Dove comincia l'Appennino

Dialetti

(da http://www.appennino4p.it)

 

Diverse pagine di questo sito dimostrano come le Quattro Province si possano considerare un territorio culturalmente omogeneo, per i comuni aspetti della vita di montagna e per la tradizione musicale, canora e di ballo.

Le Quattro Province non sono però altrettanto omogenee, o lo sono solo limitatamente, dal punto di vista dialettale. Difficilmente poteva essere altrimenti, dal momento che ciascuna fa capo a una regione diversa, ma è anche vero che di queste quattro province soltanto una, quella di Genova, si trova al centro del sistema dialettale della propria regione: le altre tre, Alessandria, Piacenza e Pavia, si identificano solo in parte con le rispettive regioni di appartenenza.

La provincia di Alessandria può essere infatti divisa in tre aree: se quella del capoluogo rientra in quel Piemonte orientale i cui dialetti si possono considerare abbastanza differenziati dalla koiné piemontese, l'area di Tortona è in continuum con Voghera e l'Oltrepò pavese, mentre la parte meridionale della provincia, dalla val Borbera a Novi Ligure e Ovada, è generalmente considerata ligure.

La provincia di Piacenza è anch'essa dialettalmente periferica, dal momento che il piacentino è il "meno bolognese" di tutti i dialetti dell'Emilia-Romagna: pur potendosi ancora classificare tra questi ultimi per fenomeni come il passaggio di a > è in sillaba aperta latina ("lumaca" si dice lümèga, come in bolognese lumèga e diversamente dal milanese lümaga), il piacentino ha però tutta una serie di caratteristiche "lombarde" dovute ai secolari rapporti con Milano. Vi sono anche diversi fenomeni in continuum con Pavia, mentre dalle valli del Trebbia e del Nure risalgono tratti liguri che si fanno ancora sentire almeno fino a Bettola. È solo nella parte più meridionale della provincia però che si sentono dialetti classificabili come liguri (cfr. L. Zörner, "L'ottonese: un dialetto ligure", in: Studi linguistici sull'anfizona ligure-padana, Alessandria 1992).

La provincia di Pavia è anch'essa piuttosto variegata, nonché di discussa attribuzione: tutta la letteratura specialistica indica che il dialetto pavese, oggi decisamente lombardo per la forte influenza milanese, presentava un tempo un chiarissimo continuum con Piacenza, al punto che Bernardino Biondelli, nel suo "Saggio sui dialetti gallo-italici" del 1853, classificava il pavese tra i dialetti emiliani. Per vedere quanto ci sia di fondato in questo giudizio occorre spostare l'obiettivo sui dialetti del resto della provincia che, in quanto "rustici", sono più conservativi e possono consentirci di andare un po' più indietro nel tempo. È meglio però spostarsi dalla Lomellina, dove a un certo punto si torna a incontrare il confine col piemontese, e rivolgere lo sguardo a sud, nell'Oltrepò pavese: da un lato il dialetto di Broni sembra una specie di media aritmetica tra il piacentino e il pavese, dall'altro tutti i dialetti oltrepadani non sono tipicamente lombardi, includendo anche Bobbio, oggi in provincia di Piacenza ma un tempo unita politicamente e amministrativamente all'Oltrepò pavese. È peraltro vero che tra Castel San Giovanni (PC) e Broni si può sentire un confine linguistico non del tutto inconsistente, che coincide quindi col confine provinciale con Pavia e quello regionale tra Emilia-Romagna e Lombardia. La parte più meridionale della provincia di Pavia, infine, parla anch'essa dialetti più o meno liguri.

Occorre soffermarsi un attimo sul significato del termine "ligure". H. Plomteux ("Ligure o no il dialetto novese?" in: Novi nostra, 1975) ha messo in discussione l'attribuzione, generalmente accettata dai dialettologi (cfr. G. Devoto, G. Giacomelli, I dialetti delle regioni d'Italia, Firenze 1972) e dalle popolazioni locali, di Novi allo spazio linguistico ligure: al novese manca un tratto qualificante come il passaggio di pl, bl e fl latini a c', g' e sc' (esempi tratti dal genovese: ciungiu "piombo", giancu "bianco", sciümme "fiume"). Per questo motivo, secondo il Plomteux, non si potrebbe parlare di liguricità del novese, che sarebbe piuttosto un dialetto monferrino con le vocali finali. Se è vero che non sempre ci si può fidare del giudizio delle popolazioni locali e che non necessariamente un dialetto con le vocali finali dev'essere ligure, è anche vero che è difficile essere d'accordo col Plomteux quando in buona sostanza fa dipendere certe decisioni da un solo tratto linguistico: malgrado le isoglosse disegnate dalla "Carta dei dialetti d'Italia" del Pellegrini (Pisa 1977), neanche il dialetto di Santo Stefano d'Aveto presenta il passaggio palatale di pl, bl e fl, eppure Santo Stefano si trova in provincia di Genova, nel cuore del sistema linguistico ligure. Appare dunque più opportuno classificare un certo dialetto dopo averne confrontato l'intera configurazione a quella dei suoi vicini, il che lascia aperta l'attribuzione dialettale non solo di Novi Ligure e Santo Stefano d'Aveto, ma anche di Ottone (PC) e Borgo Taro (PR), due centri che parlano in modo distintamente diverso dai rispettivi capoluoghi e, fra l'altro, con le vocali finali.

Questa difficoltà di trovare criteri classificatori che mettano d'accordo tutti gli studiosi ha portato una gran parte della dialettologia moderna a disinteressarsi delle classificazioni per concentrarsi, felicemente, sulla descrizione dei dialetti. Va sottolineato il "felicemente" in quanto buone descrizioni, obiettive e prive di una tesi precostituita da dimostrare, risultano oltremodo preziose a chi, malgrado tutto, non rinunci a fare della geografia linguistica. Naturalmente, al lavoro di spoglio delle fonti scritte va necessariamente affiancata una capillare ricerca sul campo, finché questa è ancora possibile, non soltanto per controllare le descrizioni fin qui pubblicate, ma anche e soprattutto per rendersi conto degli aspetti di continuum che, pur non vanificando la tassonomia dialettale, rendono necessario impostarla con prudenza e considerando una molteplicità di fattori non sempre del tutto studiati ma ben presenti in un'area di transizione e multiple appartenenze qual è per definizione quella delle Quattro Province.

Daniele Vitali