Cristoforo Colombo, un vicolo e l'Università di Pavia



La storia (con la “s” minuscola) è iniziata alcuni mesi fa, quando qualcuno ha scritto al Rettore dell’Università di Pavia chiedendo la prova del Dna sui resti di Cristoforo Colombo conservati nell’ateneo pavese. Prima della risposta da parte dell’Università, la storia (sempre con la “s” minuscola) è arrivata sui giornali. Lo scopo della prova è quello di capire chi fosse quel Cristoforo Colombo che si contendono la Spagna e l’Italia, intendendo per Italia almeno una decina di località sparse fra Liguria, Lombardia e Piemonte.
Strana Storia (con la “S” maiuscola) quella dell’ammiraglio che scoprì l’America.
In vita, nessuno l’ha voluto e quel che ha ottenuto se l’è guadagnato a denti stretti. In morte, lo vogliono tutti.
Ma si farà la prova del Dna a Pavia? Dopo il clamore iniziale è sceso un comprensibile silenzio sulla vicenda. Prima di tutto perché eseguire un test simile significa alterare in parte, se non distruggere, il resto. Che, se fosse di Cristoforo Colombo, non sarebbe un resto qualsiasi ma un patrimonio storico e culturale da preservare. Rimane poi un dubbio di base, cioè che quel resto potrebbe appartenere ad altri. Infine: con chi confrontare la mappa genetica? Chi era il padre di Colombo, chi ne era la madre? Mistero.
In realtà, le ipotesi sono tante, più o meno suffragate da documenti, ricostruzioni e indizi. Ma la domanda che a noi interessa riguarda il perché della presenza dei resti di Colombo a Pavia.
I resti arrivarono a Pavia alla fine dell’ ‘800 per volontà di Luigi Cambiaso, Console genovese a Santo Domingo. Nel 1877, infatti, durante i lavori di ristrutturazione della cattedrale di Santo Domingo era stata ritrovata una cassa di piombo con ceneri e 69 frammenti ossei.
Su un lato della cassa si trovavano due targhe di piombo con le lettere CCA (interpretate come Cristobal Colon Almirante, cioè ammiraglio) e, in lingua spagnola, la definizione di “Illustre ed Esimio Uomo Don Cristoforo Colombo”. Dentro la cassa, un’altra targa, d’argento, e un’altra iscrizione particolarmente criptica: “Ua.pte. de los r.tos. / Del p.er. Al.te D / Cris. Tovel Colon. Desr./U.Crisoval Colon”.
Comunque fosse decriptata, la frase non poneva dubbi sul proprio riferimento a Colombo. Il fatto strano è che l’universo mondo pensava all’epoca che le spoglie mortali dello scopritore dell’America di trovassero altrove.
La Storia (maiuscola) sino ad allora aveva registrato i seguenti spostamenti delle illustri ceneri marinare: da Valladolid (dove Colombo era morto il 20 maggio 1506) a Siviglia, da Siviglia a Santo Domingo, da Santo Domingo a Cuba e, in seguito, da Cuba a Siviglia.
Viaggiatore tanto da morto quanto da vivo, Colombo sembrava non aver mai davvero lasciato la tappa di Santo Domingo e (qualcuno lo sostiene ancor oggi) i resti di Siviglia sarebbero stati di un suo parente, probabilmente il figlio Diego.
La scoperta fatta sotto il pavimento della cattedrale di Santo Domingo indusse il Cambiaso a chiedere una parte dei resti. Essi furono inviati in tre diversi luoghi: a Genova (dove sono conservati a Palazzo Tursi), in Venezuela (prima terraferma scoperta da Colombo) e a Pavia, dove si riteneva che Colombo avesse frequentato l’Università.
Ma si trattava di un errore. A Pavia Colombo non c’è mai stato, almeno da vivo. O, perlomeno, non ha mai frequentato l’Università sul Ticino. Lo dice chiaramente uno dei maggiori storici di Colombo, Sandro Dini nel suo testo “Cristoforo Colombo – La realtà e l’enigma” pubblicato nel 1992. E mai smentito, fatto singolare se si considera che la vita e la morte di Colombo sono una sequenza continua di affermazioni e contestazioni.
La Storia (maiuscola) di Colombo a Pavia ha come fonte le “Historie” del figlio Ferdinando, che dice: “ già in picciola età imparò lettere e studiò in Pavia tanto che gli bastava per intendere i Cosmografi alla cui lezione fu molto affezionato: per lo qual rispetto ancora si diede all’Astrologia e alla Geometria”. Stessa cosa riporta Bartolomeo Las Casas.
Ma il Dini precisa: “Il mozzo di Vico Dritto non era granché istruito: nelle scuole elementari della Corporazione dei Lanieri nel Vicolo di Pavia aveva appreso le prime nozioni di religione, i primi passi del latino che lo aveva affascinato, i rudimenti di geografia e di aritmetica… Fernando aveva ingenuamente o intenzionalmente scambiato le scuole elementari del Vicolo di Pavia a Genova con la famosa Università della città sulle rive del Ticino”.
L’atteggiamento del figlio Fernando si giustifica anche a confronto con altri passi delle sue “Historie”, in cui cercò di attribuire al padre una genealogia di rango elevato e una formazione quasi raffinata, secondo un meccanismo apologetico diffuso.
Quindi: dove fosse nato non si sa, chi ne fosse il padre certo neppure, della madre non parliamo. Dove siano state conservate le sue spoglie, è un enigma. Di chi siano i resti a lui attribuiti, resterà una domanda senza risposta. Neppure si sa se fosse italiano o spagnolo.
Tra le migliaia di testi a lui dedicati, alcuni mettono in dubbio che il suo viaggio del 1492 fosse poco più di una balzana corsa per mare verso l’ignoto: Colombo probabilmente aveva già le idee ben chiare su dove arrivare e cosa trovare nel momento in cui salpò del continente noto verso il continente nuovo.
Era già stato nel nuovo mondo? Qualcuno prima di lui lo aveva fatto? Perché tanto clamore pubblicistico intorno a un’impresa apparentemente senza garanzie di riuscita? E, andando al particolare, di Colombo non esiste neppure una descrizione fisica univoca: biondo, castano, rosso, alto, basso, snello, grasso, piacente, antipatico, donnaiolo, fedele… Tutto, insomma, e il contrario di tutto quel che si può pensare.
Una cosa pare però certa: pur avendo navigato i sette mari, a Pavia Colombo non è stato mai, perlomeno secondo i documenti sinora emersi. Anzi, meglio, i non-documenti poiché non sembra esistere alcuna “certificazione” che attesti la presenza di Colombo come studente universitario pavese.
Esistono a Pavia dei resti umani a lui attribuiti. Che siano suoi o non lo siano, lo saprà dire soltanto la storia… non si sa ancora se minuscola o maiuscola.

 

Luigi Casali