EPPURE NON E' BONIPERTI A VOLER VINCERE TANTO...
Repubblica — 14 luglio 1985 pagina 26 sezione: SPORT
NACQUE il 4 luglio 1928 in una corte di cascina a Barengo, paesino fondato dai
padri longobardi (tutti i nomi di paese che finiscono in engo sono loro). Era il
terzo di Agapito, agricoltore sul suo: cento ettari di terra a riso e vigneto.
Agapito Boniperti aveva in casa un libro sulle origini della sua famiglia, che
aveva vantato medici insigni presso la Ca' Granda a Milano. I sopracciò di
Novara l' avevano scelto quale podestà. Non accadde mai che un agricoltore al
quale non mungessero le vacche non fosse... "per l' ordine". Ne ho conosciuto di
quelli che fecero dissidenza dal fascismo perchè Mussolini era andato troppo a
sinistra, poverocristo di uno. Gian Piero detto Piero seguì il fratello in
collegio dai rosminiani ad Arona. Il calcio era la sola evasione di quei piccoli
borghesi dediti all' onanismo e alla caccia. Il fratello di Gian Pier detto
Piero si chiamava Gino, giocava a calcio meglio che non sapesse lui e per questo
non s' impegnava. Quando tornarono, a liberazione avvenuta, trovarono padre
Agapito impensierito come era giusto per la piega che stavano prendendo le cose.
Il Barengo aveva squadra di calcio e padre Agapito pregò i due figli di
riconquistargli il favore della gente prodigandosi da par loro dietro alla
palla. Gian Pier scelse il posto di centravanti e Gino quello di ala destra,
così da poter parlare con le ragazze e combinare qualcosa di serio per la sera.
Gian Pier s' impegnava al massimo e sfogava le altre velleità balistiche dietro
alle starne in collina e ai beccaccini in risaia. Era di struttura normotipica
molto vicina alla brevilinea, che è l' ideale per il calcio. Scattava con
prontezza e colpiva benissimo a volo con i due piedi. Per non avere mai fatto
altro sport era un poco ipertrofico di cosce e proprio da questo gli veniva
notevole potenza nei tiri. Quando uno è biondo, si vede più facilmente degli
altri (teoria di Rocco a proposito di Schnellinger, che gli piaceva meno di
Blason). Gian Pier era per giunta figlio di agricoltore agiato e tutti sapevano
chi era, anche il medico di Barengo, patito juventino. Oculati com' erano,
quelli di Madama stavano per lasciarsi scappare Di Stefano ma non lesinarono nel
cacciare le poche decine di migliaia di lire che il Momo richiese per Gian Pier
Boniperti. Il giorno del provino rimarrà nella memoria di molti. Allenatore era
Felice Borel: vide calciare a volo quel biondino e chiamò tutti perchè lo
ammirassero. I più entusiasti, Piola e Parola. Poi si fece partita, e Gian Pier
commise una sciocchezza davvero imperdonabile: attese Parola al tackle e con
arguto dribbling gli fece tunnel. Parola prese atto senza dire bah: aspettò che
tornasse con la palla ed entrò di punta sulla sua caviglia destra. Gian Pier
cadde di schianto ed ebbe voglia di piangere. "Lui campa di questo" gli spiegò
Farfallino: "tu giochi, lui lavora. Impara a vivere". Nell' atleta ben fatto e
coordinato, ogni mossa riesce elegante: e Gian Pier piaceva a chiunque capisse
di calcio. Dopo Borel venne in panchina Renato Cesarini che finalmente decise di
lanciare Gian Pier in serie A e ne fu così convinto Pozzo che non esitò a
chiamarlo, diciottenne, in nazionale. Fu quella al Prater una disastrosa
Waterloo: Pozzo viveva ormai su una nuvola: il laterale metodista Malinverni
venne impiegato a centrocampo con Campatelli, insigne meditatore. Malinverni era
in realtà terzino d' ala. Cochi Sentimenti denunciò diottrie matte subendo tre
gol su tiri da lontano. Lo sparuto golletto italiano (1-5!) venne firmato
Boniperti. Erano gli anni grassi del Torino. Alla Juventus mugugnavano senza il
coraggio di cacciar quattrini. Poi tornò don Giovanni Agnelli e fu lo squadrone.
Non ricordo una Juventus più bella. La allenava un ex-pizzardone di Cardiff a
nome Carver. La dirigeva in difesa Carletto Parola e truccava il catenaccio
chiamando Mari a tenergli il centravanti: Muccinelli arretrava a far l' interno
e Martino si metteva in linea con l' altro mediano, a nome Piccinini. In
attacco, un' ala di rifinitura, Praest, un interno-centravanti di mitica potenza
acrobatica, John Hansen, poi Gian Pierin Boniperti, che duettava con Muccinelli
e Martino assai più che con Hansen, del quale era geloso. Me neaccorsi più più
tardi e capii che Gian Pier era primadonna come tutti i campioni di questa terra
(a incominciare da Meazza e Di Stefano). Con Valentino Mazzola, era comunque
Boniperti il miglior prodotto del nostro calcio dopo anni di attesa e di
rimpianto. Per lui tifavo a dispetto del mio nome e della mia nascita bassaiola.
Per lui ho rischiato il linciaggio al Prater quando quella brava ciolla di
Ocwirk espose la faccia alla sua rovesciata em bicycleta e ricevette la punta
del destro sul naso: come si sentì il botto in tribuna, gli austriaci presero a
gridare "pfui!" con ferocia, ed io, fidando in Maria Thiresia regina, dissi: "E'
un bravo ragazzo: la colpa è di Ocwirk che ignora le rovesciate em bicycleta".
Ocwirk venne portato via in barella e l' Italia perdette 1-0. Pierin giocava
interno. Telefonò l' incredibile botta dell' 1-1 e il portiere austriaco planò
per deviarla sul fondo. La squadra era quella che stava per affondare malamente
ai mondiali 1950. Pierin fece un patto con don Giovanni che ad ogni gol si
sarebbe preso una vacca delle sue e don Giovanni svelò dopo un paio di anni che
Agapito Boniperti si era rifatto la stalla con esemplari di gran qualità in
attesa del vitello. La Juventus prosperava ma non la nazionale. Boniperti ebbe
una fortuna decisamente inferiore ai suoi meriti in azzurro. Sapeva anche
risparmiarsi e picchiare. Le sue caviglie garantivano di rischi sempre più
gravi: a me contadino ricordavano quei rami di gelso potati troppe volte per non
dilatarsi a orrendi bugnoni. Intanto Agapito comprava terra nuova e il nome di
Boniperti era noto in tutto il mondo. Nel ' 57-' 58 arrivarono Charles e Sivori.
Gian Pierin capitano e primadonna detestava Nicolè ala che reniteva al triangolo
con lui. Non gli bastava segnassero Charles e Sivori: voleva impostare ed
entrare a concludere: e poco si curava di sostenere la squadra. Glielo scrissi.
Furono batoste gravi: poi Gian Pierin capì e mi disse che far l' interno secondo
misura era come "puppar latte" (così disse). Imparò a far correre gli altri, a
lanciare per sua gloria esclusiva. Come i compagni gregari servivano prima lui,
Sivori prese cappello con tutti, massime con Colombo ed Emoli. Mattatori e
primedonne non possono non venire a lite: puntualmente ci vennero Sivori e
Boniperti. E il barenghino imparò a farsi furbo. Certe volte lo fu anche troppo
ma seppe ritirarsi al momento buono. Si era sposato e non vedeva nascere figli.
Si dice abbia fatto il voto di non dare mai più un calcio alla palla e di figli
ne ebbe tre, molto belli. Rimase dirigente in Juventus e incominciò con il piede
sbagliato. Poi trovò Allodi e il modo di navigare per il meglio. Gli Agnelli gli
avevano affidato anche le tenute agricole, un capitale immenso da far fruttare.
Lo chiamavo il fattore, non so quanto gli piacesse: volevo dire che era
valvassore del Principe e che sapeva destreggiarsi nel migliore dei modi. Con
tre aune di panno rosso, aveva detto un giorno Cosimo de' Medici, qualsiasi
funzionario bennato diventa buon diplomatico. Lo stesso debbono aver pensato gli
Agnelli di quell' agricoltore divenuto campione di calcio per dispetto. Fu anche
un asso nell' amministrargli i beni agricoli. Ma i giochi più belli fece in
Juventus. In quattordici anni di presidenza ne combinò di splendide, ed è certo
che le trovate più abili realizzò ai danni dell' Inter (Boninsegna e 700 milioni
per uno scalcinato Anastasi); del Milan (Benetti e 200 milioni per Capello), di
Giuseppe Farina (2500 milioni in busta per la metà di Paolo Rossi). Ogni mattino
alle 6 trillava il telefono: l' implacabile don Giovanni gli dava il buon giorno
ed esigeva le ultime da lui. Vinta anche la Coppa Campioni nel modo tragico che
sappiamo, Boniperti venne consigliato di andarsene: ormai il libro d' oro era
completo: tutte le Coppe continentali vi figuravano, e qualcosa come 21
scudetti, e una manata di Coppe Italia. Boniperti deve aver ascoltato il
principale, del quale si insinuava - non sempre per ischerzo - che fosse il
direttore sportivo della Juventus: nonchè parlare di dimissioni, Gian Pierin ha
indetto una conferenza stampa per presentare la nuova squadra e confermare la
propria insaziabile voglia di vincere. Io stesso ho creduto di notare che la
Juventus di quest' anno è più forte, sulla carta, di quella scorsa. L' ho
scritto come augurio a un vecchio amico rimasto molto più giovane dei suoi anni.
Poichè sono interessato anch' io ai suoi trionfi, non gli dirò come nè quando il
suo rubizzo sovrano Vittorio Emanuele II abbia deciso di svendere la scuderia,
annessa all' ippodromo fiorentino delle Cascine. A voler sempre vincere non è
lui ma don Giovanni. Boniperti è un valvassore che sa il fatto suo, al punto che
il piacere più vero per lui è saperlo accontentare. Che il buon dio gli conservi
la vista. - di GIANNI BRERA