Gino, volevo insultarti ma non ci riesco...
Repubblica — 06 maggio 2000 pagina 14 sezione: SPORT
Questa è una lettera-articolo scritta da Gianni Brera a Bartali. Ne riproduciamo
alcuni stralci. A GINO Bartali. Da qualche anno, conoscendoti meglio, mi sono
fatta la convinzione che tu sia una specie di Bertoldo devoto. Non sei, intendo,
il Tartufo ipocrita e astuto che una morale ormai fuori del tempo costringe a
irritante doppiezza: quando ti chiamo frate Cipolla, pensando alle margniffate
di quel personaggio boccaccesco che tu forse non sai, voglio semplicemente
coprire una mia debolezza. Dopo averti quasi detestato, quale paradigma di un
italiano che mi sembrava mostruoso, ho scoperto di volerti molto bene. (...) A
tuo modo, sei tu pure un genio muscolare. Non Binda né Guerra, né tanto meno
Coppi. Sei il cursore di maratona che non stramazza mai, e non per sé grida
vittoria, ma per Iddio nostro Signore, per santa Teresa del Bambin Gesù, per san
Domenico del quale sei terziario. "Brutt bojon", ringhiava Eberardo Pavesi
mentre con tanta unzione posavi le ginocchia sul freddo marmo delle cattedrali.
"Su de lì Ginetto, fa' minga el bamba, che così ti freddi i muscoli". (...) Finì
che ti convinsero d' una missione divina. Non più spade, non roghi santi. Il
cavallo di Sant' Ignazio era di acciaio: i suoi zoccoli frusciavano come seta
sull' asfalto. Avresti confuso eretici e infedeli con le tue gesta, ogni tua
vittoria sarebbe apparsa miracolosa. Mai ritirarsi, pregare, pur nell'
automatismo della pedalata. Mai ritirarsi, invocare il miracolo. (...) Ti ho
visto la prima volta in Gazzetta, nel 1945. Eri con Bini e Leoni (mi sembra). Di
mutargnone che eri, secondo la favola avviata a divenir mito, avevi preso a far
chiacchiere con la rabbiosa facondia del toscano. Guido Giardini disse: "Ora che
ha smesso di andare forte, l' è diventaa on cicciaron". Ma forte andavi ancora.
Ti rifacevi semplicemente di tanti anni austeri. Avevi preso moglie. Eri un
uomo, non un santo. E le tue vittorie dividevano felicemente gli italiani, come
è destino che avvenga, ma li dividevano per l' aperitivo, raramente per le
busse. Il papa ti riceveva anche in maniche di camicia. Il giorno in cui
spararono a Togliatti, la gente corse a sentire la radio del Tour anziché
assaltare le prefetture. Fosti additato come salvatore della patria. (...)
Vedemmo un olandese, Wagtmans, superarti in discesa. Conosceva al più gli
ascensori, e tu i colli sublimi delle Alpi e delle Dolomiti: le stradicciole
sghembe dei Pirenei. "Va' a casa, coglione", io ti gridai salendo alla Demi-lune,
sopra Lione. "Avessi io i tuoi quattrini...". Sudavi affranto dopo neppur un
chilometro. "Se non corro muoio", dicesti dopo una scrollata (e perdesti sudore
come un vecchio ronzino). (...) La vita del borghese è difficile a reggersi. Ti
hanno imbrogliato, come era fatale. Il papa ha smesso di riceverti. Qualche
crociato è sceso dalla tua nave. Restava l' odio per Coppi, acre, smisurato,
bellissimo. La gente disputava sul passato. Odiava Coppi, borghese in fallo a
sua volta, ma sempre ricco. (...) Talvolta sei un compagno adorabile. Bevi bene,
fumi smodatamente anche tu, discuti, accetti e restituisci invettive. Sei
proprio un brav' uomo, un onesto adesso. Volevo scriverti questa lettera per
insultarti e non ci riesco. L' affare con Coppi non è una turlupinatura, è
bontà. I fessi strillano, si sentono derubati di un mito. Vorrebbero eterno il
tuo odio. E perché? Ogni motivo materialistico è caduto. Coppi è un povero
signore, come il ciclismo italiano. (...) Ginetto, andiamo a bere. Scendi
immediatamente da quella macchina e fermiamoci all' ombra. Noi si deve ancor
lavorare per vivere, ed ecco che passa quello smilzo Chisciotte a nome Coppi.
Lui si danna tuttora per difendersi. Noi beviamo. Molti modi vi sono per
campare. Questo è uno, e neppur tanto idiota. Alla salute, vecchio Ginetto.
Nessun Boccaccio, per fantasioso che fosse, riuscirebbe più a vedere in te frate
Cipolla. Ora sono convinto che preghi meglio di prima, e che le tue preghiere
valgono di più. - di GIANNI BRERA