DA EDOARDO A EDOARDO MEZZO SECOLO D' AMORE
Repubblica — 08 agosto 1985 pagina 24 sezione: SPORT
NON ricordo in quale giorno della scorsa primavera don Giovanni Agnelli dice
tranquillamente del geometra Piero Boniperti: "Quando non mi dà retta, commette
solo sciocchezze". La sudditanza psicologica nei confronti della Juventus indice
quasi tutti a ignorare questo grave giudizio del Principe: il quale - nessun
dubbio sembra possibile - deve essersi legato al dito qualcosa che non ha ancora
ben digerito. Ingenuamente, io mi aspetto che Boniperti indica subito una
conferenza stampa, denunciando l' irrinunciabile voglia di riposo. E' un
imprenditore importante (nei nostri limiti piccolo-borghesi): conduce la tenuta
ereditata dal padre a Barengo, e da lui ingrandita nei limiti del possibile; non
è più da qualche tempo fattore degli Agnelli, le cui immense proprietà terriere
esigono dedizione continua; in compenso, è entrato da partner importante nell'
industria del suocero, per conto suo, gestisce un' impresa di trasporti d'
automezzi: ad occhio e croce, poniamo dunque che Boniperti valga una dozzina di
miliardi: tuttavia, si comporta nei confronti degli Agnelli da suddito ligio e
fedele: e a me, che ne sono stato tifoso, accade ancora una volta di stupire
della sua mansuetudine. E' vero: nei confronti degli Agnelli, Boniperti arriva
alla quasi completa autocastrazione. Soltanto la conoscenza dei valvassini
gallo-liguri-lombardi (Boniperti ed io parliamo lo stesso dialetto, che non è
piemontese), mi consente di giustificare il comportamento del presidente
delegato. La gente parla di lui come di un genio, pensando al gran campione che
è stato. In realtà è furbo come può solo spiegare l' ascesa della sua gente
contadina: nel Cinquecento i novaresi Boniperti erano medici presso la milanese
Ca' Granda: poi, debbono essere rimasti sulle proprietà contratte con matrimoni
sapienti. Quasi sempre Pierin annuisce senza parlare: e per questo i semplici lo
prendono per saggio. Probabilmente, non ha niente da dire: non è fatto per la
dialettica e le accademie, quasi sicuramente, lo annoiano. Non è introverso
Pierin ma neppure espansivo. Gli Agnelli vogliono subito affidargli una parte di
responsabilità nella Juventus, che a loro pesa parecchio: non solo per i
quattrini, ma anche per il tempo che richiede. Le prime esperienze del dirigente
Boniperti sono disastrose. Gli Agnelli non ritengono allora di farlo fuori ma sì
di ridimensionarlo, affidandogli incombenze agricole, da loro lontane più della
luna. La presidenza della Juventus viene assunta da Catella, pilota cacciatore
di leggendaria bravura, uno che in Spagna ha abbattuti tanti russi da farmi
piangere quando mi tocca ricordare Gagarin. Per l' occasione è stato assunto
anche Allodi, un di que' dirittoni che ci ha insegnato a capire don Lisander. La
Juventus ha fatto subito un pieno da navigarci almeno dieci anni. Nuovi cicli
all' inizio con l' accoppiata agli ordini di Agnelli. La Juventus è un feudo
importante come e più della Ferrari, che si vuol sempre guidata da un mago senza
età. Ci s' è provato qualche juventino di rigida osservanza a far senza la
Grande Famiglia: si è capito che non aveva carisma. Non era la gentile Torino ad
emanare fascino, bensì la lustra di quei potenti con merito grande ai nostri
occhi plebei: nonchè disgustarli, il calcio li divertiva: nè si trattava di
banale demagogia, ma proprio di passione sportiva! Il Giovin Signore la fa da
playboy con i principi più astrusi, che magari non hanno più del Palermo da
contrapporre al quinquennio miracoloso della Juventus. Don Edoardo I accetta di
interessarsi alla pedata perchè capisce che Torino è troppo piccola per fare
altro. Ai torinesi va in tanto sangue battere Milano, colpevole di grandigie
fondate sul danèe (e su altro che ai torinesi piace ignorare). Dalla parte del
Torino si agita un nobile vero, Cinzano Marone, che è bello mortificare con gli
spiccioli. Capiterà che qualcuno della Juventus venda un derby e che il titolo
venga revocato al Torino. E se Cinzano Marone insiste, ecco la favolosa Juve del
quinquennio! Vengono ingaggiati Orsi, Cesarini, Monti e Sernagiotto, un nobile
pavese - ma sì! - con le chiappe a livello d' erba. Perito don Edoardo I per un
banale incidente aereo, la Juventus decade tristemente. Rinascerà con i suoi
figli ed io vedrò nel 1949-' 50 una delle massime squadre mai allestite in
Italia. Don Giovanni II vivrà l' esaltazione come noblesse obligè, senza
commuoversi più che tanto. Arriverà, dopo anni di crisi (altrui) a delegare il
fratellino Umberto. Sono gli epici giorni di Sivori e Charles, dell' ultimo
Boniperti santificato dalla voglia di aver bambini. Si parla di un suo voto per
commuovere il buon Dio: Boniperti non toccherà più palla con la parte più
celebre di lui, notoriamente costituita dai piedi. Prende avvio un sodalizio che
le cronache fanno risalire al ' 71. Infiniti scudetti, due stelle d' oro sulla
maglia. Boniperti, astutissimo, capisce che la lotta è con Milano, e la vuole
stravincere ogni anno. A giugno, la Famiglia invita a Torino la stampa e i più
fedeli sopracciò a festeggiare la ricorrenti vittorie. Don Giovanni II manifesta
nei confronti di Boniperti un gentile sarcasmo. Dirà a tutti di aver promesso
una vacca frisona selezionata ad ogni gol del barenghino: ma lui, incorreggibile
marpione, sceglieva sempre le frisone pregne. Poi farà aperta ironia don
Giovanni riconoscendo che nessun errore è stato commesso un certo anno negli
acquisti perchè Boniperti non se n' è occupato. Piacevolezze del Signore che si
degna di prender parte alle nostre ricorrenze plebee. Boniperti vede con
sollievo partire Allodi per eccesso di zelo (eufemismo). Rimane solo in serpa e
continua sullo slancio. Battere Milano significa ottenere soddisfazione piena:
come ha capito bene, il geometra di Barengo! E poichè le vittorie su Milano
valgono doppio, impari a limitarsi la Roma, che fa tanto chiasso per un piccolo
scudetto lucrato dopo quasi mezzo secolo. Gli amici si augurano qui che Pierin
abbia a dirsi finalmente stanco. Il vero direttore sportivo della Juventus è don
Giovanni II. Avviene qualcosa di simile in F.1, quando Enzo Ferrari candidamente
ripete una battuta del Principe che riguarda Lauda: minestra riscaldata. E
Allodi naturalmente nega: ma è vero che don Giovanni gli ha telefonato, un bel
mattino, proponendogli Boniek, Rossi e Tardelli in cambio di Maradona. Ormai
Boniperti è rudemente spiazzato. Apprende dai giornali queste piacevolezze e di
certo si morde le dita: però la ribellione aperta non avviene. E don Giovanni II
rincara: aveva chiesto di prenotare Vialli ed è stato obbedito, però di
contraggegno: quando è venuto il momento, gli è stato detto da Boniperti che
Vialli non era per la Juventus. Questo sacrilegio è stato denunciato da don
Giovanni II il giorno in cui la Juventus si è mostrata a Villar Perosa. Il
domani, don Edoardo II si è lasciato andare con un bravo redattore di Pierin
Dardanello: è risultato che Boniperti, obbedendo agli amici, aveva incominciato
a parlare di stanchezza: è anche aggallato un particolare: che durante le
dispute per le assunzioni, si era offerto lui, Edoardo II, di sostituire
Boniperti e il suo magnanimo padre lo aveva esortato a pazientare. Adesso torna
fuori un nome noto. Giovannino Agnelli, figlio di zio Umbertino. Ventun anni -
ammette don Edoardo II - ma possiamo tenergli accanto Giuliano e Bettega, che
del calcio sanno tutto. A questo punto, perfino la "rosea" capisce che un siluro
è stato sganciato in acque non più serene contro l' intoccabile genio barenghino.
Gli sviluppi sono intuibili a braccio. Forse gli amici, per una volta,
sentiranno di avere avuto ragione con Boniperti. Benchè prelibate, le pernici
servite ogni giorno vengono a noia. La Juventus è una realtà inattaccabile dagli
uomini e forse nemmeno dalla storia. I cilindri della Juventus sono infiniti: e
chi dà alesaggio ai pistoni è don Giovanni II. Tutti gli altri, per favore,
abbiano la compiacenza di aspettare un suo cenno. - di GIANNI BRERA