo successivo pero' eventi militari di eccezionale portata politica sconvolgevano la Lombardia. Milano era passata sotto il dominio francese e Francesco I tentava forzare dalla Lombardia l'accerchiamento in cui la Francia era venuta a trovarsi dopo che Carlo V oltre che la successione al trono spagnolo aveva ottenuto anche la successione al trono austriaco con il titolo di Imperatore del Sacro Romano Impero. Tanti gravi e conosciuti eventi militari disperdevano anche la colonia di artisti e di artigiani che lavoravano in Certosa nel cui cantiere l'arte e l'artigianato, da oltre cent'anni, si tramandavano di generazione in generazione come eredità di famiglia. Nel frattempo i PP. Certosini avevano ottenuto, nel 1514, di poter edificare altre trentasei celle e trasformare, "reducere ad modernam consuetudinem", a discapito della severa unità della primitiva costruzione, le prime 24 celle e gli altri edifici del monastero. Dopo il trattato di Bologna (1530) che sanciva il dominio spagnolo in Lombardia, la Certosa godette, dopo tante vicende belliche, un periodo di pace che fu il presupposto per un'altra lunga stagione artistica: "Si riapriva così un nuovo periodo di manifestazioni artistiche nelle quali.......si mostra l'intenzione di uno sfarzo e di una ricchezza basata sul pregio della materia o sulla ricchezza dell' esecuzione.....ma priva di caratteristiche che la riannodino con la struttura primitiva e con la tradizione artistica del secolo antecedente" (L.Beltrami).  Fu ripreso (1549) il lavoro  nella facciata della chiesa secondo il nuovo progetto di Cristoforo Lombardi, si curò la realizzazione dei codici miniati, dei candelabri in bronzo, si costruì il nuovo altare maggiore e l'ico- nostasi che separa il coro dei monaci dal transetto. Inoltre la Certosa si arricchì, nel 1564, del monumento funerario per Ludovico il Moro e Beatrice d'Este, scolpito  nel  1497 da  Cristoforo Solari  "Il Gobbo" e già destinato al convento di S.Maria delle Grazie di Milano. Il secolo XVII vide ancora la Lombardia teatro, per periodi più o meno lunghi, di guerre, devastazioni, saccheggi, carestie, pestilenze causate dal passaggio degli eserciti invasori. Tristemente nota per la descrizione fattane dal Manzoni nei Promessi Sposi, la lugubre pestilenza causata dalla seconda guerra del Monferrato (1627-1631) che infierì anche nella Comunità dei PP. Certosini mietendo 14 mila vittime tra i religiosi. Nei periodi di pace in Certosa si continuo' a lavorare.

Con questo atto il Duca dava inizio alla realizzazione di un progetto grandioso a cui già da qualche anno pensava, spinto principalmente, sembra, dal voto emesso sotto forma di testamento nell'anno 1390 dalla sua seconda moglie Caterina Visconti, figlia di Bernabò Visconti e di Regina della Scala. Già nel dicembre del 1393 infatti Gian Galeazzo Visconti aveva iniziato la donazione di vasti possedimenti - che avrebbe aumentati in seguito con il testamento del 1397 - i cui redditi destinava parte alla costruzione e parte alla dotazione della Certosa e nell'anno 1394 aveva comunicato alla comunità dei PP. Certosini di Siena la decisione di voler innalzare un monastero "quam solemnius et magis notabile poterimus" da affidare al loro Ordine. Aveva commesso quindi la direzione dei lavori con il titolo di "ingenierius generalis" a Bernardo da Venezia, apprezzato intagliatore ed esperto dei problemi di statica, ed aveva associato a lui quali collaboratori principali uno degli ingegneri più stimati del Duomo di Milano, Giacomo da Campione, disegnatore su pergamena del progetto della Certosa, e Cristoforo da Conigo, alle dipendenze di Bernardo da Venezia, quale ingegnere stabile nella direzione immediata e continua della costruzione e depositario del primitivo progetto fino al 1460 nel cantiere della Certosa. Di tanto in tanto inoltre il Duca inviava sul posto gruppi di tecnici per controllare il procedere dei lavori e per aiutare Bernardo da Venezia a risolvere i vari problemi che man mano sorgevano. Collaboravano con gli artisti anche i PP. Certosini riguardo alla struttura della costruzione secondo le esigenze della loro particolare forma di vita monastica. Per cui non è possibile riportare la Certosa ad una paternità ben determinata ed è difficile persino, in questo lavoro di collaborazione, precisare l'apporto dei singoli. Risultato concreto dell'incontro delle diverse competenze,dei diversi gusti con l'esigenza di una struttura secondo una particolare forma di vita fu per allora un modellino disgra- ziatamente perduto nel Cinquecento. Dopo la cerimonia del 27 agosto i lavori proseguirono in modo febbrile. Nell'area destinata alla Certosa sorse un cantiere che tra artisti, artigiani  ed operai  impegnava trecento persone circa. Importante, per noi, la disamina e la stima dei lavori eseguita per incarico del Padre Priore dei Certosini - a cui nell'Ottobre del 1401 era stata affidata dal Duca la direzione, l'amministrazione e la sorveglianza dei lavori - da Antonio di Marco da Cremona che ci elenca, a sei anni circa dall'inizio e a pochi mesi dalla morte del Gian Galeazzo, i lavori in corso: refettorio, celle, infermeria, barberia, capitolo ecc. Da questo elenco risulta che si rimandava alla fine, per varie probabili cause, la costruzione della Chiesa che in quel tempo presentava le fondamenta "facta et completa usque ad superficiem terrae equaliter et ad livellum". Il 3 settembre del 1402, a 51 anni, sul punto di conquistare Firenze e sicuro ormai del dominio di tutta Italia, Gian Galeazzo Visconti moriva a Melegnano, dopo aver aggiunto nei pochi giorni della sua malattia, un codicillo al testamento del 1397 con cui obbligava il suo primogenito Giovanni Maria ad assegnare un nuovo reddito di 10.000 fiorini alla fabbrica della Certosa, da distribuire ai poveri al termine dei lavori. La morte del Duca mise in difficoltà i lavori alla Certosa. Da più parti si accamparono diritti sui possedimenti donati ai PP. Certosini mentre il successore Giovanni Maria si mostrava egli stesso poco rispettoso della volontà testamentaria del padre.
A causa di queste difficoltà i lavori subirono un forzato rallentamento anche se troviamo documentato nel suddetto periodo un ragguardevole pagamento per l'acquisto del piombo destinato alla copertura del monastero. Alla morte di Giovanni Maria (16 maggio 1412), il nuovo Duca Filippo Maria confermava le dona- zioni, i privilegi e le esenzioni già concesse da Gian Galeazzo e dava nuovo impulso ai lavori. Un registro di spese, conservato nell'archivio di Stato di Milano, documenta fino all'anno 1436, artisti di maggiore e minore importanza, lavori eseguiti, acquisti effettuati. Non contiene tuttavia alcun accenno sui lavori della Chiesa. Tutto lascia supporre che i PP. Certosini i quali alla morte di Gian Galeazzo avevano temuto per la continuazione dei lavori, fossero preoccupati di portare a termine le altre parti della Certosa, lasciando ultima la costruzione della Chiesa. Si avviò decisamente la costruzione della chiesa solo nell'anno 1450, quando Francesco Sforza, fattosi riconoscere come legittimo successore dei Visconti, riconfermava ai PP. Certosini le donazioni ed i privilegi già loro precedentemente concessi, ed inviava alla Certosa Giovanni Solari - solo da qualche mese nominato ingegnere della fabbrica del Duomo di Milano dopo aver lavorato dal 1428 nel cantiere della Certosa - "ad considerandum edificium ecclesie fiende", a riprendere in esame il progetto per la costruzione della chiesa. Subito dopo assumevano una rilevante importanza i contratti per la fornitura dei laterizi e una fornace veniva approntata nel parco vicino alla Certosa. Nel 1453 risulta presente in Certosa il giovane figlio di Giovanni, Guiniforte, che dopo aver lavorato per qualche anno insieme con il padre, assumeva nel 1462 la direzione dei lavori. Nel primo decennio del dominio di Francesco Sforza tuttavia i lavori della chiesa non dovettero procedere con molta alacrità - fors'anche a causa di divergenza di vedute nell'ambito del cantiere stesso - se nel 1462 risultano innalzati solo i piloni delle navate fino alle imposte delle volte perchè in quell'anno abbiamo documentate le ordinazioni dei "botazzoli", pietre lavorate a curva per gli archi e le nervature delle volte. Da tener presente che contemporaneamente si la- vorava anche alla ricostruzione del chios- tro grande e del chiostro piccolo. In quegli anni in cui in Certosa si lavorava alla costruzione della Chiesa la Lombardia (e Milano in modo particolare) registrava un forte fermento artistico. "Nel contesto del dilagande linguaggio gotico, innestato in una salda tradizione romanica si venivano inserendo i primi rari esempi di forme rinascimentali soprattutto per l'azione diretta dei maestri toscani....Brunelleschi, Filarete, Michelozzo, Fancelli, Ferrini....e, poco dopo, Bramante e Leonardo, con i quali anche Milano entrò nella piena stagione della rinascita" (M.G.Ottolenghi). Anche in Certosa, con l'Amadeo, il Ferrini, il Dolcebuono, si determinò, non senza contrasti, l'apertura a questa nuova corrente artistica che dapprima affiancò e poi si sovrappose al linguaggio lombardo dei Solari. Nel 1473 ci si accingeva finalmente a lavorare alla facciata della chiesa. Nell'ottobre dello stesso anno infatti i Monaci ne affidavano l'esecuzione agli scultori Cristoforo ed Antonio Mantegazza che si impegnavano ad eseguire "totam fazatam...ac portam cum fenestris et aliis laboreriis pro ipsa fazata...de marmore albo" e nell'agosto dell'anno successivo ai fratelli Mantegazza affiancarono, non senza polemiche, G.Antonio Amadeo.
La facciata prevista dal progetto stabilito prima del 1473 dai Solari non prevedeva di certo quell'assetto grandioso e com- plesso che avrebbe assunto dopo. I lavori alla facciata subirono inoltre una battuta di arresto dalla morte di Guiniforte Solari (1481) fino a quando l'Amadeo, nel 1491, non si assunse l'impegno di "completarla da terra sino al primo corridoio..." (Memorie inedite del Priore Valerio), dopo aver rielaborato il progetto solariano con la collaborazione del Dolcebuono e, forse, di Ambrogio da Fossano. Il 3 maggio 1497 venne celebrata, a poco più di cento anni dalla posa della prima pietra, la cerimonia della consacrazione della chiesa quando i lavori della facciata erano ancora alla prima loggetta e mancava il portale che sarebbe stato realizzato qualche anno più tardi da Benedetto Briosco. Sul finire del Quattrocento e nei primi decenni del secolo successivo pero' eventi militari di eccezionale portata politica sconvolgevano la Lombardia. Milano era passata sotto il dominio francese e Francesco I tentava forzare dalla Lombardia l'accerchiamento in cui la Francia era venuta a trovarsi dopo che Carlo V oltre che la successione al trono spagnolo aveva ottenuto anche la successione al trono austriaco con il titolo di Imperatore del Sacro Romano Impero. Tanti gravi e conosciuti eventi militari disperdevano anche la colonia di artisti e di artigiani che lavoravano in Certosa nel cui cantiere l'arte e l'artigianato, da oltre cent'anni, si tramandavano di generazione in generazione come eredità di famiglia. Nel frattempo i PP. Certosini avevano ottenuto, nel 1514, di poter edificare altre trentasei celle e trasformare, "reducere ad modernam consuetudinem", a discapito della severa unità della primitiva costruzione, le prime 24 celle e gli altri edifici del monastero. Dopo il trattato di Bologna (1530) che sanciva il dominio spagnolo in Lombardia, la Certosa godette, dopo tante vicende belliche, un periodo di pace che fu il presupposto per un'altra lunga stagione artistica: "Si riapriva così un nuovo periodo di manifestazioni artistiche nelle quali.......si mostra l'intenzione di uno sfarzo e di una ricchezza basata sul pregio della materia o sulla ricchezza dell' esecuzione.....ma priva di caratteristiche che la riannodino con la struttura primitiva e con la tradizione artistica del secolo antecedente" (L.Beltrami).  Fu ripreso (1549) il lavoro  nella facciata della chiesa secondo il nuovo progetto di Cristoforo Lombardi, si curò la realizzazione dei codici miniati, dei candelabri in bronzo, si costruì il nuovo altare maggiore e l'ico- nostasi che separa il coro dei monaci dal transetto. Inoltre la Certosa si arricchì, nel 1564, del monumento funerario per Ludovico il Moro e Beatrice d'Este, scolpito  nel  1497 da  Cristoforo Solari  "Il Gobbo" e già destinato al convento di S.Maria delle Grazie di Milano. Il secolo XVII vide ancora la Lombardia teatro, per periodi più o meno lunghi, di guerre, devastazioni, saccheggi, carestie, pestilenze causate dal passaggio degli eserciti invasori. Tristemente nota per la descrizione fattane dal Manzoni nei Promessi Sposi, la lugubre pestilenza causata dalla seconda guerra del Monferrato (1627-1631) che infierì anche nella Comunità dei PP. Certosini mietendo 14 mila vittime tra i religiosi. Nei periodi di pace in Certosa si continuo' a lavorare.
Furono ristrutturati la Sacrestia Nuova e il Palazzo Ducale, si rinnovarono gli altari delle Cappelle con i paliotti riccamente intarsiati, furono realizzate le cancellate in bronzo e ferro battuto e scolpite le colossali statue allineate a fianco delle navate minori della chiesa. All'inizio del secolo XVIII, con i trattati di Utrecht (1713) e di Rastadt (1714) che ponevano fine alla guerra di successione spagnola, il Ducato di Milano passava, secondo il principio di equilibrio - "bilancia delle potenze" - imposto dalla diplomazia inglese nel continente europeo, sotto il dominio della casa d'Austria. E poco più di un cinquantennio più tardi, mentre la Lombardia sotto l'impulso di un Illuminismo particolarmente vigoroso operava riforme in campo culturale-economico-fiscale, la Certosa accusava il colpo più duro della sua lunga storia. Pochi anni dopo la pace di Hubertsburg (1763) con cui si apriva per l'Europa un periodo di tempo complessivamente pacifico che sarebbe durato fino alla rivoluzione francese, Giuseppe II, con indebita intromissione nel campo della potestà strettamente ecclesiastica, decretava, nell'anno 1782, la soppressione degli Ordini contemplativi. Con la partenza dei monaci la Certosa perse il suo valore umano-religioso di ricca secolare testimonianza di vita silenziosamente operosa e divenne un monumento senza vita per freddi analizzatori dell'arte. Due anni dopo la soppressione dei PP. Certosini, la Certosa fu affidata, nel 1784, ai PP. Cistercensi ed, in seguito alla soppressione di questi (1796), ai PP. Carmelitani (1798), soppressi a loro volta da Napoleone (1810). Non è difficile immaginare come tutti questi avvicendamenti non dovessero riuscire a vantaggio della Certosa. In quegli anni fu asportato dalla Certosa il polittico del Perugino destinato all'accademia di Brera, poi ceduto alla famiglia Melzi ed infine venduto alla Galleria Nazionale di Londra. Il coro dei "conversi", iniziato (1498) da Bartolomeo Polli (1502) da Giacomo da Maino, fu disfatto e gli stalli furono adottati ad uso di biblioteca nella casa Serbelloni. Durante l'occupazione francese furono requisite (1798) le coperture in piombo, destinate agli armamenti.
Per interessamento di alcuni nobili milanesi, i monaci certosini facevano ritorno, nel dicembre del 1843, in Certosa, ma soppressi dalla legge del luglio 1866 del Governo italiano, abbandonarono di nuovo (1881) la Certosa che pasò alla cura del Ministero della Pubblica Istruzione. All'indomani dei Patti Latera- nensi,  tra  i  rappresentanti  del  Ministero della Pubblica Istruzione e l'ordine dei PP. Certosini fu stipulato, nel 1930, un contratto trentennale con il quale si concedeva ai monaci di poter rientrare in Certosa ma in condizioni veramente difficili, per non dire impossibili. I PP. Certosini due anni dopo tornavano ancora una volta in Certosa per ripartirne però non molto tempo dopo (1947), sostituiti dai PP. Carmelitani (1949) i quali alla scadenza delal concessione (1961) abbandonarono a loro volta la Certosa. A breve scadenza di tempo, dopo lunghe e laboriose trattative, fu stipulato un nuovo contratto con i monaci cistercensi i quali dal giorno del loro ritorno (10 novembre 1968), con la loro vita di preghiera e lavoro, "ora et labora", aiutano a capire meglio la Certosa stessa che fondamentalmente è un luogo di preghiera.



- La fondazione della Certosa -
La Certosa delle Grazie (GRATIARUM CARTHUSIA) fu realizzata per iniziativa del nobile Gian Galeazzo Visconti (1351 - 1402), futuro duca di Milano, il quale, secondo la tradizione, avrebbe promesso alla seconda moglie nonché cugina Caterina (consigliata dal monaco senese Stefano  Macone)  di  far  costruire in  una Villa del Pavese un monastero di certosini, se ella fosse morta di parto. Un'altra leggenda narra che il Visconti, mentre stava cacciando, non riuscì più a rimettere in piedi il suo cavallo che era caduto in un pantano e venne per quel motivo deriso da alcune nobildonne: prese quindi la decisione di edificare ivi una Certosa, di modo che nessuna donna potesse mai più posar piede in quei luoghi (in accordo ad una regola dei certosini che vieta alle donne di entrare nei loro edifici di culto). Verosimilmente Gian Galeazzo, più che dal sentimento cristiano, fu mosso dall'ambizione di consolidare la propria egemonia nell'Italia Settentrionale e di acquistarsi la fama di protettore dell'arte e della religione: infatti vedeva il progetto del monastero con basilica come imponente sepolcro destinato ad accogliere le tombe della famiglia Visconti, ideale completamento al Castello di Pavia, sua residenza favorita, e all'immenso Parco.



- La Certosa nei Secoli -
I secoli apportano alla Certosa il proprio contributo sotto il profilo storico e artistico:

nel Trecento la preparazione e la fondazione;

nel Quattrocento gli sviluppi dei chiostri, della chiesa e della facciata marmorea sino alla prima galleria, le decorazioni pittoriche, con marmi e terrecotte, l'ingresso della salma di Gian Galeazzo Visconti e la consacrazione del tempio;

nel Cinquecento la fronte completata, l'altare maggiore e i corali;

nel Seicento le cappelle decorate con gli altari marmorei, con gli affreschi e le icone;

nel Settecento e nell'Ottocento rallentamenti dovuti alle guerre e alle confische subite dai certosini, sino alla loro dipartita dal monastero;

nel Novecento il ritorno dei certosini (cui si sostituiscono i carmelitani e infine i cistercensi, attuali ospiti della Certosa) e gli importanti interventi di restauro conservativo.




- La giornata del certosino -
L'ordine certosino venne fondato intorno al 1084 da San Bruno (1032-1101), nativo di Colonia, in una località amena e solitaria delle Alpi del Delfinato francese, chiamata Chartreuse; nel monastero, dedicato alla Madonna, i certosini si ritirano in solitudine e pregano in contemplazione, dedicandosi alla pittura, all'incisione,  alla farmacia e soprattutto alla trascrizione di libri antichi e codici miniati (da cui il luogo comune circa la loro pazienza).

Orario completo che scandisce la vita del certosino:
22.45 - sveglia, recita del piccolo ufficio alla Madonna e
           preghiera privata;
23.30 - in chiesa: profondo raccoglimento, Mattutino e lodi
           cantate;
1.30   - ritorno in cella, preghiera privata e breve riposo;
5.45   - recita dell'Ora prima e 'Lectio divina';
7.00   - in chiesa: messa cantata;
           in cella: recita dell'Ora terza, ringraziamento
           eucaristico e lettura spirituale;
10.30 - recita dell'Ora sesta, pranzo privato e lavoro manuale;
13.30 - Ora nona e lavoro;
16.00 - cena in cella e recita dell'Ufficio della Madonna;
17.00 - in chiesa: recita dei vespri;
           in cella: preghiera privata;
18.45 - recita dell'Angelus, Compieta e riposo.





Gian Galeazzo Visconti

Gian Galeazzo Sforza, duca di Milano (Abbiategrasso, Milano 1469 - Pavia 1494). Succeduto al padre Galeazzo Maria all'età di sette anni (1476), fu posto sotto la tutela della madre Bona di Savoia. Nel 1481 lo zio Ludovico il Moro riusciva ad impadronirsi della reggenza, emarginando completamente il giovane duca, anche dopo che questi ebbe raggiunto la maggiore età. Del resto lo stesso Gian Galeazzo, gracile e malaticcio, sembrava accontentarsi della modesta parte cui lo zio lo aveva relegato.  A reagire fu soprattutto sua moglie Isabella d'Aragona, sposata nel 1489 e insofferente della parte secondaria affidata alla corte di Pavia, dove risiedeva con il marito, rispetto alla corte milanese di Ludovico, in cui spadroneggiava la moglie di lui, Beatrice d'Este. Gian Galeazzo non ebbe perciò parte alcuna negli avvenimenti politici che portarono all'intervento in Italia di Carlo VIII re di Francia, alleato di Gian Galeazzo contro il re di Napoli, Alfonso II, e che gli fece visita a Pavia pochi giorni prima della sua morte.



Francesco I Sforza
Francesco I Sforza, duca di Milano (San Miniato, Pisa 1401 - Milano 1466). Figlio naturale di Muzio Attendolo Sforza, fin da giovanissimo acquistò fama di valente condottiero, e dopo la morte del padre (1424) fu uno dei capitani più contesi da tutti gli Stati italiani. Ambizioso e dotato di fine senso politico, perseguì un'azione politico-diplomatica tesa alla conquista di un proprio principato, attraverso l'esercizio delle armi: al soldo della regina Giovanna II di Napoli (fino al 1426) ne ottenne la Contea di Bari e dal papa Eugenio IV ebbe il titoli di marchese di Ancona (1433). Ma fu al servizio di Filippo Maria Visconti, duca di Milano, che pose le basi della propria futura potenza, attraverso il matrimonio con la figlia naturale e unica erede del duca, Bianca Maria, che gli era stata promessa nel 1430. Timoroso del futuro genero, Filippo Maria Visconti rimandò il matrimonio fino al 1441 e durante questo periodo, Francesco I militò ora nel campo visconteo ora in quello veneto, con l'unico scrupolo di non infliggere sconfitte troppo severe al signore di Milano e di non compromettere definitivamente i rapporti con lui. Morto il Visconti (1447), dopo la breve vita delle Repubblica Ambrosiana, Francesco I, accolto come liberatore a Milano, fu proclamato duca (1450). Ottenuto il riconoscimento della propria signoria da tutti i grandi Stati italiani (pace di Lodi, 1454), attuò una politica di conciliazione e di equilibrio, sia all'interno del suo Stato sia nei rapporti con le altre signorie italiane e con gli Stati stranieri: la sua amicizia con il re di Francia Luigi XI gli procurò nel 1464 il possesso di Genova e Savona.




Ludovico il Moro
Ludovico Sforza, duca di Milano, detto il Moro (Vigevano, Pavia 1452 - Loches, Turenna 1508). Quarto figlio di Francesco Sforza e di Bianca Maria Visconti, alla morte del fratello Galeazzo Maria (1476), al quale era succeduto il figlio Gian Galeazzo, prese a intrigare, insieme con i fratelli Ascanio e Sforza Maria, contro il nipote, fanciullo di sette anni, affidato alla tutela della madre Bona di Savoia e del consigliere Cicco Simonetta. Esiliato con i fratelli nel 1477, dopo alcuni complotti falliti, ottenne appoggi da vari signori e, soprattutto, dal re di Napoli Ferdinando I d'Aragona. Nel 1478, rimasto unico rivale del duca legittimo dopo la morte di Sforza Maria e la nomina di Ascanio a vescovo di Pavia, muovendo da Pisa occupò Genova che si era da poco ribellata a Milano, minacciando di marciare sulla città lombarda. Sotto la minaccia delle armi, ottenne di essere nominato reggente (1480) e, assunto il potere, si sbarazzò rapidamente di tutti i possibili rivali; confinò Bona ad Abbiategrasso e Gian Galeazzo a Pavia, allontanò Ascanio che divenne vescovo di Ferrara e mandò a morte Cicco Simonetta e numerosi nobili, fra cui Roberto Sanseverino, le cui truppe avevano fornito un aiuto decisivo a Ludovico nella sua ascesa. Si dedicò quindi a consolidare il suo potere e la sua autorità in Italia: condusse una campagna contro Venezia, che mirava ad ampliare i suoi possessi in Lombardia, costringendola a desistere (1484); intervenne in aiuto del re di Napoli minacciato da una ribellione di baroni (1485-86); mantenne nell'orbita milanese la città di Forlì, cui miravano i Fiorentini; rioccupò Genova (1487). Nella sua politica espansionistica, poteva contare sull'appoggio di papa Alessandro VI, eletto grazie agli intrighi del fratello Ascanio, e sull'alleanza con Ferdinando re di Napoli, sancita dal matrimonio della figlia di questi, Isabella, con Gian Galeazzo, duca titolare di Milano. Il matrimonio che, nelle intenzioni di Ludovico, avrebbe dovuto consolidare ulteriormente l'accordo, produsse l'effetto opposto, perché Ferdinando pretese un potere maggiore per il genero ed entrò in urto col reggente. Ludovico pensò allora di sbarazzarsi anche degli Aragonesi, appoggiando la spedizione che il re di Francia Carlo VIII preparava contro di essi. La morte di Gian Galeazzo (1494) gli consentì di essere riconosciuto legittimo duca dall'imperatore Massimiliano, mentre il re di Francia giungeva in Italia, proseguendo fino a Napoli. Preoccupato per le mire del duca d'Orléans sul ducato milanese Ludovico ruppe l'alleanza, schierandosi a fianco della lega degli Stati italiani contro i Francesi (1495), che dovettero rientrare in patria. Nel 1498, salì sul trono francese Luigi d'Orléans (Luigi XII) che riprese la politica espansionistica verso l'Italia, invadendo la Lombardia, d'intesa coi Veneziani; Ludovico dovette fuggire e si rifugiò a Innsbruck (1499), da dove tentò inutilmente, l'anno successivo, di rioccupare il ducato. Tradito dai mercenari svizzeri e fatto prigioniero dai Francesi, fu rinchiuso nel castello di Loches, dove rimase fino alla morte. Intelligente e ambizioso, dotato di grande abilità diplomatica, Ludovico rese Milano il ducato più potente della penisola. Grande mecenate, anche per influsso della moglie Beatrice d'Este, chiamò alla sua corte vari artisti, tra cui Leonardo e Bramante, e favorì la costruzione di grandiose opere d'arte, fra cui Santa Maria delle Grazie a Milano e la Certosa di Pavia.





CURIOSITA'

Il furto del trittico

Una nota negativa segna la vita del monastero: il furto, perpetrato nella notte tra il 21 e il 22 agosto del 1984, di parte del famoso dossale in forma di trittico; prima del sacrilegio era l'unica testimonianza scultorea rimasta alla Certosa, che risalisse all'epoca del suo fondatore. L'autore dell'opera d'arte, il fiorentino Baldassarre di Simone di Aliotto, appartenente alla famiglia degli Em- briachi, aveva in Venezia una prospera attività specia- lizzata in intagli di osso e di avorio. Da questa bottega uscì il capolavoro, spettacolare per la grandezza e il pre- gio dell'intarsio, che misura alla base 2,45 metri per una altezza massima, riferita ai pinnacoli laterali, di 2,54 mt.

Frazionato in minute composizioni e adorno di piccoli tabernacoli con dentro statuine di santi, nello scomparto centrale accoglie 26 formelle illustranti la leggenda dei Re Magi secondo i vangeli apocrifi; nello scomparto di destra e in quello di sinistra 36 bassorilievi (18 per parte) raccontano episodi della vita di Cristo e della Vergine. Nella cuspide mediana, entro un tondo sostenuto da angeli, domina il Padre eterno in una gloria angelica, mentre la base del capolavoro presenta una pietà, fiancheggiata da 14 edicole con altrettante statuine di Santi sobriamente decorate. Vi sono anche due pilastrini esterni poligonali composti da 40 piccoli tabernacoli adorni di statuette; all'opera dello scultore si aggiunge quella dell'intarsiatore preciso e paziente: un capolavoro di valore inestimabile! Al suo arrivo al monastero il trittico viene collocato sull'altare dell'edificio utilizzato come refettorio e chiesa, in attesa che termini la costruzione della maestosa basilica. In essa il capolavoro viene trasportato presumibilmente agli albori del XVI secolo e posto sull'altare maggiore; attorno alla metà del 1500 l'altare viene ristrutturato e il trittico rimosso, perché non più in sintonia con il gusto stilistico di quel momento storico. Ma l'eccezionalità dell'opera rimane intatta, tanto da giustificare la massima cura nella conservazione: esso trova ospitalità nella sacrestia vecchia e lì rimane sino al furto. Monsignor Angioni, non appena gli viene comunicata l'impressionante notizia, è tra i primi a raggiungere la Certosa. Il suo pensiero si porta subito alla piccola comunità di monaci, ne misura lo sgomento e il dolore e vuole portare la sua parola di conforto ai padri, in particolare al priore, don Edoardo Liconti, che nella sua lunga permanenza alla Certosa ha già affrontato non poche e non leggere prove. Ecco come si sono svolti i fatti: "martedì 21 agosto alle 21.00, completato il giro di controllo, tutto era risultato in ordine, ma mercoledì 22 alle 5.45 il dossale a forma di trittico era rimasto vuoto e depauperato dei suoi oggetti più preziosi: le formelle e le statuette". Tutto questo si è verificato anche per la mancanza di un sistema di allarme e per questo viene sollevato, ancora una volta, il problema del patrimonio artistico italiano. La Certosa, fino alla metà degli anni '80, era sorvegliata dai carabinieri che, in un locale attiguo al monumento, mantenevano una stazione, purtroppo in seguito soppressa. La Lombardia, e con essa l'intera cultura italiana, perde uno dei suoi capolavori più insigni e singolari; l'opera è una testimonianza unica, non solo d'arte ma anche di storia, legata com'è alla politica e all'ideologia di grandezza monarchica del Visconti. Questo furto non è avvenuto in una chiesetta o in un monastero sperduto, bensì in uno dei santuari monumentali più celebri e frequentati d'Italia, a pochi chilometri da Pavia, in una zona dove non risulta sia difficile garantire un'adeguata sorveglianza. Il giorno 1º settembre 1984 si costituisce, con atto notarile, l'associazione per il recupero del trittico della Certosa, priva di fini di lucro, che si propone di raccogliere fondi da destinare al ritrovamento e al recupero del trittico, nonché alla promozione di interventi diretti alla conservazione di opere di particolare valore artistico, storico e archeologico. Da Napoli, verso la fine di maggio del 1985, arriva una notizia che riempie di speranza tutti i cuori: in una piazzuola fra i caselli di Portici ed Ercolano, sull'autostrada Napoli-Salerno, gli agenti della squadra mobile partenopea recuperano, abbandonate in un contenitore, nove statuette e una formella appartenenti alla preziosa opera d'arte. Nell'ottobre 1985 il trittico viene interamente recuperato dai carabinieri dello speciale nucleo tutela del patrimonio artistico di Roma. Le forze dell'ordine arrestano i quadri portanti di un'organizzazione specializzata e attiva su tutto il territorio nazionale, con ramificazioni anche all'estero: una gang esperta nel furto, nello smistamento e nella vendita di opere d'arte attraverso i canali del mercato sotterraneo. Finiscono in carcere venti persone: di queste, sette sonoritenute direttamente coinvolte nel colpo che ha ben pochi precedenti in Italia. Ricostruiscono la dinamica del furto: "la notte tra il 21 e il 22 agosto '84 un ladro scavalca le mura di cinta e, scassinando dall'interno la serratura del portone che delimita l'accesso all'azienda agricola dalla strada provinciale, permette al resto dei delinquenti di entrare nel citato podere alle spalle della basilica. Si procurano due scale e una trave prelevandole dal cantiere dell'impresa che sta restaurando la scuderia e raggiungono la finestra della sacrestia vecchia: segano le sbarre, entrano e portano a termine il colpo, usando prudenza e cautela per staccare dalle cornici le statuette e le formelle in modo da non danneggiarle". Il trittico viene diviso in piccoli lotti in atttesa di essere immesso sul mercato clandestino, un pezzo alla volta; fortunatamente questo progetto non verrà attuato, grazie all'intervento dei carabinieri che ritrovano il capolavoro. C'è però una nota dolente: da un primo esame delle formelle e delle statuine, sembra che alcune abbiano subito lesioni tali da richiedere l'immediato restauro. Il trittico di Baldassarre degli Embriachi può tornare finalmente in una Certosa più sicura grazie all'efficiente sistema d'allarme installato, per fare la felicità dei monaci e degli Italiani tutti.
Ricostruiscono la dinamica del furto: "la notte tra il 21 e il 22 agosto '84 un ladro scavalca le mura di cinta e, scassinando dall'interno la serratura del portone che delimita l'accesso all'azienda agricola dalla strada provinciale, permette al resto dei delinquenti di entrare nel citato podere alle spalle della basilica. Si procurano due scale e una trave prelevandole dal cantiere dell'impresa che sta restaurando la scuderia e raggiungono la finestra della sacrestia vecchia: segano le sbarre, entrano e portano a termine il colpo, usando prudenza e cautela per staccare dalle cornici le statuette e le formelle in modo da non danneggiarle". Il trittico viene diviso in piccoli lotti in attesa di essere immesso sul mercato clandestino, un pezzo alla volta; fortunatamente questo progetto non verrà attuato, grazie all'intervento dei carabinieri che ritrovano il capolavoro. C'è però una nota dolente: da un primo esame delle formelle e delle statuine, sembra che alcune abbiano subito lesioni tali da richiedere l'immediato restauro. Il trittico di Baldassarre degli Embriachi può tornare finalmente in una Certosa più sicura grazie all'efficiente sistema d'allarme installato, per fare la felicità dei monaci e degli Italiani tutti.



La salma del duce alla Certosa

12 agosto 1946: la salma di Benito Mussolini è ritrovata nella Certosa, avvolta in due sacchi di tela gommata, chiusa in un baule di legno. Il trafugamento del cadavere del Duce, avvenuto alcuni mesi prima per iniziativa di nostalgici neo-fascisti, appartiene ad una cronaca falsata dagli interessi e dal malcostume dei partiti politici di allora. A farne le spese sono i monaci francescani padre Parini e padre Zucca, i quali non hanno avuto alcun ruolo nelle operazioni di trafugamento, accettando a fatto compiuto di diventare i custodi di quei miseri resti per dare loro una nuova e legale sepoltura. La stampa chiama in causa anche i padri della Certosa accusandoli di aver occultato nel monastero il cadavere del Duce: la notizia del ritrovamento si sparge per Pavia immediatamente, suscitando sorpresa e vivace interesse (ma anche incredulità) presso la popolazione. La scomparsa della salma di Mussolini aveva provocato, tempo addietro, una giustificata impressione, gradatamente attenuatasi per le inconclusive indagini condotte. Ora, improvvisamente, la notizia riaccende nei cuori la curiosità e il desiderio di conoscere l'odissea dei resti del Duce. Questa è la ricostruzione degli avvenimenti data da padre Lamberto Heldens, all'epoca priore del monastero: "alle 13.30 di quel giorno entrò nella Certosa una macchina con a bordo padre Alberto Parini che consegnò al priore un baule svelandogli che conteneva la salma del Duce. Inoltre il frate gli mostrò una lettera firmata dal Questore di Milano, nella quale si consentiva che il corpo avesse una sepoltura cristiana in un luogo a tutti ignorato e si autorizzava padre Parini a depositarla provvisoriamente alla Certosa, da dove qualcuno della questura milanese l'avrebbe rilevata in serata. Sentendosi legalmente autorizzato, padre Lamberto acconsentì alla richiesta avanzatagli e fece portare il baule in una cella del parlatorio. Alle 19.45 tornò al monastero padre Parini accompagnato dal questore di Milano e da un medico: il funzionario chiese se fosse possibile far seppellire la salma nel cimitero dei monaci ma il priore rispose che era un privilegio riservato ai soli Certosini. A quel punto decisero che era meglio portar via il baule: lo caricarono sulla macchina al posto del sedile posteriore e partirono". Questo dimostra che il cadavere di Mussolini non fu ritovato nella Certosa come asserivano i giornali dell'epoca, ma più semplicemente vi rimase per circa sei ore.



Il despota della Certosa

L'unità d'Italia non apporta i benefici sperati al monastero: come conseguenza della legge n. 3036 del 7 luglio 1866, i padri certosini abbandonano il monastero nel settembre del 1880; lo Stato, pertanto, provvede a requisire i beni delle congregazioni e degli ordini religiosi. Varata nel tentativo di sanare il deficit pubblico, la legge toglie ogni riconoscimento giuridico alle realtà clericali su richiamate e assegna i loro beni al demanio. I fabbricati dei conventi e dei monasteri soppressi sono assegnati alle pubbliche amministrazioni per farne scuole, asili, ospedali. La Certosa non è affidata ad alcun ente locale poiché si trova tra i cinque monasteri (Montecassino, Cava dei Tirreni, San Martino della Scala, Monreale, Certosa di Pavia) dei quali il governo si assume la conservazione degli edifici e di quanto in essi custodito (biblioteche, archivi, oggetti d'arte). Dato che le finanze statali non consentono nuove spese per istituire un corpo di dipendenti a cui affidare la custodia del monumento, si ritiene opportuno lasciare alcuni monaci, purché il padre generale ne nomini uno disposto ad assumersi la pubblica responsabilità di conservatore e di funzionario di governo. L'Ordine certosino, in ottemperanza alla citata legge, accetta le condizioni e indica Romualdo Ferrari come il più adatto a ricoprire un incarico del genere. Per facilitarlo nel suo compito, dal quale dipende la permanenza al monastero dei figli di San Bruno, la casa madre lo nomina anche rettore, carica che gli consente di occuparsi degli affari materiali della Certosa e di uscire da essa ogni qual volta le sue responsabilità lo rendano necessario. Tutto prosegue bene fino al 1875: da quell'anno in poi il Ferrari risulta sempre più indisciplinato; i frequenti viaggi a Milano e le numerose uscite dal monastero lo rendono insofferente alla Regola. Viene più volte richiamato dal priore don Ciano, ma inutilmente: il suo comportamento diventa sempre più ostile. Approfittando del pessimo stato di salute del superiore del monastero, sia del fatto che i confratelli sopportano la sua condotta per timore che uno scandalo li faccia allontanare dal monumento pavese, il Ferrari diviene in pratica il despota della Certosa. Il 26 aprile 1880 don Ciano muore e il padre generale nomina suo successore don Giuseppe Rivara; convinto di aver diritto all'incarico, padre Romualdo rifiuta di accettare il nuovo priore. Con decreto del suo superiore generale gli viene ordinato di deporre l'abito talare e di lasciare l'abbazia: Romualdo Ferrari non è più un religioso. Gravissime sono le conseguenze di questo fatto che sembrava essere solo una discussione in materia disciplinare tra rettore o priore e procuratore dell'Ordine certosino. Il despota della Certosa ricorre al potere civile affinché lo sostenga, quale pubblico ufficiale, nella sua controversia contro i monaci di San Bruno e, valendosi dell'appoggio del governo che gli ha affidato la custodia del monumento, telegrafa al prefetto di Pavia chiedendo di far allontanare i suoi confratelli e di rimanere unico conservatore degli edifici sacri. Incredibilmente la sua richiesta viene accettata e, dopo 37 anni dal loro ritorno, i Certosini sono costretti a ripartire. Quel giorno segna la decadenza della Certosa: senza lo spirito dei religiosi, quel complesso monumentale, in mano ai laici, rimane un corpo senz'anima. i figli di San Bruno abbandonano tristemente il monastero il 13 settembre 1880: il Ferrari rimane padrone incontrastato della Certosa. Il Ferrari viene scomunicato 'ex iure' per essere ricorso all'autorità civile allo scopo di evitare la giurisdizione ecclesiastica e, successivamente, nella forma più generale "latae sententiae". Il ribelle depone la veste talare e si occupa del podere della Certosa come un qualsiasi fittabile; nella sua casa vengono spesso date feste: in tutti i modi l'ex Certosino cerca di rifarsi una vita, ma gli è quasi impossibile. Odio e disprezzo lo circondano e, nonostante i suoi patetici tentativi di scordare e far scordare il suo passato, un'atmosfera per niente cordiale lo segue ovunque. Non dev'essere una vita facile quella dello scomunicato in un paese di contadini che l'hanno, se non altro, rispettato nella sua tonaca di religioso. Attorno a lui il vuoto va facendosi sempre più grande: i braccianti agricoli eseguono i suoi ordini senza fiatare ed evitano di parlargli; la gente lo sfugge: Romualdo Ferrari resta sempre più solo. Dopo sei anni di questa vita non regge più: chiede a Monsignor Agostino Riboldi, intervenuto per primo contro di lui, di aiutarlo a riabilitarsi; è sottoposto ad un anno di esercizi spirituali presso i padri di Somasca (CO) e il 3 marzo 1887 viene pubblicamente riabilitato. Domanda allora di poter ritornare nell'Ordine certosino: riceve una lettera di perdono e di felicitazioni per la sua decisione; gli viene assicurato che in futuro potrà contare sui monaci di San Bruno in caso di bisogno, ma che del suo rientro nell'Ordine per il momento non è il caso di parlare. Romualdo Ferrari, che con il suo comportamento ha aperto uno dei casi più clamorosi nella storia ecclesiastica del secolo XIX, decide così di lasciare la Certosa e di ritirarsi nella nativa Porto San Maurizio, dove morirà santamente, quasi cieco, nel 1921, a novant'anni di età.

 

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