Intervista a Walter Vai, giovane poeta sulle sponde del Ticino: nei suoi versi l’amore per le radici
«Vi racconto Pavia. Nella mia lingua»
Dalla sua voce l’allarme contro il degrado: «Città e fiume sono dei morti viventi»

di Valerio Soffientini


«Pavesi, vil razza dannata»: così parafrasando, si potrebbe estrapolare per eccesso lo sfogo di Walter Vai, poeta e scrittore di razza schietta e ruspante che incontriamo a Certosa, presso il lento scorrere del Naviglio: «Una città ed una gente che hanno una storia forse più importante di quella di Milano, ma che sono scivolate nell'ignavia di una provincialità chiusa ed asfittica, povera di desiderio di cultura, tanto che legge solo un quarto di quello che legge Vigevano».

Vai, invece, ha iniziato a scrivere componimenti in italiano a otto anni, a 36 ha iniziato a scrivere in dialetto ed oggi, a 41 anni ha già pubblicato tre volumi differenti fra di loro per contenuto e carattere. Nel primo, del 1998, intitolato Un quèi persunag ad Pavia e 'na quèi puesia, si è divertito a descrivere una carrellata di personaggi pavesi famosi e non, fra i quali Giuliano Ravizza, storico boss della Pellicceria Annabella, lo scrittore e poeta Mino Milani, «una sorta di Bevilacqua pavese, autore di bestseller più divulgati in Italia e nel resto del mondo che nella sua città» e di sceneggiature cinematografiche, il gruppo rock dialettale "Fiò dla nebia", con due cd all'attivo, gli 883, il cantante Drupi, per il quale anche Milani ha scritto alcuni testi, ma anche Angiola, il lustrascarpe della stazione, «omino piccolissimo ma che, per una sorta di legge del contrappasso, secondo la leggenda pare fosse... superdotato sotto altri profili anatomici», nonché la macchietta Conte (così battezzato ad honorem dagli amici) Arduino, «baffettini sottili ed occhiali da sole che portava anche d'inverno, con la nebbia, unico ed ultimo suonatore dei tarlecch, le nacchere pavesi, professione nullafacente».

Alle peculiarità di questi ed altri cittadini "eccellenti" Vai ha dedicato una filastrocca ed un commento. Completamente diverso il bel volume illustrato Pavia - I munument cui so cumpuniment, una ricerca storica su chiese e palazzi, come sulle opere artistiche al loro interno, raccontata in versi con testo italiano a fronte: «Una scelta criticata da alcuni, ma che ho sempre adottato per favorire la comprensione anche ai non pavesi», precisa l'autore. Così è stato anche per la sua terza ed ultima opera Sensasion d'un paves (2001), pubblicata dall'editore Luigi Ponzio, nel quale ha voluto mettere in luce la parte più intima e malinconica di se stesso e che gli è valsa apprezzamenti sotto il profilo letterario. Del resto, si svela Vai, «il mio sogno nel cassetto, un cassetto del quale penso purtroppo di aver perduto la chiave, è di diventare poeta e scrittore a titolo e tempo pieno.

A Pavia vi saranno una trentina di autori dialettali, ma solo uno di essi mi risulta aver pubblicato: gli altri cuociono nel proprio brodo e comunque hanno tutti almeno 65-70 anni. Io sono forse l'unico giovane ad aver raccolto e l'eredità locale». L'ultimo dei Mohicani, dunque? E perché ha scelto di scrivere in dialetto? «Perché, volente o nolente, amo questa sciagurata famiglia, citando il grande Luchino Visconti di Gruppo di famiglia in un interno, amo questa città e le sue tradizioni, come una sfida contro la distruzione operata dai disvalori che permeano la società e sono in particolare veicolati da forze mediatiche come quella televisiva. E poi, mi diverto ad esprimermi in questo nostro dialetto, anche se un po’ duro e secco, certe volte difficile da ascoltare, ben diverso dall'impostazione melodica del napoletano e del veneziano o dalla cadenza del genovese e nel quale pure si sono amalgamati nei secoli gli influssi delle invasioni, francesi e spagnole».

Ma dove e come ha imparato il dialetto lui, così giovane e dopo lo scempio "talebano" attuato nei confronti del vernacolo da una certa cultura ed una certa mentalità italiota, che, anziché perfezionarsi come lingua collettiva ha costituito solamente la testa di ponte dell'invasione meridionalistica da un lato e di quella esterofila dall'altro? «Ho ancora in casa una professoressa di 87 anni, mia nonna che parla ancora e sempre il dialetto con me. Poi ho approfondito gli studi sui libri. Esistono tre vocabolari di pavese-italiano: il Gambini, risalente al 1850 circa, che riporta anche i lemmi dall'italiano al dialetto, l'Annovazzi, del 1934, ed il Galli degli anni '60». Pur senza presunzione, Vai si considera un menestrello con la missione istintivamente assimilata di veicolare nel terzo millennio lingua e tradizioni: «Nel rispetto delle culture altrui, a casa mia voglio essere padrone della mia. Spero proprio che non faccia la fine delle torri di New York».

Innamorato della sua città, non può non esserlo anche del corso d'acqua che la attraversa, il Ticino, ed anche su questo argomento non ha peli sulla lingua: «Un fiume entro il quale le fabbriche ed anche l'ospedale San Matteo hanno scaricato di tutto e per il quale nessuno, dai Verdi alle istituzioni locali, fa qualcosa: né pulire le sponde, né dragare il fondo. La brutta esperienza dell'ultima alluvione non è servita. Basta guardare il ponte della ferrovia: un'arcata è completamente ostruita dai detriti, soprattutto dal legname. Città e fiume sono ora dei morti viventi». Ma la sera avanza e l'amarezza di queste parole si stempera nei suoi versi: Canal al s'infiama / e'l rispegia culur ad fogh. / Al vérd di riv incurnisa / un Pont Veg/ch'al derva al cor / e i sò arcad/a un tramont paves.