LE CHIESE

 

 

 

SS. GERVASIO E PROTASIO
Via Severino Boezio

Questa basilica cristiana, la prima eretta a Pavia, fu fondata in area extra-urbana dal protovescovo S. Siro. In essa fu
sepolto il fondatore, il cui avello è conservato nella seconda cappella a sinistra. Esso reca la scritta SVRVS EPC, e risale
alla seconda metà del IV sec. d. C. Attorno alla chiesa, presso cui si rifugiò nel 326 Martino di Tours per essere accolto
tra i catecumeni, si sviluppò la necropoli cristiana, attestata da tombe e iscrizioni.

Nel 476 le truppe di Odoacre incendiarono l'edificio, subito ricostruito dal vescovo S. Epifanio. A questa ricostruzione
appartengono tratti di muratura che risalgono sicuramente al V sec. Nel 575 e nel 585 vi furono sepolti i re longobardi
Clefi e Autari.

Gravemente danneggiata dagli Ungari nel 924, fu in gran parte ricostruita dalla regina Adelaide, moglie dei re Ugo di
Provenza, che fu sepolta nella basilica. All'edificio adelaidino appartengono i due piccoli capitelli dei portale che vediamo
murati sotto il portico della facciata. II campanile risaie invece alla seconda metà dei sec. XI.

Nel 1206 la chiesa passò ai monaci cassinesi, che ricostruirono la chiesa nelle forme romaniche. Cospicui avanzi di questo
edificio, con archetti pensili e contrafforti, si conservano tuttora verso l'esterno. Alla stessa epoca risale il
bassorilievo di S. Siro, oggi nella seconda cappella a sinistra, già nella lunetta dei portale. I cassinesi furono sostituiti
nel 1562 dai francescani che, fra il 1712 e il 1718, restaurarono la chiesa ribaltandone l'orientamento. L'interno fu
alterato col sovralzo della volta e l'aggiunta delle cappelle. L'esterno non fu condotto a termine, ma nel Museo Civico si
conserva un disegno di Giuseppe Bianchi, datato 1746, con la veduta della facciata.

La maggior parte dei quadri conservati nella basilica è del pavese Giuseppe Crastona, che dipinse anche il quadro nel coro,
rappresentante la Vergine, i SS. Gervasio e Protasio e S.Siro. L'affresco nel catino dell'abside, opera mediocre dei Magenti,
è una copia del noto quadro del Bergognone rappresentante S. Ambrogio tra i SS. Gervasio e Protasio. La seconda
cappella a destra fu eretta tra il 1718 e il 1720 da Giuseppe Ferrari su disegno del Veneroni. Conserva due tele dei
Crastona, che affrescò pure la volta.



S. EUSEBIO

piazza Leonardo da Vinci

Di questa chiesa, che fu per qualche tempo la cattedrale ariana di Pavia, si conserva soltanto la cripta nel sottosuolo
di piazza Leonardo da Vinci. La costruzione della chiesa si fa comunemente risalire al tempo del re Rotari (636-652) ma
l'esistenza, nell'interno della cripta, di capitelli d'arte ostrogota, lascia supporre che Rotari abbia ricostruito la chiesa
sull'area di una preesistente cattedrale, di culto ariano, eretta dagli Ostrogoti.

Lo storico longobardo Paolo Diacono, dopo aver parlato della coesistenza del vescovo ariano e di quello cattolico in alcune
città italiane, afferma che ancora ai suoi tempi si mostrava il luogo ove sorgevano la residenza e il battistero del vescovo
ariano, accanto alla basilica di S. Eusebio. Lo stesso storico riferisce che, verso la fine del regno di Rotari, il vescovo
ariano di Pavia, Anastasio, si convertì col suo gregge alla Chiesa Cattolica e più tardi, dal 658 al 681, divenne vescovo
cattolico di Pavia. Dopo questo fatto, la basilica fu consacrata al culto cattolico.

Sembra che l'edificio avesse pianta basilicale, con tre navate di notevole lunghezza scompartite da otto grandi colonne
marmoree. Non risulta che la chiesa sia stata ricostruita in età romanica. Sappiamo però che essa fu restaurata nei primi
anni del Seicento, mentre nel secolo seguente, minacciando rovina, fu demolita e integralmente ricostruita. Soppressa nel
1805, la chiesa fu atterrata qualche decennio fa.

La cripta, l'unica parte risparmiata daile demolizioni, si presenta come un tempietto coperto da volte a crociera con
archi apparenti sostenuti da dieci elementi portanti (pilastrini e colonnette) che sono privi di base. Su questi dieci
elementi poggiano altrettanti capitelli di tipo tronco-piramidale ad alto fogliame di palma senza nervature, ma con un
contorno. Curioso è un capitello con foglie a sezione di cono ed incavi sottoposti. I capitelli sono sormontati da un abbozzo
di pulvino, più largo sovente dello stesso capitello, ma nascosto dall'imposta delle volte.

Oggi gli studiosi sono concordi nel considerare questi elementi come appartenenti alla chiesa ricostruita da Rotari
(636-652). Per quanto riguarda la muratura della cripta, il Cecchelli l'attribuisce al sec. VII, o alla fine del sec. VI. Le
volte conservano interessanti tracce di affreschi romanici che saranno restaurati nel quadro del piano di ripristino che il
Comune di Pavia intende attuare.



S. GIOVANNI DOMNARUM
Via Lorenzo Mascheroni

Paolo Diacono attesta che la regina Gundeberga, figlia di Agilulfo e di Teodolinda, verso il 654 fondò la basilica di
S. Giovanni Battista, dotandola di ornamenti preziosi e di molte terre. Venuta a morte, la regina fu sepolta nella basilica
da lei fondata. Questa deve il suo predicato al fatto che, accanto ad essa, il vescovo S. Damiano eresse, tra il 681 e il
710, il battistero riservato alle donne.

Nell'827, la chiesa risulta concessa in beneficio a Eginardo, segretario e genero di Carlo Magno. Nel 924, la chiesa fu
devastata dall'incendio degli Ungari, ma fu restaurata e ampiamente beneficata dal re Rodolfo e dai sovrani successivi. Nel
sec. XI fu costruito il campaniletto, di stile lombardo, che si appoggia alla parete sinistra della navata. Alterata nei
secoli seguenti, e in particolare nel Quattrocento, la chiesa fu in gran parte ricostruita nel 1611.

Nonostante i rifacimenti, tutta la chiesa è ancora di struttura pre-romanica, alterata poi nei secoli seguenti. L'unica
parte rimasta intatta è la cripta, riaperta nel 1914, cui si accede da due scale ai lati della navata centrale. Preceduta da
un atrio, presenta due enormi piloni in muratura e quattro colonne marmoree frammentarie su cui s'impostano le volte,
allacciate ad alcuni pilastri parietali. Le volte conservano interessantissimi affreschi romanici che rappresentano S.
Invenzio, S. Siro, S. Gregorio Magno, S. Giovanni Battista, S. Teofilo e altri santi. Lungo le pareti perimetrali si scorgono
le tracce di una cortina affrescata, mentre qua e là sono numerose immagini di S. Biagio. II corpo di questo santo, ivi
veneratissimo nel medioevo, è attualmente custodito sotto l'altare maggiore.

La facciata della chiesa risale al sec. XV, e presenta tre eleganti rosoni in terracotta. Entrando, a destra, si appoggia
alla navata un ambiente a volte, con tracce di affreschi analoghi a quelli della cripta. E' forse parte dell'antico
battistero annesso alla chiesa.

La pala della prima cappella a destra raffigura S. Andrea Avellino che muore ai piedi dell'altare. E' opera del milanese
G. B. Sassi, e proviene dalla chiesa di S. Giuseppe.

La lunetta del presbiterio reca un affresco coi Padre Eterno, lavoro assai ritoccato di Federico Faruffini.

La seconda cappella a sinistra reca una buona pala rappresentante S. Nicola, proveniente dalla soppressa chiesa di
S. Nicolò della Moneta. Fra le altre tele conservate nella chiesa, sono da segnalare quella rappresentante la regina
Gundeberga che presenta a S. Giovanni il modello della chiesa, opera di Giuseppe Gatti, e quella del pavese Crastona col
Padre Eterno e la Vergine, e in basso S. Ignazio e S. Luigi Gonzaga. E' pure degno di nota, in sacrestia, il quadro dello
Sposalizio della Vergine, proveniente dalia soppressa chiesa di S. Giuseppe.



S. MARIA ALLE PERTICHE
via omonima, 3

Lo storico longobardo Paolo Diacono ci informa che la regina Rodlinda, moglie di Pertarito re dei Longobardi (672-688), fondò
fuori le mura della città la basilica di S. Maria alle Pertiche. La basilica deve il suo nome al fatto che attorno
ad essa sorgeva il cimitero nazionale longobardo, ove i più illustri personaggi morti lontano da Pavia erano ricordati da
una pertica piantata nel terreno.

L'edificio, di cui Leonardo ci ha conservato la planimetria, era a pianta centrale, con un ambulacro fra il giro delle
colonne e le mura perimetrali. Sopra sei colonne marmoree, s'impostava un alto tamburo con cupola semisferica. Lo splendido
edificio fu atterrato nel 1813, sicchè oggi si conserva soltanto qualche debole traccia dell'alzato. Due colonne si trovano
oggi nel Museo Civico, mentre altre due furono adoperate per abbellire la Porta Milano, ove tuttora si ammirano.

II chiostro quattrocentesco ammesso alla basilica, in precarie condizioni di conservazione, presenta tracce d'affreschi
del sec. XV.



S. MARIA ALLE CACCIE
via A. Scopoli

Deve il suo nome al fatto che sorgeva fuori le mura, ove re longobardi si recavano a caccia. Secondo la tradizione, fu
fondata nel 747 dal re Rachis. Della chiesa longobarda rimangono in luce la finestra verso l'esterno e la colonna in
marmo cipollino, all'interno, che costituisce l'unica traccia che separava la navata centrale da quella di sinistra. La
cripta, con pianta originale a tre absidiole, sembra di poco più tarda.

In gran parte rifatta nel 1670, la chiesa fu restaurata nel 1936, ma in questa occasione si celarono sotto l'intonaco
cospicue tracce della costruzione longobarda. L'affresco nella volta, con la Vergine trasportata dagli angeli, è di Andrea
Lanzani.



S. FELICE
via Orfanotrofio

Sappiamo da Paolo Diacono che il re Liutprando eresse accanto alla sua residenza privata una chiesa dedicata al Salvatore.
Più tardi, la chiesa fu intitolata a S. Felice, il cui corpo era venerato nell'interno.

La chiesa è un edificio assai importante del sec. VIII, di tipo ancora ravennate per il ritmo delle arcate cieche sul fianco
sud e sui resti dell'abside destra. L'interno, già a tre navate, fu rimaneggiato e ridotto a una sola navata nel sec. XV e
ancora nel sec. XVI. I restauri del 1935-6 hanno posto in luce gli avanzi delle transenne marmoree che suddividevano la
chiesa in due parti. Interessante, soprattutto per la pianta assai complessa, la cripta dei sec. IX-X, con tracce di
affreschi, e tre arche marmoree di stile bizantino, del sec. XII, ritenenti reliquie di santi. L'interno della chiesa
conserva alcune tele di notevole interesse, fra cui due dipinti del Magatti provenienti dalla soppressa chiesa della
Colombina. La tela di Sebastiano Ricci rappresentante S. Giorgio è oggi nella parrocchiale di Villanterío.


II monastero attiguo alla chiesa, detto della Regina, fu fondato molto probabilmente dalla regina Ansa, consorte di re
Desiderio (756-774). Soggetto al patronato regio, il monastero fu concesso da Ludovico II alla figlia Gisla con diploma
dell'851. Nell'899 apparteneva alla regina Angilberga e, più tardi, alla casa di Sassonia. Rifatto nel sec. XIV, il monastero
fu ricostruito nel 1500, dall'Amadeo o da un suo seguace, per ordine dell'abbadessa Andriola de Barrachis. Un capitello
dell'ala occidentale del chiostro reca l'iscrizione: « D. Andriola de Barrachis fecit fieri 1500 ».

Di grande eleganza, il chiostro è notevole per le colonne e i capitelli intagliati, le decorazioni in terracotta degli archi
e i tondi tra le arcate, che contenevano in affresco immaginidi santi. Nel refettorio, si conservano affreschi
quattrocenteschi opera dell'abbadessa Andriola de Barrachis. II monastero, attualmente sede dell'Orfanotrofio, fu rifatto
esternamente alla fine dei sec. XVIII, in stile noclassico, su progetto del marchese Luigi Malaspina.



S. MARINO
via Siro Comi

Secondo la tradizione, la chiesa fu fondata dal re Astolfo (749-755), che vi ripose un grandissimo numero di reliquie
di santi asportate da Roma. Nel presbiterio della chiesa attuale, un frammento di iscrizione del sec. VIII ricorda Gisulfo,
custode della chiesa in età longobarda. Largamente beneficata dai sovrani successivi, la chiesa era officiata dai benedettini
stanziati nell'attiguo monastero, ricostruito nel sec. XVII.

Già a pianta basilicale, la chiesa fu rifatta in età romanica, epoca appunto a cui risale l'attuale campanile. Dell'edificio
romanico non restano che scarse tracce, perchè i gerolamini, cui fu ceduta la chiesa nel 1481, la rifecero in gran parte nel
corso del Cinquecento. La facciata rimase incompiuta, ma ne possediamo il disegno, di tipo pellegriniano.

La volta della prima cappella a destra, già di patronato della famiglia Berzio, conserva l'originaria decorazione
rinascimentale. La cappella ospitava una tavola di Gaudenzio Ferrari con la Vergine, il Bambino, S. Giuseppe e un altro
Santo.

Nella seconda cappella a sinistra, sotto la mensa d'altare, si conservano scarse tracce di un affresco del sec. XIII con
l'Ultima Cena, e una mezza figura di S. Bernardo.

Nel coro sono degni di nota gli eleganti stalli lignei quattrocenteschi, intagliati e dipinti a finte tarsie, provenienti da
S. Tommaso.

AI centro dell'abside, la tavola con la Madonna e il Bambino fra S. Gerolamo e S. Gio. Battista, è opera del Giampietrino, di
scuola leonardesca. II dipinto fu compiuto il 21 dicembre 1521 per effetto della disposizione testamentaria di Giovan Simone
Fornari, morto il 6 gennaio 1506 e sepolto in S. Marino.





S. PIETRO IN VERZOLO
viale Cremona

La chiesa esisteva già prima del sec. X ed era officiata dai benedettini, cui nel 1486 subentrarono i cistercensi, che
rimasero sino alla soppressione avvenuta nel 1798. L'ossatura dell'edificio è ancora di tipo romanico, e sembra risalire alla
fine del sec. XI o agli inizi del XII. Presentava originariamente tre navate con quella centrale a capriate lignee, e le
laterali a crociera. Dopo le manomissioni del sec. XVIII, il gruppo absidale fu distrutto, mentre rimangono tuttora a vista
parte del presbiterio e le murature esterne della navata centrale. Tutto il rimanente fu intonacato.

L'interno non presenta nulla di    notevole, all'infuori di un quadro del Sassi (1713) rappresentante S. Bernardo inginocchiato
ai piedi della Vergine. L'altare maggiore è del 1708, mentre il campanile e la sagrestia nuova risalgono rispettivamente al
1713 e al 1718.

AI fianco destro della chiesa si appoggia un chiostro quattrocentesco con tracce romaniche, mentre il chiostro grande fu
quasi totalmente distrutto. Sulla sua area è sorta nel secolo scorso la villa Franchi-Maggi, che conserva nel giardino
numerosissimi cimeli provenienti da chiese ed edifici privati di Pavia. Particolarmente notevoli sono gli avanzi dei
monumento di Ardengo Folperti e il portale della chiesa di S. Paolo.




S. MICHELE MAGGIORE

piazza omonima

La basilica costituisce il più insigne monumento dell'architettura romanica lombarda, e raduna in se cospicue memorie del
periodo in cui Pavia era la capitale dei Regno Italico.

Sappiamo da Paolo Diacono che una basilica dedicata all'arcangelo Michele esisteva a Pavia sin dall'anno 642, nel primo
periodo di regno di Grimoaldo. Sembra che, in origine, fosse chiesa ariana o per lo meno scismatica da lui dedicata
in commemorazione della sua vittoria nel Gargano. E' molto probabile che l'edificio originario sorgesse sull'area
dell'attuale presbiterio.

Agli inizi dei secolo seguente, la basilica risulta affidata a tre diaconi, legati fra loro da stretti vincoli di parentela,
che si sono succeduti nell'incarico di custodi del tempio. Uno di essi, di nome Tommaso, era il più diretto collaboratore dei
vescovo Damiano contro lo scisma d'Aquileia. L'epitaffio del diacono Giovanni, di cui ci è pervenuto il testo, ricorda i
lavori fatti eseguire nel tempio, fra cui un ciclo pittorico tratto da episodi dell'Apocalisse.

Una tradizione riferita dalla Cronaca della Novalesa vuole che il re Desiderio, di notte, si recasse a pregare in S. Michele.
Al periodo di regno di Desiderio si riferisce appunto un documento dell'anno 774 in cui un certo Taidone, gasindio di re
Desiderio, dona alla basilica un appezzamento di terra.

Dopo la caduta dei regno longobardo, la basilica assume nuova importanza, rivestendo la funzione di vera e propria
cappella palatina. Nell'839 vi è battezzata Rotruda, figlia di Lotario I e di Ermengarda. Sappiamo inoltre che nella basilica
furono sicuramente incoronati re d'Italia Ugo di Provenza (926), Berengario II e il figlio Adalberto (950), Arduino d'Ivrea
(1002), Enrico II il Santo (1004).

Nel 924 la basilica dovette subire gravi danni in seguito all'incendio degli Ungari, ma nel 1004, in seguito a un altro
incendio, sembra abbia riportato lesioni ancora più gravi, che forse comportarono una parziale ricostruzione. A questo
periodo risale appunto la parte inferiore del campanile, decorata da 18 formelle in cotto. Con l'incoronazione di Federico
Barbarossa, avvenuta nel 1155, si chiude il periodo storico più glorioso della basilica.

Stupenda costruzione romanica di bionda arenaria, l'edificio attuale risale al periodo fra il 1090 e il 1100, ma subì
nei secoli restauri e rifacimenti. Nel 1489 il maestro muratore Agostino da Candia rifece le volte centrali e risarcì quelle
laterali. Nel contempo, restaurò i contrafforti, il coronamento, il tiburio e il presbiterio, rinforzando mediante chiavi di
ferro le voite del transetto. Altri importantissimi restauri si ebbero nel periodo 1870-75 ad opera dell'ing. Siro
Dell'Acqua, ma per la conservazione del monumento occorrerebbero immediati interventi.

La severa facciata della basilica, colla rigorosa terminazione a capanna, è scandita in tre campi da cordonature cilindriche
corrispondenti alle navate dell'interno. La loggetta cieca alla sommità, di epoca leggermente posteriore, è priva della
cornice di coronamento, e appare incompiuta.

I tre portali, quasi scavati nella parete, presentano gli stipiti e l'arco riccamente scolpiti con motivi di fantastica e
rude bellezza. Entro eleganti girari floreali si muove una folla di sirene, sagittari, grifi, uomini e mostri in lotta. II
portale maggiore, vero e proprio arco trionfale, è sormontato da una scultura in pietra rappresentante l'arcangelo Michele
che lotta col dragone. Sopra i portali minori sono le statue, a mezzo tondo, di S. Ennodio e di S. Eleucadio, in abiti
pontificali e col pastorale. Le lunette delle tre porte presentano invece la figura d'un arcangelo.

I tre campi in cui la facciata è suddivisa, col mirabile senso distributivo dei pieni e dei vuoti, vanno adorni di fasce
scultoree, variamente disposte e alternate, che assumono un valore di chiaroscuro architettonico. Nonostante le precarie
condizioni di conservazione, queste zone decorate rivestono un grandissimo interesse, e costituiscono il più cospicuo
saggio di scultura preantelamica pervenuto sino a noi. Di una fantasia sconcertante e quasi allucinata, le sculture
rappresentano episodi biblici, di vita domestica, scene di guerra, di caccia, di pesca, mentre altre sono puramente
ornamentali o s'ispirano a motivi tratti dai bestiarii. Si direbbe che gli ignoti lapidici abbiano voluto rappresentare nella
facciata il dramma della vita umana che si arresta davanti alla casa di Dio, ove lo spirito, deposta ogni cura terrena, può
trovare pace e consolazione.

Anche il portale della facciata settentrionale del transetto presenta una decorazione analoga.    Nell'architrave sono
rappresentati due angeli che sorreggono    un medaglione contenente l'immagine del Salvatore, fiancheggiato da altri due
medaglioni coi busti di S. Nicola e di S. Ennodio. La lunetta reca l'immagine di un angelo, e l'iscrizione: « Per me salvus
per me qui vota vovebit ».

Nel fianco meridionale del tempio si apre un'altra porta, la più elegante delle sette un tempo esistenti, a sette ordini di
fregi. Nell'architrave è effigiato il Salvatore che con la destra porge il rotolo della legge a S. Paolo, e con la sinistra
una chiave a S. Pietro. Vi si legge l'iscrizione: «Ordino rex istos super omnia regna ministros ». Di poco posteriore è un
rilievo in pietra di Verona, rappresentante l'Annunciazione, incastrato nella facciata meridionale del transetto.

Per quanto riguarda l'interno, la basilica presenta una pianta a croce latina con transetto trasversale a bracci molto
allungati. E' spartita in tre navi da robusti piloni che recano capitelli riccamente istoriati. Nelle navi e nei matronei la
copertura è costituita da crociere disposte sopra un piano quadrato mentre nel transetto e nel presbiterio la copertura è a
botte. All'intersezione delle navate col transetto sorge una alta tribuna, sostenuta da     pennacchi a doppia ripresa, su cui
s'imposta la cupola ottagona.

Perennemente immerso nella mistica penombra, l'interno è ricco di valori architettonici che risiedono soprattutto nel
complesso gioco delle volte e degli archi, dei pilastri delle navate e dei matronei, felicemente conclusi nello slancio della
cupola, del transetto e del presbiterio rialzato sull'alta cripta.
Il pavimento attuale, a mosaico, risale al secolo scorso e sostituisce un litostrato del sec. XII. Al centro della navata
di mezzo si conservano quattro pietre nere di forma circolare. Un'iscrizione ricorda che su queste pietre veniva rizzato
il soglio regio, ove il sovrano, incoronato re d'Italia con la corona ferrea, riceveva gli omaggi e le acclamazioni del
popolo. Nella volta centrale prossima alla tribuna, un affresco attribuito a Giovanni o Agostino da Vaprio rappresenta
l'arcangelo Michele in atto di incoronare un re.

Per quanto riguarda le principali opere d'arte conservate nella basilica, entrando dalla facciata, a destra, la volta della
prima campata reca un affresco con la SS. Trinità circondata dalle Sibille. E' opera del pavese Bernardo Cane, della seconda
metà del Cinquecento.

Altare dell'Immacolata e di S. Siro - La pala d'altare rappresenta la Vergine col Bambino e S. Siro. E' opera del pavese
Pasquale Massacra, che eseguì il lavoro nel 1840, a soli 21 anni. Gli affreschi della cappella, con le storie di Salomone, di
Davide e della Vergine, sono stati eseguiti nel 1608 dal pavese Gio. Francesco Romani. La volta della campata antistante, coi
Dottori della Chiesa Latina, gli Evangelisti e i Profeti, è stata affrescata agli inizi del Cinquecento da Bernardino
Lanzani.

Altare dell'Addolorata - II gruppo in plastica policromata è del milanese Giovanni Santi. Sulla volta antistante, il pavese
Paolo Barbotti dipinse nel 1866 i quattro beati di Casa Savoia.

Nel braccio destro del transetto, la tela rappresentante la Vergine con S. Sebastiano e S. Rocco fu dipinta nel 1601 dal
novarese Guglielmo Caccia detto il Moncalvo. Nel vano della porta chiusa di mezzogiorno, è il polittico in legno dorato
e policromato rappresentante al centro la Vergine col Bambino e ai lati S. Agostino e S. Barbara, S. Lorenzo e S. Stefano
Papa. Eseguito nella seconda metà del sec. XV, è forse opera degli intagliatori pavesi Del Maino. Agli stessi, o alla loro
scuola, si può attribuire il Presepio ligneo policromo collocato nella parete vicina. La cappella nel braccio destro del
transetto, in fondo alla navata destra, custodisce il crocifisso in lamina d'argento, detto di Teodote, qui trasferito
dall'omonimo monastero nel 1799. Secondo i più recenti studi, è un lavoro d'arte renana del sec. XII.

Altare Maggiore - L'affresco nella tazza dell'abside fu dipinto da Agostino da Montebello nel 1491, e rappresenta il
Salvatore in atto di incoronare la Vergine. L'altare in marmo fu scolpito da Giovannino de Grassi nel 1383. Sotto la mensa,
attraverso uno sportello nel lato posteriore, si possono osservare i resti di un mosaico del sec. XII, col trionfo dell'Anno
attorniato dai Mesi. Nel pavimento del presbiterio si conservano gli avanzi di un altro mosaico policromo della stessa
epoca.

La cripta, divisa in tre navate, ha volte a crociera sostenute da colonne con capitelli di varia epoca, ed ospita l'arca
marmorea del beato Martino Salimbene, eseguita nel 1491 da un seguace dell'Amadeo. Sono pure da segnalare una statuetta della
Vergine, attribuita al Briosco, e un tesoretto di antiche suppellettili liturgiche custodite in apposite teche.

Nel braccio sinistro del transetto, sopra il battistero, è un antico bassorilievo policromo che rappresenta S. Ennodio, di
cui si conserva l'epitaffio nella parete destra del presbiterio. Di fronte al battistero, il quadro dell'Assunta fu dipinto
da Bernardo Cane nel 1588. Nella controfacciata del transetto, è un affresco trecentesco con la Madonna e alcuni Santi.

Altare di S. Lucia - La pala d'altare raffigura il martirio della Santa, ed è opera del Moncalvo. Nella volta della navata
di fronte, il pavese Pacifico Buzio dipinse nel 1866 il Genio riverente a Dio.

Altare di S. Anna - Ricca di ornati a stucco, la cappella ospita un dipinto rappresentante la Vergine col Bambino, S.
Giuseppe e S. Anna. E' attribuito al novarese Pietro de Pietri.

La casa parrocchiale, edificio romanico del sec. XII, è l'antica canonica di cui si ha memoria sin dall'839. All'interno, si
conservano alcuni preziosi cimeli, fra cui alcuni codici miniati del sec. XV.

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S. PIETRO IN CIEL D'ORO
piazza omonima

Sembra che la basilica sia sorta sul luogo di martirio e di sepoltura di Severino Boezio, ucciso nel 524 per ordine di
Teodorico. Probabilmente, il nome della chiesa deriva dal fatto che l'originaria copertura era a capriate lignee dorate.
La basilica esisteva già al tempo di Ariperto, ma raggiunse grande splendore sotto il regno di Liutprando (712-744), che
vi trasferì dalla Sardegna il corpo di S. Agostino e vi fu sepolto. Lo stesso re longobardo, accanto alla basilica, fondò
un monastero di benedettini, in cui Carlo Magno nel 744 istituì una celebre scuola di studi superiori. Riformato da S.
Maiolo, il monastero fu occupato dai benedettini sino al 1213.
Ad essi subentrarono i Canonici Mortariensi e, nel 1518, i Canonici Lateranensi, che nel sec. XVIII costruirono il grandioso
edificio conventuale a sinistra della basilica. Nel 1331, accanto alla basilica fu eretto anche un monastero di Eremitani di
S. Agostino, che officiano tuttora la chiesa. II loro convento, ricostruito nel sec. XVIII, si stende a destra della
facciata.

La basilica attuale, ricordata da Dante, Boccaccio e Petrarca, è di stile romanico, ed è di poco posteriore al S. Michele.
Risulta infatti che la basilica fu consacrata da Papa Innocenzo II nel 1132. La volta della navata centrale fu rifatta
nel 1487 da Giacomo de Santis da Candia, e nei secoli seguenti subì vari rimaneggiamenti. Soppressa alla fine del Settecento,
la basilica cadde in rovina, ma fra il 1875 e il 1899 fu integralmente restaurata dal Savoldi, che ricostruì la navata destra
e le altre parti mancanti.

La facciata della basilica, in arenaria grigia e cotto, è alquanto asimmetrica e richiama, ma con minore solennità, quella di
S. Michele. E' divisa in tre campi da poderosi con trafforti che conservano tracce di un nartece, forse mai eseguito. Al
centro della facciata, ma alquanto spostato a destra, si apre l'unico portale, in pietra arenaria, riccamente scolpito
con motivi cari al repertorio dei maestri comacini. La zona superiore della facciata, animata al centro da tre ordini di
aperture, è coronata da una loggetta impraticabile e da un motivo di archetti intrecciati.

L'interno presenta una struttura architettonica più semplice di quella del S. Michele, più slanciata e luminosa nella navata
centrale per l'assenza dei matronei. All'intersezione della navata centrale col presbiterio, si erge un tiburio ottagono
raccordato alla cupola mediante trombe di tipo lombardo. Molto interessante è anche l'esterno, col complesso delle tre absidi
che si concludono nel rosso tiburio in cotto.

Ben poco resta delle numerosissime opere d'arte che un tempo decoravano l'interno della basilica. La celebre Madonna in trono
del Bergognone, ad esempio, si trova nella Pinacoteca di Brera sin dal 1777. In fondo alla navata destra, il pavimento
dell'abside conserva gli avanzi di un mosaico del sec. XII, mentre nel grande pilone a destra della fronte della cripta si
nota il sepolcro di re Liutprando, con epigrafe metrica latina.

Nella prima campata a sinistra, le pareti sono rivestite da stupendi affreschi quattrocenteschi, di scuola lombarda, che
meriterebbero adeguati restauri. La volta della seconda campata a sinistra reca interessanti affreschi del sec. XVI simili a
quelli della sacrestia.

Nel presbiterio rifulge l'eburneo candore dell'Arca di S. Agostino, capolavoro della scultura lombarda del Trecento,
eseguita nel 1362 da Maestri Campionesi influenzati dal pisano Giovanni di Balduccio. Ornata di 95 statue e 50 bassorilievi,
l'opera costò 4000 fiorini d'oro, e fu commissionata dal pavese Bonifacio Bottigella, priore degli Eremitani. Sotto la mensa
dell'altare, entro una cassetta argentea longobarda, sono conservate le ossa del grande Dottore della Chiesa (+ 430).

Dietro l'arca, nel pavimento, è una porzione di mosaico proveniente dalla cattedrale d'Ippona, di cui S. Agostino era
vescovo. II finto mosaico nella tazza absidale è opera moderna del Loverini (1900), ma s'ispira alla descrizione d'un mosaico
che ornava l'antica basilica.

La cripta, sorretta da 24 colonne marmoree, è stata ricostruita alla fine del secolo scorso sulle tracce esistenti. In un
elegante sarcofago marmoreo di stile ravennate, collocato sull'altare, riposa il corpo di Severino Boezio, ricordato
anche da Dante nel « Paradiso ». Dietro l'altare è lo storico pozzo, già esistente nel sec. XII, a cui nel 1515 attinse
acqua anche Francesco I re di Francia col suo seguito.

Di grande interesse è pure la sacrestia nuova, ritornata in uso ai religiosi solo nel 1920. Di struttura rinascimentale,
presenta volte a vela con affreschi a grottesca di ottima mano.
L'ultimo capitello a sinistra reca la data MDLXI. Una delle nicchie della sacrestia ospita una tela del Tassinari
rappresentante S. Agostino, in abiti pontificali, in colloquio con S. Gerolamo.




S. TEODORO
piazza omonima

La basilica, gia dedicata a S. Agnese, fu probabilmente edificata nel sec. VIII dal vescovo Pietro. II nome attuale deriva
dal fatto che, prima del Mille, vi fu trasferito il corpo del vescovo S. Teodoro (+ 785). Ricostruita in età romanica, fu
gravemente rimaneggiata nel 1510 e nel 1692-93. Fu restituita alle forme originarie coi restauri del 1887 e del 1904-9.

L'edificio attuale risale alla metà del sec. XII, ed è interamente costruito in cotto. Alla potenza e alla grandiosità
delle precedenti basiliche romaniche, contrappone un più variato articolarsi di volumi, con lo stupendo complesso delle
absidi e del leggiadro tiburio coronato da altro più piccolo (sovrapposto nel sec. XVI) che aggiunge slancio e leggerezza
all'insieme.

Anche la facciata non possiede la grandiosità delle altre due basiliche, ma presenta una purezza di linee veramente
singolare. La parte superiore è stata in gran parte rifatta seguendo le tracce originarie. Sul fianco sinistro, pittoresco
per la sapiente contrapposizione dei volumi, si apre una porta laterale che reca nella lunetta un affresco dugentesco con
la Madonna e il Bambino.

Nonostante le modeste proporzioni, l'interno è caratteristico per il senso spaziale, generato dall'ampiezza delle tre
navate e dal dislivello della cripta, che occupa tutto il presbiterio e il transetto finto, suggerito dalle volte a botte.
Notevole lo slancio delle arcate e la semplicità dei piloni, a sezione di croce greca, che recano capitelli cubici ad angolo
smussato, privi di qualsiasi ornamentazione.

La basilica è ricca di numerose opere d'arte che meritano un accenno particolare.

Nella prima campata della navata destra è collocato un altare barocco che ospita una statua lignea della Vergine in
trono fra due angeli, proveniente dalla soppressa chiesa di S. Agata.

Nella seconda campata, ai lati dell'altare, sono due pitture di alto interesse. La prima è un trittico datato 1513 attribuito
a Bernardino Lanzani. La parte centrale, rifatta nel sec. XVII, rappresenta l'Ascensione. Gli sportelli laterali recano
internamente S. Teodoro e S. Siro; esteriormente, a monocromo, S. Agostino e S. Agata. La seconda opera è un frammento
d'affresco del Lanzani, riportato su tela, con una patetica testa del Salvatore. Proviene dai ciclo d'affreschi che decorava
la cappella di S. Maria Maddalena, barbaramente distrutta dopo il 1829.

Nel braccio destro del transetto, la parete meridionale reca un ciclo d'affreschi, restaurati nel 1963, rappresentanti
le «Storie di S. Agnese ». Sono opera di un ignoto artista degli inizi del Cinquecento, forse di scuola ferrarese.
L'absidiola minore di destra custodisce una statuetta marmorea di S. Agnese, scolpita da Lodovico Pogliaghi.

L'altare maggiore, che custodisce le spoglie di S. Teodoro, reca un pallio con 5 tavolette ad olio, alquanto ritoccate, con
episodi tratti dalla vita del santo. Sono attribuite al fiorentino Perin del Vaga (1500-1547). II catino dell'abside
maggiore, con l'adorazione dell'Agnello e alcuni santi, è opera moderna del pavese Antonio Villa.

Nel braccio sinistro del transetto, la parete settentrionale reca un ciclo d'affreschi, restaurati nel 1963, rappresentanti
la « Storie di S. Teodoro ». Sono stati eseguiti nel 1514 da un ignoto artista lombardo. Sotto il ciclo pittorico è una
fascia affrescata rappresentante l'offerta annuale del Paratico dei Navaroli del Ticino al loro patrono S. Teodoro. Risale ai
primi decenni del sec. XVI, e non se ne conosce l'autore.

La cripta si estende anche alle navate laterali della basilica, e fu costruita nel sec. XIII, quando la chiesa era già
stata ultimata da tempo. E' sorretta da colonnette isolate in calcare bianco che recano capitelli di rozza esecuzione. La
cripta ospita l'arca di S. Teodoro, in granito, e l'elegante monumento funerario del prevosto Luchino Corti, della prima
metà del Cinquecento. Sulle pareti, si conservano tracce d'affreschi quattrocenteschi di buona mano.

La fronte della cripta reca interessanti affreschi del sec. XIII ritrovati nel corso dei restauri del 1904-9. A lato della
porta sinistra d'ingresso alla cripta si scorgono le figure di Costantino e di S. Elena con la Croce. Seguono, procedendo
verso destra, S. Maria Maddalena, S. Gio. Battista, S. Pietro crocifisso a testa in giù (sotto il pergamo moderno), Madonna
in trono, S. Stefano e il Cristo. Appoggiata alla fronte della cripta, è una statua marmorea policromata del sec. XIV
rappresentante S. Teodoro che reca in mano la rappresentazione simbolica della città di Pavia.

Nella prima campata a sinistra, dietro il battistero, il pittore Bernardino Lanzani ha affrescato la veduta di Pavia, rap-
presentata a volo d'uccello, coi SS. Siro, Teodoro e Agostino che dall'alto dei cieli proteggono la città assediata dai
francesi nel 1522. La città è vista dalla sponda destra del Ticino, ove è assiso S. Antonio Abate, protettore del Borgo.
L'affresco costituisce la più antica veduta di Pavia, ed è ricco di particolari gustosissimi, come i gruppi di armati e le
navi che solcano il fiume. Sulla vicina parete della controfacciata, è stato riportato un affresco di identico soggetto che
il Lanzani stesso sovrappose all'altra veduta di Pavia, rimasta incompiuta nella zona inferiore per un errore di prospettiva.
Nel 1956 il secondo affresco è stato strappato, consentendo il
recupero integrale di quello sottostante, pressapoco coevo.

Una menzione particolare meritano pure gli affreschi dei sec. XIII-XIV, talvolta pelinsesti, conservati sui pilastri della
navata centrale:

- 1° pilastro a destra: Madonna in trono; S. Cirillo Alessandrino (?);

- 1° pilastro a sinistra: S. Pietro Apostolo; S. Caterina d'Alessandria;

- 2° pilastro a destra: S. Paolo Apostolo;

- 2° pilastro a sinistra: Madonna in trono; S. Francesco e S. Chiara; S. Defendente (nella parte posteriore del pilastro).

 

Altre pagine su San Teodoro con immagini

 

 

SS. PRIMO E FELICIANO
piazzetta omonima

La chiesa fu costruita nelle forme romaniche verso la seconda metà del sec. XII. Era officiata da una collegiata di canonici che, nei 1354, entrarono nella Congregazione dei Servi di Maria, cui la chiesa appartenne sino alla fine del sec. XVIII. Anticamente la chiesa presentava una struttura al S. Teodoro: tre navate, tiburio, cupola e transetto finto. Nel sec. XV, alla navata destra fù aggiunta un'altra navata, di stile gotico lombardo, che esiste tuttora. Nel secolo seguente, l'interno della chiesa fu ridotto ad una sola nave e completamente trasformato nelio stile barocco. Fu pure costruito un presbiterio più ampio che comportò la distruzione del tiburio, del transetto e dell'abside originari.

Attualmente, della chiesa romanica si conserva la facciata, restaurata nel 1940. Di un bellissimo mattone purpureo, è assai
raffinata nella distribuzione degli elementi architettonici, nell'armoniosa loggetta cieca, nella ricca decorazione ad archetti pensili intrecciati che coronano la sommità.

Nella prima cappella a destra è collocata un'ancona a tre scomparti dipinti da Agostino da Vaprio nel 1498. Al centro è la Vergine col Bambino; a sinistra S. Giovanni Battista; a destra il beato Bertoni che presenta il committente.
Nella lunetta superiore è il Padre Eterno. Nelle cappelle seguenti sono ospitate, rispettivamente, due tele coi miracoli
di S. Filippo Benizzi, e una buona pala del sec. XVII con l'Annunciazione.

Nel transetto, è degna di nota una grande tela del pavese Marc'Antonio Pellini (1664-1760) col martirio di S. Lorenzo,
proveniente dalla omonima chiesa scomparsa. A sinistra del fonte battesimale è una statua marmorea policromata del
sec. XIV rappresentante S. Biagio, simile a quella conservata in S. Teodoro.

Nel presbiterio, i due affreschi laterali con episodi della vita dei SS. Primo e Feliciano furon dipinti dal Barbotti nel 1860.
La prima cappella a sinistra ha una buona pala del pavese Sabbadini rappresentante il Crocifisso con S. Pellegrino.
Particolarmente notevole, nella parete della controfacciata, una soave Madonna col Bambino attribuibile alla scuola del
Luini.

Nella controfacciata della navata gotica annessa alla chiesa è un grande affresco che rappresenta superiormente, Cristo nella mandorla con gli Apostoli, e nella zona inferiore la Vergine attorniata da due angeli che prelevano le anime dal Purgatorio. Quest'ultima risale al 1491, mentre la scena superiore, eseguita verso il 1450-60, sembra opera del maestro Nicola de Francisco. Nella stessa navata si notano affreschi quattrocenteschi con la Madonna in trono, e il Crocefisso con la Vergine, S Elena, S. Antonio Abate, S. Giovanni e S. Rocco.

 



S. AGATA
via omonima

La chiesa e il monastero annesso furono fondati verso l'anno 672 da re Pertarito, presso il tratto di mura da cui,
per sfuggire all'odio mortale di Grimoaldo, fu calato con una fune dallo scudiero Unulfo.

La chiesa fu ricostruita nelle forme romaniche nel sec. XII. Soppressa nel 1782, subì gravi manomissioni, e fu demolita agli inizi di questo secolo per far luogo all'attuale casa Anelli. Nel giardino annesso a questa casa si conservano numerosi frammenti di iscrizioni longobarde e di sculture romaniche. Altre preziose sculiure sì conservano all'interno della
casa.

L'abside della chiesa romanica era decorata da un affresco del sec. XV coi SS. Primo e Feliciano, attribuito allo
Zenale. L'affresco è attualmente conservato in una pinacoteca statunitense.

 




S. MARIA IN BETLEM
via dei Mille

La chiesa è sorta sull'area di una più antica chiesa dell'epoca carolingia, i cui resti sono stati scoperti nei restauri
del 1953. A tali resti è possibile accedere mediante un'apposita botola ricavata nel pavimento, che reca il disegno delle
sottostanti strutture. Dopo il Mille, accanto alla chiesa sorse un ospedale destinato ad ospitare i pellegrini itineranti verso la Terrasanta. E' questo il motivo per cui, ancora nel sec. XIV, la chiesa dipendeva dal vescovo di Betlemme.

La chiesa attuale risale alla fine del sec. XII, ma all'interno subì gravi rimaneggiamenti nel 1735-39 e nel 1810. La facciata fu ripristinata dal Savoldi agli inizi del secolo, mentre nel 1953 subì un radicale restauro ad opera dell'Aschieri.

L'edificio presenta un'elegante facciata scompartita in tre campi da contrafforti in muratura che recano qualche scultura in arenaria. Dello stesso tipo di pietra è il solenne portale, con cordonature e stipiti finemente scolpiti. Evidentemente ispirata a quella di S. Teodoro, la facciata è coronata alla sommità dal solito motivo di loggette cieche e di archetti
intrecciati.

L'interno, a tre navate, riprende il ritmo solenne e slanciato del S. Teodoro, ma forse con maggiore convinzione.
Al termine della navata centrale, si erge il tiburio raccordato alla cupola mediante i soliti pennacchi di tipo lombardo. II
transetto è suggerito internamente dalle volte a botte e, all'esterno, da facciatine con copertura a due spioventi. L'abside centrale e quella minore di destra sono state ricostruite nel 1953 sulle tracce esistenti. L'abside minore di sinistra
reca un affresco del 1623 rappresentante la Vergine in trono fra alcuni santi e, ai piedi, il committente Alessandro Momoli con la moglie Caterina Rudelli.

Nella navata destra è un quadro del pavese Emilio Deamenti, dipinto nel 1868, rappresentante in alto la SS. Trinità
e, in basso, i SS. Zenone, Biagio e Rocco con un puttino.
Sullo sfondo, la veduta del fiume col Ponte Vecchio.

La prima cappella a sinistra ospita un ricchissimo altare marmoreo del sec. XVIII che costodisce la miracolosa Madonna della Stella, rarissimo gruppo ligneo d'arte francese del sec. XIII. La volta della cappella fu dipinta dal Barbotti nel 1851. Sulle pareti, il quadro della Madonna di Caravaggio è di Ezechiele Acerbi, mentre la Madonna di Pompei è dei figlio Mario Acerbi.




S. LANFRANCO 
via Riviera

Fu eretta verso il 1090, sulle rive del Ticino, da alcuni monaci vallombrosani venuti di Toscana. Già intitolata al S.Sepolcro in memoria delle Crociate, il nome attuale le deriva dal vescovo pavese S. Lanfranco Beccari che, in fiero contrasto coll'autorità comunale, si ritirò in esilio nel cenobio vallombrosano, ove morì il 23 giugno 1198. La chiesa attuale fu ultimata verso il 1236, perchè in questo anno fu consacrata dal vescovo S. Rodobaldo Cipolla. Sappiamo d'altra
parte che il campanile, di schiette e pure forme romaniche, risale al 1237. Di struttura tipicamente romanica, l'edificio
sembra preludere al gotico nei contrafforti, nelle cortine laterali, nello slancio verticale della facciata e nelle proporzioni dell'interno.

La facciata, interamente in coito, è divisa in tre campate verticali, 2 presenta il solito motivo della loggetta cieca e
degli archetti pensili intrecciati.

L'interno, restaurato nel 1932, ha una sola navata con transetto a botte che sporge dalle mura laterali della navata.
All'intersezione di questa col transetto, s'erge un tiburio con pennacchi e cupola. II presbiterio attuale, a pianta quadrata, risale al 1509, e sostituisce la precedente abside romanica.
Sulla parete destra della navata, si scorgono avanzi di un affresco del sec. XIII riproducente l'assassinio di S. Tommaso Becket, arcivescovo di Canterbury, avvenuto nella cattedrale cantuariense nel 1170. L'episodio, immortalato dal noto dramma di T. S. Eliot, richiama le angherie subìte da parte del potere civile dal vescovo S. Lanfranco, che vediamo appunto effigiato nell'affresco.

Nel braccio destro del transetto, nella nicchia dell'altare, si osserva una deliziosa Madonna gotica del sec. XV.

II presbiterio ospita tuttora l'antico coro ligneo quattrocentesco, di belle forme gotiche, che reca il nome dell'abate
Zanacchi, committente dell'opera. In fondo al coro è l'arca marmorea di S. Lanfranco, eseguita dall'Amadeo dopo il 1509
per ordine dell'abate commendatario Pietro Pallavicini. La bellissima arca, sorretta da sei colonne marmoree, presenta
stupendi bassorilievi con episodi della vita del santo, in cui s'esprime la grazia raffinata del grande scultore pavese, forse coadiuvato da alcuni scolari. Le finestre circolari del coro recano ancora le originarie vetrate a colorì, rinascimentali, in cui sono effigiati il canonista Bernardo pavese e il beato Tesauro.

Sul fianco destro della chiesa sorge il celebre chiostrino dell'Amadeo, fatto costruire dall'abate Luca Zanacchi nel 1467.
Questa data sì legge sui capitelli pensili del portico, adorni d'un grazioso puttino, che recano l'iscrizione: « Hoc opus f.
f. Lucas abbas S. L. a. 1467». II chiostrino è stato purtroppo distrutto alla fine del Settecento e agli inizi del secolo seguente, e gli avanzi sono stati dispersi per ogni dove. Le ariosissime arcate del lato superstite, sorrette da colonnine
abbinate con capitello a stampella, sono rivestite da una preziosa decorazione in terracotta con puttini e motivi floreali.

II chiostro grande, di raffinata eleganza nonostante la semplicità delle sue linee, fu eretto probabilmente dall'Amadeo
su commissione del marchese Pietro Pallavicino, cui nel 1480 fu concessa in commenda l'abbazia dopo la morte dell'abate
Zanacchi. I vallambrosani occuparono l'abbazia sino al 7 marzo 1782, quando ne furono allontanati dalle soppressioni
gioseffiste.




S. MOSTIOLA
via Luigi Porta, 21

Sembra che la chiesa esistesse già prima dei Mille, ma fu certamente ricostruita agli inizi del sec. XIII. Verso il
1254 vi si stabilirono gli Eremitani di S Agostino, che dopo la metà del sec. XVI lasciarono la chiesa e il monastero alle
monache Vallombrosane. A queste si deve il chiostro cinquecentesco che sorge sul lato sinistro dell'edificio, mentre al
lato destro si appoggia una costruzione forse del sec. XIV.
La chiesa e l'attiguo monastero furono soppressi e venduti nel 1799, passando in mano di privati.

Nonostante le gravi manomissioni dei sec. XVII e XVIII, la primitiva struttura romanica non fu del tutto cancellata,
specialmente all'esterno. Possiamo così stabilire che la chiesa doveva presentare un aspetto molto simile a S. Maria in
Betlem: tre navate, tiburio, pennacchi e cupola, con transetto a botte riconoscibile all'esterno per le due facciatine con tetto a due spioventi. L'abside semicircolare fu distrutta nel sec. XVIII e sostituita da un coro più vasto, a sua volta demolito nel secolo scorso. Le due absidiole minori, ricavate nello spessore della parete di fondo delle navatelle laterali, conservano tracce di affreschi romanici.

Cospicui gli avanzi del tiburio e della cupola, mentre la facciata, del tipo a capanna, è stata alterata nel sec. XVII
L'interno, trasformato in legnaia, reca le tracce delle mano missioni settecentesche, ma sotto gli intonaci che rivestono
i pilastri affiorano i piloni romanici a fascio. Sia di questo, che degli altri edifici romanici che seguono, è sommamente
auspicabile un radicale restauro.



S. ZENO
via omonima

Questa chiesa, coeva alla precedente, riprendeva lo schema ormai comune alle chiese romaniche di questo periodo: tre navate, tiburio, cupola, transetto non apparente e abside semicircolare. Rimaneggiata nel sec. XVII, la chiesa fu soppressa e profanata nel 1789. L'edificio fu acqusitato nel 1794 dal marchese Luigi Malaspina, che lo demolì in gran parte.

Attualmente, rimane parte dell'abside e la pilastrata che divideva la navata centrale da quella di destra. Nel Museo
Civico, si conserva un capitello rappresentante Daniele fra i leoni, proveniente da S. Zeno.




S. PANTALEONE
largo Panizza

La chiesa esisteva già nel sec. IX, ma fu ricostruita in età romanica. Soppressa nel 1789, fu quasi integralmente de-
molita nel secolo scorso.

La parte inferiore della facciata e il fianco destro, ridotti a mura di cinta d'un giardino, presentano tratti di muratura
romanica e tracce di contrafforti. La fronte era scompartita in tre campiture da quattro contrafforti di cui si conserva quasi integralmente quello estremo di sinistra.



S. SISTO IN FOROMAGNO
via Foro Magno

I resti di questa chiesa romanica, ad una sola nave, si conservano nel giardino annesso al Liceo Classico. I recenti
scavi hanno posto in luce le fondazioni dell'edificio, con larghi avanzi della parete sinistra, dell'abside e di alcuni piloni.




S. ANDREA DEI REALI
via Felice Cavallotti

Gli scavi praticati per la costruzione del nuovo edificio hanno posto in luce le fondazioni di questa chiesa romanica,
che presenta un'insolita pianta triabsidale di singolare interesse. Con lodevole scrupolo, le fondazioni della chiesa sono
state conservate a vista.




S. SECONDIANO
via Porta Palacense

Di questa minuscola chiesetta romanica, soppressa nel 1564, si conserva la metà inferiore della facciata, ridotta a
muro di cinta del giardino già Beccaria, quasi all'angolo con vicolo Anfiteatro. Nei miseri avanzi è possibile riconoscere
il portale in cotto, con arco a tutto sesto, e larghe lesene lievemente aggettanti. Lo schema architettonico della facciata
era molto simile a quello della chiesa di S. Colombano, la quale peraltro era a tre navate.





S. MARIA IN CORTE CREMONA
via Pedotti, 16

La chiesa deriva il suo nome dal fatto che fu costruita accanto alla corte del vescovo di Cremona, nel periodo in cui i vescovadi e i monasteri italiani e d'oltralpe possedevano a Pavia, capitale del Regno Italico, una sede di rappresentanza stabile. L'edificio attuale risale agli inizi del sec. XIII, ma fu gravemente manomesso nel sec. XV e ridotto a una sola
nave nel sec. XVII, sopprimendo l'abside semicircolare e ribaltando l'orientamento della facciata. Nel 1924 la chiesa
fu restituita al culto, dopo aver subito inconsulti restauri.

Della primitiva struttura romanica si conservano, all'esterno, gli archetti pensili di coronamento della navata centrale,
la base del campaniletto romanico e i grossi piloni cilindrici con capitello cubico in cotto. La navata destra per metà è
stata ridotta a sacrestia, e per l'altra metà è stata scoperchiata e ridotta a cortiletto. II muro perimetrale della navata presenta tuttora le tracce delle finestrelle a monofora. Nessuna traccia della navata sinistra.

All'interno, sopra l'ingresso attuale, la volta a vele presenta un affresco del sec. XV con l'incoronazione della Vergine. Sotto l'intonaco della controfacciata, dovrebbero ancora trovarsi gli avanzi di un affresco quattrocentesco con santi
nimbati con aureola d'oro su stucco in rilievo.




S. COLOMBANO MINORE
vicolo omonimo

Costruita nella prima metà del sec. XIII, la chiesa fu soppressa nel 1565, concentrando i redditi e i diritti parrocchiali
in S. Michele Maggiore. Convertita ad uso di magazzino, con serva gran parte della sua ossatura, con la navata centrale
e quella sinistra divise da pilastri molto simili a quelli di S.Teodoro, di cui doveva ripetere lo schema in scala molto
minore. La facciata, originalissima, è in gran parte integra, e rivela elementi nuovi rispetto alla precedente serie delle
basiliche romaniche pavesi. Di recente (1963), sono stati distrutti gli avanzi del presbiterio e dell'abside centrale, mentre
la navata destra manca da gran tempo.




S. PANCRAZIO
via Frank, 30

Di questa minuscola chiesetta, eretta probabilmente dal consorzio gentilizio dei Folperti-Mezzabarba, si conservano le mura perimetrali, che recano all'esterno un coronamento ad archetti pensili e lesene piatte. La facciatina, gravemente rimaneggiata e intonacata, è ancora del tipo a capanna, e presenta due stemmi in cotto del sec. XV con l'arme dei
Folperti. L'interno non reca alcuna traccia d'architettura, ma doveva essere certamente ad una sola nave. Anche l'abside
è scomparsa da gran tempo.



S. MARIA GUALTIERI
piazza della Vittoria, 5

Verso la fine del sec. X, il giudice e messo imperiale Gualtiero (+ 989) eresse accanto alla sua abitazione privata una
chiesa dedicata a S. Maria, dotandola di copiosi possedimenti, fra cui la chiesa e l'ospedale di S. Giacomo della Cerreta.
La chiesa era officiata da una collegiata di canonici viventi in comune, e fu soppressa nel 1789. Passata in proprietà di
privati, subì gravi deturpazioni, e fu adibita parte ad abitazione e parte a magazzino.

L'edificio attuale risale agli inizi del sec. XIII, e presenta caratteri più evoluti rispetto alla precedente serie delle chiese romaniche pavesi. II vivace gioco delle archeggiature e delle lesene, il sensibile slancio della costruzione, ed altri particolari che appena si intravvedono, dimostrano che la costruzione prelude già al gotico.

Le tracce della facciata permettono di concludere che essa era scompartita in tre campi da contrafforti aggettanti,
ed era coronata dal solito motivo di archetti pensili. L'interno, gravemente alterato dagli adattamenti ottocenteschi, conserva traccia delle volte e dei piloni che dividevano la chiesa in tre navate. L'abside centrale, nel sec. XV, è stata distrutta e sostituita da un coro rettangolare. Fra non molto, l'interessante chiesetta dovrebbe essere integralmente restaurata.






S. LAZZARO

viale Cremona

Fu fondata nel 1157 da Gislenzone Salimóene, e dai figli Siro e Malastreva, unitamente all'ospedale annesso, che è
uno dei più antichi lebbrosari d'Italia.

L'edificio attuale è degli inizi del sec. XIII e rappresenta, nonostante le piccole dimensioni, l'esempio più maturo dello
stile romanico lombardo, che ha raggiunto qui il suo più alto grado di perfezione. L'impiego del cotto, con la raffinata
stilatura fra corso e corso, rivela un'estrema sensibilità e una maestria che preludono al successivo ciclo architettonico
delle grandi chiese trecentesche, che segnano il definitivo trionfo del cotto. Notevole la ricchezza dei motivi decorativi
e l'armonioso ritmo della loggetta cieca, che dalla facciata si estende ai fianchi e all'abside. L'interno, restaurato di re-
cente, conserva nell'abside vaste tracce di affreschi romanici, di notevole interesse. Pure interessante è l'edificio quattrocentesco dell'ospedale annesso alla chiesa.




S. FRANCESCO GRANDE 
piazza omonima

Secondo un'antica tradizione, la costruzione della chiesa sarebbe stata iniziata nel 1228, solo due anni dopo la morte
del Santo d'Assisi. Sappiamo di certo che nel 1239 certo Pietro de Oltrana legò tre lire alla chiesa e al « laborerium » di
S. Francesco. In questo periodo, evidentemente, dovevano essere già stati iniziati i lavori di costruzione della grande
chiesa francescana, sorella di quella domenicana di S. Tommaso e di quella carmelitana di S. Maria del Carmine.

La fabbrica subì lentezze e soste considerevoli, tanto è vero che nel 1267 il vescovo Rainerio, dell'Ordine degli Umiliati, dispose nel suo testamento un legato a favore dei frati minori, per ultimare la loro chiesa. Forse ha ragione il P.
Romualdo, quando assegna all'anno 1300 il compimento dell'edificio.

II lungo lasso di tempo occorso per la costruzione della grande chiesa, spiega il sensibile divario di stile esistente fra la parte posteriore, ricca di reminiscenze romaniche influenzate dallo stile cistercense, e quella anteriore, chiaramente gotica nell'impaginazione architettonica. Questo legittima il sospetto che le due parti siano state costruite in due tempi diversi. Più antica è la parte posteriore, a croce greca e con volte a crociera, sensibilmente più alta di quella anteriore. Lo stacco fra le due parti è chiaramente indicato non solo dal diverso tipo di muratura e di decorazione, ma da un timpano sopraelevato, con cuspidi e archeggiature.
La facciata è scandita in tre campi da contrafforti che nella zona superiore si trasformano in vivaci nervature, desinenti in sottili guglie ad archetti intrecciati. La zona inferiore presenta al centro un ricchissimo portale biforo di tipo francese, esempio unico in Italia. La parte superiore s'incentra nella grande trifora in terracotta, profondamente svasata, tanto
da occupare tutto il campo mediano. Sotto la trifora si aprono quattro finestrelle di struttura ancora romanica. I campi laterali sono ravvivati da un raffinato motivo decorativo a losanghe crociate in arenaria che spiccano sul rosso purpureo del cotto.

L'interno, a tre navate, fu rimaneggiato nel 1739 con l'aggiunta del cornicione, del rivestimento in scagliola e di finestroni ovali. E' ora in corso di ripristino. La parte anteriore con capriate a vista, presenta poderosi sostegni cilindrici in cotto con capitelli in pietra. La parie posteriore, a croce greca, ha pilastri a fascio e volte a crociera che conservano, sotto l'intonaco, l'originaria decorazione pittorica.

Le cappelle laterali, escluse quelle che s'affacciano verso il transetto, sono state aggiunte nel corso dei sec. XIV-XV,
e in qualche caso anche più tardi. Ospitano numerose opere d'arte che meritano un accenno. Iniziamo la rassegna da
destra entrando:

II cappella: il S. Giorgio a cavallo è del pavese Bernardino Ciceri. La tela col martirio di S. Bartolomeo fu dipinta
dal Tassinari nel 1613.

III cappella: l'altare marmoreo e i quadri provengono dalla soppressa chiesa di S. Francesco da Paola. La pala, del Magatti, rappresenta l'estasi di S. Francesco da Paola. Ai lati, altre due tele, di cui una è dello stesso Magatti.

IV cappella: ospita una stupenda tela di Vincenzo Campi, firmata e datata 1588, rappresentante l'evangelista S. Matteo ispirato dall'angelo.

V cappella: la tela col martirio di S. Caterina d'Alessandria è di Camillo Procaccini.

VI cappella: la pala è del pavese Carlo Sacchi, e rappresenta S. Francesco da Paola che appare a S. Francesco di Sales.

Vli cappella: la pala, deturpata da rifacimenti, rappresenta la Trasfigurazione di Cristo, ed è opera di Gervasio Gatti,
discepolo di Bernardino Gatti detto il Soiaro.

Nel braccio destro del transetto, la seconda cappella ha una pala del Romani rappresentante l'Assunta, mentre la prima cappella conserva due tele del senese Sorbi con la cattura e la flagellazione di Cristo.

Nel presbiterio, il coro ligneo fu intagliato dai fratelli Gio. Pietro e Gio. Ambrogio Donati nel 1484. Rimaneggiato nei
sec. XVIII, conserva le specchiature originali.

Nel braccio sinistro del transetto la prima cappella, attualmente chiusa, conserva intatta l'originaria struttura, di
tipo tardo-romanico. Le pareti recano due stemmi dei Beccaria, che fecero costruire la cappella, e affreschi trecenteschi
da restaurare, fra i più interessanti conservati a Pavia. Sulle mura perimetrali della cappella s'imposta il tozzo campanile,
ancora romanico nella struttura e nella tipica decorazione ad archetti pensili.

In fondo al transetto si apre la stupenda cappella della Immacolata, eretta dal Longoni di Monza tra il 1711 e il 1750.
Ricchissima di marmi, dì bronzi dorati e di preziose decorazioni in stucco, rappresenta una delle massime espressioni
del rococò pavese. Nei pennacchi della cupola, il Magatti ha affrescato i cantori dell'immacolata: S. Matteo, Salomone,
Mosè e Osea. Nella cupola, lo stesso pittore ha rappresentato la gloria della Vergine. L'altare marmoreo è del 1777,
ed ospita una pregevole Madonna attribuita a Bernardino Ciceri.

Nella navata sinistra incontriamo le seguenti cappelle:

IV cappella: la tela, di ignoto del sec. XVII, reca lo sposalizio di S. Caterina.

III cappella: la pala è di Carl'Antonio Bianchi, e rappresenta la S. Famiglia.

II cappella: ospita uno stupendo trittico del sec. XV attribuito a Macrino d'Alba. Lo scomparto centrale rappresenta
Cristo inginocchiato ai piedi della Vergine. Nei laterali, S. Francesco d'Assisi e S. Lodovico di Tolosa.

I cappella: la pala, con l'estasi di S. Francesco da Copertino, è di Carl'Antonio Bianchi.


Le prime quattro campate della navata sinistra, prive di cappelle, ospitano sulle pareti altrettante tele del Magatti, del
Fratacci e del Gilardi. Notevoli le lastre tombali che recano scolpita la figura giacente di due illustri francescani. La grande tela del Barbieri, col trionfo della Religione Francescana, è in attesa di collocazione definitiva.
Accanto alla chiesa sorge il convento eretto dai Minori Conventuali. Fondato verso il 1300, constava di tre ampi chiostri, demoliti nel 1708 per far luogo all'attuale convento. Fu soppresso nel 1781 da Giuseppe li, che vi installò in Collegio
Germanico-Ungarico, trasformato più tardi in caserma. Attualmente, il grandioso edificio accoglie il Collegio Universitario
dedicato ai F.lli Cairoli, istituito nel 1948. Notevole il cortile del Pollak.