Parlo, vogliate o no,
a nome dei miliardi di bipedi che la storia ha via via affievolito fino a mortificarli
nella rassegnazione o nell'invidia, sentimento ancor vivo e perciò meritevole di fede.
Quel che di berbero resta nel mio sangue estenuato di ligure laevo, vanamente contaminato
dai barbari del Nord, suggerisce un immediato ritorno alla lama sottile con cui si
sgarrettano i cavalli dei nemici. Il mio simile (rido) che l'obiettivo ritrae sui blocchi
di partenza della finale dei 100 metri olimpici a Seul non appartiene al pianeta
normalmente abitato da tutti noi. Le sue braccia possenti si disegnano gonfie di vigore
selvaggio fuori da cucullari tesi come gomene. Il sole gioca sulla sua pelle pigmentata di
ebano lucente.
Lo sgomento maggiore nasce dalla cognizione anatomica. Puerile ma schietto il rimpianto
della beata ignoranza di un lemure che chieda come sia possibile che il bufalo si coniughi
al leopardo generandone un soggetto che come me (risate) appartiene all'uman genere.
L'impressione è di ammirato spavento. Il suo piccolo cranio dolicocefalo irride alle tre
meningi sotto le quali coverebbero - espanse dai millenni- le nostre circonvoluzioni
gonfie di Kultur. Gli occhi a palla rivelano il bianco perduto di una sclerotica
primitiva, ma subito le palpebre ferite dal sole si strizzano sui bulbi forse abbacinati e
certo iniettati di una volontà che rasenta l'odio.
Cerco almeno un feticcio frivolo e lo scopro pendulo intorno alle sartie degli
sterno-cleido-mastoidei. Buon Dio, è una collanina, un santino (?) che forse gli ha dato
sua madre pluripara, saggiamente abbassandolo fino a noi. Ora lascia dove si trova - mi
dico - lo spirito sportivo: dimostrati cristiano riponendo il pugnale con cui recideresti
quei prodigiosi garretti. Io ci riesco, se debbo dirlo, a stento. La mia ammirazione viene
urlata come se fosse trepido smarrimento. Mi sento perfino buono nel riconoscerlo.
L'esercizio agonistico è sacrale nella sola veemenza con cui l'uomo superiore di
struttura e di forza s'impone al nostro rispetto. Unicamente chi non ha conosciuto Cristo
ha potuto mettere in croce Spartaco. Io debbo inchinarmi e, almeno onesto, venerare.
Lo sparo del mossiere è una ventata ciclonica nella quale si scatena l'ultima
incarnazione di Ercole semidio. La tecnica è rinata dall'istinto. Non si parla di avvio
secondo l'abusato principio della locomotiva: è propriamente una deflagrazione
adrenalinica seguendo la quale Ben si trova subito in aria e così volando si coordina al
meglio per la corsa. Gli altri paiono miseri grilli salterini.
Lo stile esige riflessione e solo con questo mezzo posso ammirare Lewis. La sua cultura
viene mortificata dalla violenza di un superuomo che forse non appartiene alla nostra
specie: questo pensiamo solo perché dispone di arti inferiori e superiori. Più
precisamente deve averlo plasmato il buon Dio per umiliarci tutti al paragone. L'occhio,
pure adusato, non coglie un solo istante della sua corsa, che dunque - tale non può
essere. Maledetti ranocchi della telecamera! Non potevate ritrarlo di
"sghibiesso", disegnarne con gli occhi più sicuri della macchina la falcata che
gli occhi umani non sapevano vedere?
Fortunato Pindaro che poteva cantare e volare. Io posso digrignare questi spropositi
terreni ritmando una prosa sicuramente inficiata dall'enfasi cristiana (perché da antico
berbero, ho detto, caccerei fuori il pugnale). Pero' stimo giusto esaltarmi. Perfino
l'immortale Chronos ha rischiato l'infarto con tutti noi: e nemmeno il suo respiro ha
potuto compiersi appieno: i balzi belluini hanno mortificato anche lui.
Costretto poi alla farsa della conferenza pubblica, il superuomo dagli occhi tondi e miti
ha aggravato l'umiliazione di tutti autorizzandoci a sperare che uno scattista-folletto
sappia scendere domani sotto i 9". È la finta umiltà di un eroe che conosce
l'impudicizia. Non lasciatevi illudere da questo dubbio tentativo di snobbare un'impresa
superumana: la sua.
Dopo i Mondiali di Roma, la mia ernia razziale aveva privilegiato lo stile di Carl Lewis.
Faccio contrita ammenda. L'elegante Carl è un'antilope con diploma universitario; il
travolgente Ben sta correndo nella "brousse" travestito da leobufalo, nuovissima
belva di uno zoo che irride alla nostra pochezza di piedi piatti. Lui solo si può lasciar
raggiungere, se vuole. Io posso respirare e sopravvivere a Seul soltanto gridando il mio
smarrimento.
Conto i centisti neri al "via" della finale: sono otto. Non c'è neppure uno
straccio di viso pallido. La grinta del colonnello Gheddafi, discendente di assidui
popolatori delle Americhe, ha già tentato di rappaciare la sua coscienza di arabo con la
cinica storia della schiavitù: ha predetto che i visi pallidi sono destinati a
scomparire. In effetti, hanno già incominciato da questi blocchi di partenza. Abbiamo
l'onestà di riconoscerlo.
Zio Tom poteva fare al massimo il bidello di asilo, il lustrascarpe. Ben Johnson inizia un
ciclo umano come già fece per gli elleni - ho detto - Ercole semidio. Potessi stringergli
la mano, penso che inghiottirei saliva balbettando. Ben Johnson coglierebbe la mia
ammirazione sentendomi virilmente convinto della sua impresa. Poi, per salvarmi sul piano
dialettico, lo taccerei ad arte di birbonaggine tattica: quel mordere a vuoto l'aria in
semifinale, che tutti s'illudessero della impossibilità di un suo nuovo miracolo; quel
fingere impaccio nel cambiar passo per rimediare almeno un terzo posto... A questo punto,
lo vedessi ridere, sentirei che il leobufalo non usurpa il suo posto neanche nell'anagrafe
civile.
E subito dopo andrei da Carl, da Christie e Calvin Smith guardando anche loro come eroi di
un'epoca nuova. Il Tempo non ha maschere e mentire non potrei in nessun caso. Di tutti il
più umano, in questa accolita mostruosa di scattisti, è stato il povero Stewart. Il mio
occhio un po' sadico lo ha colto mentre la vertigine della corsa gli andava causando un
cortocircuito nella coscia sinistra. L'omone ha ripetuto le smorfie delle farse
malignazze, arrovesciando le labbra come usano i bipedi normali, vulnerabili per troppa
presunzione. Le sue lunghe gambe si sono bloccate: l'inerzia lo ha costretto a vistosa
zoppìa per non cadere. L'episodio mi ha riconciliato con la nostra natura di miseri
omarini: tra tutti quegli Dei dello stadio, uno ha finito per ruzzolare giù dai costoni
dell'Olimpo. Gli altri se li è portati in cielo una prodigiosa ventata per la quale - me
pover'uomo - sono rimasto a lungo senza fiato. |
|