CHE STRANE DOMENICHE, CARO MAGO...
Repubblica — 03 settembre 1985 pagina 18 sezione: SPORT
HA scritto un libro autobiografico intitolato "Io", che non era la capra nutrice
di Giove Ottimo Massimo, bensì il pronome personale di Helenio Herrera, insigne
caudillo podologico, cittadino francese nato in Argentina da Paco el Sevillano e
Maria Gavilan sua moglie. Paco era falegname; sua moglie Maria aveva mentito sui
propri anni per venir assunta a far da servetta presso una famiglia inglese a
Gibilterra. E' da escludere che Helenito conservi dell' Argentina un ricordo men
che sbiadito. I suoi lo generarono in un casone per emigranti disoccupati e qui
lo tennero finchè Paco, amaramente sconfitto, trasferì i suoi penati sulle dune
sabbiose di Casablanca (1919). Aveva tre anni Helenito quando gli Herrera
lasciarono l' Argentina. Dirà tuttavia Helenio di sè d' aver giocato nel River
Plate. Domanderò da ingenuo: perchè? Suvvia, seor: para el prestigio del fùtbol
argentino. "Pero si no es verdad?" La risposta è una scrollatina di spalle, un
risolino che stira il labbro superiore fino a scoprire gengive incarnite di
roditore povero. L' uomo sembra aver letto un manuale segreto sul modo di aver
successo. Parla come un libro stampato, con un timbro di cialtronaggine che
spaventa chiunque non abbia meritato le sue confidenze. Io ne divento biografo a
sorpresa. Fatalmente siamo in polemica. E' venuto di Spagna via Parigi. Mi ha
portato gli omaggi un po' ruffiani di père Gabriel Hanot, suo maestro di
tecnica. Le père Gabriel è il solo cultore di pedate, in Francia, che abbia
conseguito una laurea in Lettere. Non sa quasi niente di tattica. Crede al primo
impatto che i russi abbiano creato una scuola di calcio e procura al suo allievo
Herrera la qualifica di "entraineur dynamo". Le père aveva scambiato il podismo
con la tecnica. Era vecchio e non coglieva più nulla dei tempi nuovi. Disse a
Herrera di me rendre visite à Milan parce que j' ètais le seul etc etc. Herrera
era stato assunto all' Inter. Moratti aveva pregato Frossi di andar a vedere chi
fosse e come facesse questo fenomeno al Barcellona. Frossi, onest' uomo, disse
di lui che arieggiava Rocco. Lo prese per un muscolare schietto, un maresciallo
di pedata con metodi reboanti. Se Rocco avesse mai applicato i metodi Herrera,
nessun carisma l' avrebbe sostenuto. Herrera aveva la spocchia francese e la
supponenza spagnola: parlava bene francese e spagnolo ma faceva in italiano gli
strafalcioni che danno prestigio in un Paese di ciolle come il nostro. Gli
consigliai di adottare il catenaccio (anno 1960-61). A stento si trattenne dal
ridermi in faccia. Corrugò la fronte bozzuta sopra occhietti un po' obliqui, da
miope. Sentenziò che il WM inglese non consentiva alternative: era l' unico
modulo-dio e lui, Helenio, era il suo profeta. Dopo quattro o cinque domeniche
ebbe la ventura di affrontare Nereo Rocco a Padova e buscò di netto. Moratti
digrignò quasi nel garantirmi che in settimana anche l' Inter avrebbe adottato
il secondo terzino d' area. Fu Balleri, povera anima, ed Helenio ricordò di aver
inventato il bèton nei lontani giorni in cui allenava il misterioso Puteaux (?).
L' Inter contese il titolo alla Juventus e finalmente l' ottenne quando ebbe
acquistato Luis Suarez, e Picchi fece il libero alle spalle di Guarneri. I
vantoni francesi presero a dire che l' Inter s' imponeva secondo i principi
dell' ècole franaise, rappresentata in Italia da Helenio Herrera. "Come lo
consideri, Josè Mir?", domandai un giorno all' amico e collega catalano. "Helenio
- quello disse - es un fanfarron". Ma intanto i risultati fioccavano. Dicevano
di lui i colleghi argentini che usava battere di punta, tanto era brocco. Dalla
panchina non vedeva nulla (non voleva si pensasse di lui che era miope). Se gli
avversari variavano una marcatura, lui non se ne accorgeva punto. Rimproverato
per questo, rispose a Moratti che i giocatori stentavano a capire una tattica
preparata in diversi giorni: figuriamoci se potevano adeguarsi di acchito a una
variante improvvisata! A parole era sempre razionale. Vittorio Pozzo lo
detestava perchè al servizio dei milanesi. Lo chiamava Habla Habla e affettava
di disprezzarlo per motivi di indole etica. Mentiva per la gola (come avrei
capito in seguito). Helenio portò dalla Francia l' intervall training e tutto
quanto riguardava il calcio podistico. Dal basket aveva preso i vizi
scaramantici, ispirati a pratiche di non lontana origine tribale. "Quien ganarà?!",
soleva urlare come se minacciasse. E gli allievi, mostrandosi convinti: "Nosotros!"
Poi gli capitò fra i piedi un piccolo dannato magiaro a nome Csibor: al
minaccioso grido "quien ganarà?!", Csibor si staccò dalla catena di mani e
consigliò al mago (sorcier, brujo) di andarlo a chiedere nello spogliatoio degli
ospiti. Csibor e Kocsis prendevano per il bavero Helenio, il cui tocco di palla
era di epica rozzezza: e lui, se poteva escluderli, era lieto fino al dileggio.
Helenio era scappato in Francia dai cronici languori gastrici di Casablanca. Si
era imbarcato su un veliero e lavava i piatti per aver da mangiare. A Parigi
visse di espedienti e pedate, ma più di espedienti. Fu impiegato alla Saint
Gobin e terzino della nazionale militare. Durante la guerra ebbe la tentazione
di rivolgersi ai tedeschi e di farsi rimpatriare in Spagna. Gli andò meglio
facendo l' infermiere e frequentando un corso serale di tecnica calcistica. Fu
allora che le père Hanot lo prese a benvolere. Ebbe anche la guida della
nazionale di Francia e assistette dalla panchina dei coqs alla loro clamorosa
sconfitta interna con gli azzurri (1-3 nel 1948). Poi andò in Spagna a predicare
il verbo nuovo (il n' est qu' un entraineur Dynamo, diceva di lui il buon Jean
Eskenazi); da Barcellona approdò all' Inter, e in mezzo a tante cialtronate di
subdola memoria "fassista" si andò poco a poco delineando una personalità di
primo ordine. Non conosceva mezzi termini: o lo amavi o ti odiava. In Francia
aveva fatto l' emigrante e aveva scontato l' inferiority complex del latino di
seconda-terza serie convolando a incaute nozze con una spregiosa citoyenne di
Montmartre. Si vendicò inguaiandola di figli, poi cinicamente abbandonati con
lei. In Spagna incontrò Maria e ne ebbe Helenito e Rocìo, che è il dolcissimo
nome della rugiada. Dall' Italia alla Spagna mandò quattrini via Svizzera quando
si accorse che i Paesi meno liberi sono anche i più ligi alle prerogative dei
ricchi. Diventò milionario da noi e raddoppiò i suoi proventi lasciando Milano
per Roma. Conobbe qui il suo ultimo amore, la soave Flora. Rispedì in patria Doa
Maria e completò la triade dei matrimoni latini. Da Flora ebbe Helios, che
significa sole. Acquistò una casa su un' isola veneziana e lavorò per giornali,
radio e televisioni. Essendo ricco, non ambiva a guadagni alti e trovava sempre
di fare. Mise gli occhiali, con gli anni, ed ebbe l' aria di servirsene bene. Lo
considero da tempo un patriarca della pedata latina. Nel suo orgoglio di povero
ho letto meglio che nella millantata biografia del tecnico. Paco el Sevillano
tratta con i facchini mori che rifiutano di salvare la grassa sposa Maria
Gavilan caduta in acqua al momento di passare dalla nave al traghetto. Paco ha
pochi soldini e si svena per amor della moglie, miracolosamente evitata dai
pescicani. Così debbono abitare nelle misere baracche sulle dune di Casablanca.
Helenio cresce brado e si prova finanche a rubare cibo per la famiglia affamata.
Paco predica l' onestà ma l' appetito è sordo ad ogni argomento che non
contempli il mordere con denti allupati. Helenio lo ricorda con sfida. E voi
fatevi avanti, sepolcri imbiancati. Paco el Sevillano lo accompagna a veder
partite di calcio: bevono un gazzosino in due e nascondono il vetro per riaverne
i dieci ghelli del deposito. Quando sparirà un vetro, Paco rimprovererà a
Helenito di averlo nascosto male, tanghero di uno. La Francia degli Anni Trenta
è un paradiso appetto del quale le dune di Casablanca servono solo a destare
incubi. Signora, senta se non è miracoloso questo incenso per disperdere i
cattivi odori (e le incendia sull' uscio una pelle di coniglio). Il suo socio di
pensione vive meglio: entra nei negozi di cappellaio, prova un cappello
avvicinandosi allo specchio e alla porta, dalla quale si precipita per sparire.
Lo spogliatoio di Milano si riempie di cartelli recanti slogan di pretta marca "fassista".
Ne ridono tutti sorpresi e divertiti. Helenio scrolla le spalle. I giocatori
sono amati schiavetti ai quali viene via via sottratto il cibo ignorante. Capita
da me Risti Guarneri, un bel giorno, e divora un salame lungo un braccio. Scrivo
che l' Inter è scoppiata in semifinale di Coppa Campioni perchè tutti i suoi
hanno gli occhi vitrei dei ciclisti già cotti ai piedi del Tourmalet. Lui
raddoppia il lavoro per dimostrare - me lo dice Picchi - che sono un ubriacone
sclerotico. A Lisbona, i resti dell' Inter hanno un quarto d' ora di autonomia.
Poi si coricano per terra, mortificati dal mediocre Celtic. Non importa - ora mi
dico - formalizzarsi. Nel calcio nessuno ha sempre ragione; nessuno ha sempre
torto. Helenio ha dato la sua impronta a un' epoca. Ha vinto molto e anche molto
perduto ma, tutto sommato, la sua è la figura d' un vincente. E come tale può
dire nel calcio quel che gli aggrada: nessuno dei suoi molti figli perderà il
pane per un pronostico mal azzeccato. Caro grande Accaccone, buona fortuna a te
ed alle tue nuove domeniche sportive. - di GIANNI BRERA