GLI AMORI DI UN TIMIDO

Repubblica — 06 agosto 1989 pagina 37 sezione: SPORT
CARA impagabile Italia: sapendo io di calcio, per averlo anche giocato con decenza, il delizioso Bruno Roghi stabilì che mi venisse affidata in Gazzetta la rubrica di atletica leggera. Accettai con gratitudine, non senza render noto, per mera onestà, che non sapevo cosa fosse. Imparerai presto, garantì Roghi con molto ottimismo, e mi mandò subito al Giuriati per una riunione alla quale prendeva parte il primatista mondiale del disco. Non ebbi vergogna a chiedere chi fosse. Mi venne risposto con meravigliato stupore: Adolfo Consolini! Andai al Giuriati con tanto di taccuino e sedetti sui talloni a pochi metri dalla pedana. Ebbi qui la fortuna di imbattermi in Pedar Broglia, del Cus Pavia, che aspettava di lanciare a sua volta e gli domandai di Consolini, e Pedar con la iattanza (tutta verbale) dei miei paesani disse: L' è una ciula. Se rispettasse le norme stilistiche, supererebbe i 60 metri. Il primato mondiale di Consolini era allora di 53,34. Io presi sul serio Pedar come si meritava un loico di quella fatta ma i lettori si guardarono dal prendere sul serio me e risero molto a quell' affermazione sacrilega. La parrocchia dell' atletica era composta di fedeli che avrebbero avuto il rogo facile contro chiunque dimostrasse di non biasciare le loro stesse preghiere. Oggi i discoboli tirano ai 70 metri ma, in quei tristissimi giorni, offendere Consolini era come proclamarsi parente del diavolo o in fornicazione notturna con almeno una dozzina di sante fra le più venerate. Naturalmente si offese anche l' interessato, che conobbi ben presto e riuscii a placare con la proposta di una lunga intervista. Uscivo da sgradevoli avventure personali. Lo sport era un rifugio in fondo generoso, utile, e Consolini un eroe del nostro tempo. Brandiva il disco in modo ben più energico di quanto non avesse potuto esprimere Mirone. La sua struttura era del gigante ben proporzionato, né brevi- né longilineo. I muscoli si disegnavano forti ed armoniosi sotto la sua pelle di neo-cittadino ben riparato dal sole. Compiva gesti di prepotente eleganza, se mi si passa il facile ossimoro. Nei preliminari, in pedana, socchiudeva gli occhi come un artista che si ispirasse prima di intonare il canto. La sua bocca non larga, dalle labbra sottili, si corrugava quasi non gli bastasse il tono compunto, ieratico. In seguito, conoscendolo meglio, avrei capito che le premesse erano tese a esorcizzare in se stesso l' efebo troppo incline alla dolcezza, direi perfino alla timidezza femminea. Da come si esprimeva, con voce sottile, stranamente soave, sentii ben presto la voglia di intitolare l' articolo: Il pigolio del gigante. Non era tuttavia né un debole né un rassegnato. Il buon Dio aveva voluto irridere alla forza virile addolcendo i suoi tratti in modo strano, non ambiguo. Di profilo poteva ricordare l' Adamo della Cappella Sistina. I grossi risultati gli avevano plasmato via via un carattere introverso, solo apparentemente docile, in realtà propenso all' adorazione di se medesimo, un Io strappato poco a poco, secondo maieutica in uso, alla campagna. Dice che a vederlo campione della rassa (ma quale, se il ceppo etnico era dei cenomàni?) era stato lo stesso segretario politico del paese, fondato tra i vigneti di bardolino, Costermano, sul Garda veronese. Il segretario aveva ricevuto la circolare che prescriveva l' immediata segnalazione al Fascio provinciale degli indigeni più promettenti. Adolfo era noto per le sue sventole al tamburello, sport locale. Giunto trepidante al Bentegodi, venne subito invitato a calarsi i calzoni: lo fece apparendo così bello e agile che, secondo necessità di rappresentativa provinciale, il tecnico lo provò nel salto in lungo! Perplesso, il ragazzotto si prestò a lanciarsi in pedana e a rullare (o pio desiderio) per darsi elevazione: strusciò subito sabbia con pesanti fettoni. Il tecnico si allarmò nel vederlo così legato, anzi legnoso, quasi del tutto privo di agilità. Allora lo portò alla pedana del peso e gli mostrò l' esercizio. Adolfo gonfiò il bicipite: per poco il peso non gli ricadde sui piedi. E' polenta si andava dicendo il tecnico schifato. Non aveva letto Feuerbach ma sapeva che l' uomo è ciò che mangia. Lo sapeva già Buddha, sei secoli prima di Cristo, figuriamoci! Poi rifletté sulla propulsione e sulla forza centrifuga: prese un disco e glielo ficcò nella manona callosa: Non fare il giro - gli disse - sbattilo solo via, el più lontan possibile. Adolfo era piccato a sua volta. Si sentiva, mi disse, come una s-ciava che nissuni comprano. Ti te capissi che alla fin ghe ruga. Sentì la costa di quel greve piatto di acciaio sui calli e pensò di vibrare il tamburello: il piatto, ancorché greve, prese a ire planando liscio come se l' avesse lanciato uno pratico: il tecnico si compiacque con il proprio intuito: contò i passi: fece trentadue! Ciò, fio, no te g' avevi mai vedù sto coso? Mi no disse Adolfo con tremito vanitoso nella voce: So ' ndà mejo? Da campion!, esagerò il tecnico. Lo iscrisse nel suo ruolino e lo impegnò per gli allenamenti. Il segretario politico venne responsabilizzato direttamente. Adolfo andava a Verona in corriera e disertava i campi e la stalla: Falcia per tre, munge per due uomini!, ruggiva il padre, come se volesse maledire la prepotenza politica. Ottenne qualche piccolo indennizzo e molte minacce. I veronesi avevano trovato un gladiatore in toto. Quando si fece un buco nella squadra di greco-romana, impegnata a Brescia, presero Adolfo, e non altri. Adolfo tremava (mai accettò di mollare un cazzotto): gli spiegarono come e cosa doveva fare, una volta abbrancato l' avversario: doveva inginocchiarsi sulla materassina e stringere il più forte possibile. Così fece Adolfo: cinse il bresciano all' altezza dei capezzoli e incominciò a stringere: d' un tratto, un urlo disperato: le costole del bresciano si erano piegate come cartone: Adolfo saltò all' impiedi e fuggì singhiozzando atterrito: Mi no volevo, no, mi no volevo.... Intanto arrivò Comstock e con lui Oberweger, che fece il record mondiale a Napoli, e mentre il suo disco volava, anche un caccia volava in acrobazia sopra il Vesuvio: i giudici di gara guardavano il caccia, non il disco. Oberweger diventò pazzo di rabbia: Qui è caduto, eh, sì accà: ma allora fusse mondiale? Appunto! lo scetticismo napoletano finì di annichilirlo. Oberweger divenne interprete di mister Comstock o lo aiutò a concepire una teoria del disco non meno spassosa di un dogma sbagliato. Consolini pareva un ercole rivestito di tubi come una scultura di Christo: se sbagliava il lancio, la colpa era sua, non dell' esercizio impossibile. Oberweger nutriva odiosi complessi nei suoi confronti e prediligeva Giuseppe Tosi, una specie di Porthos ridanciano (e intelligentissimo). Consolini divenne primadonna sottopelle. Ingoiava rospi così grossi mordendone anche le zampe a manina: però, zitto! Una volta che lo rimproverò un dirigente, strinse tanto la spalliera della sedia che la mandò in frantumi. Venne assunto come impiegato in una fabbrica di seta artificiale: finì per scarire i camion: però venne esentato dal servizio militare e non fece la guerra. Abitò presso un cugino e una cugina borghesi nei pressi di via Tonale a Milano. Non era molto chiaro nei suoi rapporto con i cugini. Quando Oberweger ed io pensammo di inquisire, portandolo a cioncare con noi in un' osteria famosa di Venezia, tanto bevemmo per indurlo ad aprirsi che facemmo gara di marcia fino alla stazione, e Consolini, il solo a non essere ciucco, seguiva piegandosi per il gran ridere: propriamente squittiva, come una cincia. Si confidò un giorno con il solo Mario Lanzi: Se te credi che fusse bello..., ammise corrugando la fronte, che non era da pensatore. Andammo noi due in Svezia e Finlandia, la tarda primavera del ' 46, e come è vero Dio non lo vidi nudo una sola volta. Aveva il casto pudore dei contadini. Una sera, nella dependance del Grand Hotel, a Stoccolma, ci puntò un cameriere frocio che era stato per anni a Capri con Axel Munthe. Adolfo si schermiva con risolini da fanciulla timida. Io lo tassavo di bottiglie preziose. Il poveretto si diceva entusiasta dell' Italia. Della nostra preziosa lingua ricordava una parola: maraschino! War auch Axel Munthe eine Dame?, domandai al vecchio frocio infoiato. Natuerlich!, garantì lui alzando le spalle: i froci vedono dame dappertutto. Intorno al grande campione evoluivano ragazze bellissime. Parlaci tu - mi supplicava intimidito - di' loro che non conosco la lingua. Er ist ein Ox, spiegavo io indignato. Però dentro di me l' ammiravo. Sulla spiaggia di Goeteborg lanciò a 57 metri: misurarono il lancio i pescatori, che stavano ripiegando le reti, e poi lo sollevarono e lanciarono più volte in alto come si usa con i trionfatori. Te g' ha visto el stile certo, splendido! e ovviamente mentivo. Per valutare sul piano tecnico un lancio bisogna farci l' occhio durante anni: e puoi avere una macchina da presa, e poi essere certi che il discobolo sia rimasto in pedana. Quando Adolfo fece il suo terzo primato mondiale, all' Arena di Milano, io avevo i suoi lanci nella retina: Va' al diavolo! esclamai vedendolo chiudere in ritardo, dopo essere risalito con la mano troppo dal basso verso l' alto. Secondo Boyd Comstock aveva sbagliato tutto. Il disco impennò senza il minimo sfarfallio, poi prese a navigare in quota e non cadeva mai: lo fece 33 centimetri dopo i 55 metri: ed io finì di convincermi che le teorie di Comstock sul lancio del disco erano dogmi grotteschi, veri impedimenti dinamici, costrizioni solo gratuite: e lo dimostravano i lanci-primato di Consolini. Quel giorno all' arena di Milano c' era anche Emil Zatopek, il più straordinario degli hilares dementes, che l' Italia aveva sedotto con una sola specialità: i cerini. Mai avrebbe cessato di accenderne e di soffiarvi sopra compiaciuto. Entrambi vittoriosi ai giochi di Londra del ' 48, lui e Adolfo erano molti vicini. La differenza era che Zatopek portava i gradi di colonnello. Lo stesso anno della tournée in Scandinavia ebbero luogo gli europei a Oslo e Consolini li aspettò a Goeteborg. A Oslo arrivammo con un S 91 quadrimotore che non riuscì a varcare le Alpi e scese con il Rodano fino a Istres. Il domani risalimmo a Parigi: il giorno dopo dovemmo sostare a Brema perché Oslo non rispondeva alle nostre chiamate. I soli a capire in che peste eravamo sulle Alpi fummo Oberweger, cacciatore di guerra, ed io. La Piccinini era la sola a mangiare. Tutti gli altri atleti si trovavano in crisi gastrica. A Oslo conobbi la Blankers Koen, l' affresco con il panciutello Ibsen nella hall del Grand Hotel e lo spezzatino di balena. Come tutti, riconobbi profetico il sonetto di Baudelaire sulla gigantessa quando vidi Nina Dumbatze (dormir nonchalamment à l' ombre de ses seins) era una georgiana bella e imponente. Avesse saputo anche lanciare, i voli del suo disco sarebbero stati di almeno venti metri più lunghi. Consolini e Tosi le davano pazienti lezioni: Consolini avrebbe preteso che anche Nina si seppellisse nei ponteggi di Christo. Beppone Tosi, lui le ragliava consigli brancandole le braccia tornite e spostandole a tutto palpo i fianchi opimi. La sera, nelle baracche del villaggio, gli atleti si ritrovavano per conversare (come potevano). Tosi sembrava un asino a maggio. La Nina lo teneva lontano ridendo: poi, una sera, agguantò l' Adolfo e lo trascinò fra i cespugli. Troppo galantuomo era Tosi per non esserne persuaso (non dico lieto). Sedette su una proda e aspetto che l' amico tornasse. Non passò molto e come lo vide Tosi vede: psst! Eh?!, rispose l' Adolfo come un galastrone fradicio. Com' è andata? inquisì Beppone. Tasi! g' ha fato tuto la Nina. Confessati domani ironizzò l' amico: hai proprio tutte le fortune. La Nina aveva semplicemente obbedito alle selezioni tecnico-statistiche! Adolfo mi parlò poi senza la boria del gitano nella Casada infiel di Garcia Lorca. Quando si presentò un decatleta Dumbatze con la squadra sovietica ai giochi di Roma, il povero Sandron Calvesi fece credere a tutti che era il figlio di Nina e di Adolfo Consolini. Concepito nell' 46, quanti anni poteva avere quel semidio nel ' 60? Sandron Calvesi ha sempre avuto molta fantasia. A quei Giochi romani, Consolini lesse il giuramento dell' atleta. Ci mise quasi un anno ad impostare la voce e poi la ruppe lo stesso per l' emozione. Ancora più patetico fu quando da capitano azzurro chiamo l' hip hip urrà per l' Argentina. La voce si fece così sottile che parve spegnersi in un gemito. Schierato accanto a lui, Tosi gli batté la mano sulla spalla ed ebbe tutta l' aria di dirgli: Dolfo, va' a scoa' ' l mar. Poi fraternamente sorrise scuotendo il capo. Quando Consolini morì, ahi, troppo giovane, venni invitato a ricordarlo in tv. Era domenica. Tentai qualche frase sconnessa, poi mi si strinse il groppo in gola e per non singhiozzare me ne andai. Capirono tutti che - fuggendo - avevo imprecato a Giove ottimo massimo. Un mio collega impietoso disse che magari ero discutibile come scrittore, però che artista! Non essendo facile al pianto, nonostante il dolore lo insultai. - di GIANNI BRERA