PAVIA e la BATTAGLIA DEL 24 FEBBRAIO 1525

di Luigi Casali

 

Gli antefatti

La guerra tra Francia e Spagna scoppiò dopo che Carlo d. Asburgo, già re di Spagna e Arciduca d. Austria, diventò imperatore del Sacro Romano Impero con il nome di Carlo V.

Il campo di battaglia principale fu ancora una volta costituito dall. Italia, dove, dopo il trattato di Noyon del 1516, la Francia possedeva il ducato di Milano mentre la Spagna teneva Napoli.

Nell. ottobre 1524 Francesco I, re di Francia, scese in Italia alla testa di un poderoso esercito, deciso a giocare la partita decisiva. Gli Ispano-imperiali, troppo inferiori, si ritirarono sull. Adda. Milano, minata anche dalla peste, si arrese senza resistenza. Francesco I decise allora di volgersi verso Pavia, ancora in mano agli spagnoli, per impadronirsi di questo importante punto strategico che controllava le comunicazioni di Milano con Genova.

 

Pavia e il Parco Visconteo

Pavia , antica capitale del regno Longobardo e del Regno Italico, rivale di Milano fino alla metà del XIV secolo, sede dell. illustre "Studium Generale utriusque iuris" fondato da Galeazzo II Visconti, era la gemma più preziosa dei domini^ sforzeschi. La città era debolmente protetta da mura medievali merlate, alte e sottili, intercalate da torri. Sul lato nord delle mura, sorgeva, come sorge ancora al giorno d. oggi, il Castello visconteo, fatto edificare da Galeazzo II Visconti. Si trattava di una magnifica residenza dove trascorrere lietamente il tempo tra svaghi e divertimenti di ogni genere.

A nord del castello, partendo dalle mura di Pavia e fino a toccare la Certosa, si estendeva il grande Parco Visconteo. La sua realizzazione era stata iniziata da Galeazzo II Visconti e portata a termine da Gian Galeazzo. Il Parco era circondato da un. alta e spessa muraglia che misurava circa 22 chilometri ed era diviso nel Parco Vecchio e nel Parco Nuovo da un muro che correva dal Cantone delle Tre Miglia a Due Porte.

Nei suoi tempi migliori il Parco era un vero e proprio giardino delle delizie. Destinato alle battute di caccia, ospitava cervi, daini, cinghiali e altra abbondante selvaggina che trovava rifugio nei folti boschi che ne ricoprivano buona parte della superficie. Il Parco Vecchio, dove fu combattuta la battaglia del 1525, era attraversato da corsi d. acqua, il più importante dei quali , la Vernavola, nasceva, come al giorno d. oggi , nei pressi di San Genesio, nel Parco Nuovo, scendeva verso Pavia attraversando il Parco Vecchio in tutta la sua lunghezza e si gettava nel Ticino a valle di Pavia.

Quasi al centro del Parco, sulla riva destra della Vernavola, si trovava il castello di Mirabello, un magnifico palazzo fortificato che serviva da luogo di sosta e riposo durante le battute di caccia. Nel Parco vi erano i piccoli insediamenti di San Genesio e Borgarello, nel Parco Nuovo, e alcune cascine, come Torre del Gallo, Cornaiano, la Repentita, la Pantaleona e altre ancora. Un lungo e rettilineo viale alberato, detto "il Corso", collegava Mirabello e Pavia.

 

 

L'assedio di Pavia

Pavia era presidiata da circa 6000 soldati tedeschi e spagnoli, agli ordini di don Antonio de Leyva, un vecchio e risoluto soldato spagnolo.

I francesi, sicuri di prendere la città facilmente, lanciarono subito una serie di assalti che furono però tutti respinti dai difensori, validamente aiutati dalla popolazione pavese, terrorizzata da quello che sarebbe potuto accaderle se la città fosse caduta. Francesco I dovette così rassegnarsi a porre un assedio in piena regola, che aveva l. inconveniente di iniziare con il rigido inverno lombardo ormai alle porte. I francesi circondarono completamente Pavia; Francesco I e una parte importante dell. esercito si disposero a ovest della città, nei pressi di San Lanfranco. Le fanterie mercenarie svizzere e nuclei di cavalieri si installarono a est di Pavia nella zona delle " cinque abbazie", cosi chiamata per la presenza delle abbazie di San Paolo, Santo Spirito, San Giacomo, San Pietro e San Lazzaro.

Tra assalti, sortite e scaramucce trascorsero più di tre mesi. All. inizio del febbraio 1525, un esercito ispano-imperiale molto agguerrito, forte di circa 22000 uomini, agli ordini di Carlo di Lannoy, vicerè di Napoli, di Carlo di Borbone, ex connestabile di Francia, e di Ferdinando d. Avalos, marchese di Pescara, si accampò a est di Pavia, di fronte alle truppe che i francesi avevano nel frattempo spostato a nord e a est della città.

 

 

L'attacco imperiale

Per tre settimane i due eserciti si fronteggiarono in un crescendo di scaramucce e duelli d. artiglieria. Infine i comandanti imperiali, spinti dalla penuria di denaro con cui pagare le truppe mercenarie, che minacciavano di abbandonare l. esercito se non fosse stato pagato al più presto il soldo dovuto, decisero di agire. Il piano imperiale prevedeva di occupare Mirabello per tagliare le comunicazioni di Francesco I con Milano e obbligarlo così a cambattere in condizioni sfavorevoli. Per mezzo di un messaggero che era riuscito ad attraversare le linee nemiche, l. azione fu coordinata con gli assediati che dovevano erompere dalla città al momento opportuno per cogliere il nemico tra due fuochi.

Nella notte tra il 23 e il 24 febbraio l. esercito imperiale entrò di sorpresa nel Parco vecchio attraverso tre brecce praticate nel muro perimetrale est, in prossimità di Due Porte e puntò su Mirabello. Protette da una spessa nebbia che gravava sulla campagna, le avanguardie imperiali, costituite da circa 3000 archibugieri, vi arrivarono quando ormai stava albeggiando. I francesi che riuscirono a fuggire da Mirabello diedero l. allarme al campo francese. Si corse alle armi. Francesco I, tratto dal sonno, prese il comando della cavalleria, la sceltissima Gendarmeria, costituita dal fior fiore della nobiltà francese. Sul suo fianco destro si schierarono il quadrato della Banda Nera forte di 4000 lanzichenecchi tedeschi al soldo francese, affiancato a sua volta da un altro quadrato di circa 3000 picchieri svizzeri; i quadrati erano intervallati da numerosi pezzi d. artiglieria.

Gli archibugieri imperiali inviati all. avanguardia rientrarono da Mirabello sul grosso dell. esercito imperiale che si dispose in ordine di battaglia per affrontare i francesi che stavano avanzando.

Il re e la sua Gendarmeria si scontrarono con quella imperiale che fu rapidamente dispersa, mentre l. artiglieria francese batteva la fanteria nemica. Per evitare le palle i fanti furono obbligati a stendersi a terra e a cercare riparo nelle pieghe del terreno. Francesco I si sentiva ormai padrone della vittoria. Rivoltosi al signor di Lescun che gli era in fianco esclamò la famosa frase "Monsignore oggi mi voglio chiamare Signore di Milano".

 

 

Vittoria imperiale

La situazione per gli imperiali si faceva difficile. Con abile intuizione, il Marchese di Pescara ordinò allora che 1500 archibugieri si spostassero all. ala destra, si appostassero sulle rive della Vernavola e nelle campagne circostanti e battessero con il loro fuoco la Gendarmeria francese che stava rifiatando dopo la carica.

I cavalieri furono decimati dal tiro degli archibugieri, mentre la cavalleria imperiale, riordinatasi, passò al contrattacco. Francesco I si battè valorosamente attorniato da una esigua schiera dei suoi cavalieri, ma alla fine cercò anche lui scampo nella fuga, tentando di uscire dal Parco, forse attraverso porta Roveri, nel muro divisorio. Inseguito da alcuni cavalieri e fanti nemici, nei pressi della cascina Repentita, gli fu abbattuto il cavallo ed egli fu fatto prigioniero.

La cattura del re di Francia sarebbe bastata da sola ad assicurare la vittoria degli ispano-imperiali, che comunque trionfarono anche al centro, dove i lanzichenecchi tedeschi e i fanti spagnoli travolsero la Banda Nera e gli Svizzeri, catturando le artiglierie francesi e ponendo in rotta ciò che restava dell. esercito nemico.

La sortita da Pavia di Antonio de Leyva contribui a mettere in rotta un altro quadrato svizzero proveniente dalle "cinque abbazie" e completò il trionfo imperiale.

La battaglia era stata brevissima, meno di due ore. I francesi vi subirono perdite che oscillavano, secondo le fonti, tra i 6000 e i 10.000 uomini tra i quali si trovava anche il fior fiore della loro nobiltà . Le perdite imperiali furono sensibilmente inferiori, attorno ai mille uomini.

 

 

Conclusione

La guerra fu sospesa durante la prigionia di Francesco I in Spagna. Essa riprese dopo la liberazione del re e la stipulazione della lega di Cognac che unì Francia, Venezia, Papato e Sforza contro Spagna e Impero. Seguirono anni orribili, fatti di battaglie, saccheggi e violenze di ogni genere. Pavia fu saccheggiata per ben tre volte tra il 1527 e il 1529. Il quadro strategico generale non subì però mutamenti rispetto a quello che si era creato dopo la battaglia del 1525 e così, nel 1535, alla morte di Francesco II Sforza, il ducato di Milano diventò una provincia spagnola.

 

Monumenti e luoghi testimoni della battaglia.

Dell. antica capitale del regno Italico, della città viscontea e rinascimentale, Pavia ha conservato magnifiche chiese, alcune torri medioevali, il grandioso Castello visconteo e altri monumenti storici e artistici.

Mentre rinviamo a una guida turistica completa per notizie più dettagliate, ci limitiamo qui ad indicare i monumenti e le località che conservano testimonianze riguardanti Pavia e la battaglia del 1525.

 

Basilica di San Teodoro

Fu probabilmente edificata nel VIII secolo e successivamente ricostruita nel XII. In stile romanico, è interamente costruita in cotto. Conserva all. interno notevoli esempi di pittura rinascimentale fra i quali costituiscono importanti documenti storico-iconografici i due affreschi con la veduta di Pavia, attribuiti a Bernardino Lanzani.

Il primo si trova dietro il battistero. Vi sono raffigurati Pavia vista a volo d. uccello dalla riva destra del Ticino e parte del Parco visconteo durante l. assedio posto dall. esercito francese guidato da Odet de Foix, visconte di Lautrec, nel 1522. In alto, nel cielo, S. Siro, S. Teodoro e S. Agostino proteggono la città. Questo affresco è rimasto incompiuto nella parte inferiore per un errore di prospettiva dell. artista.

Al primo affresco se ne sovrappose allora un secondo con identico soggetto. Questo fu strappato nel 1956 e trasferito sulla parete di controfacciata, a sinistra dell. entrata. L. affresco fu realizzato tra il 1522 e il 1523. La Pavia che vi è raffigurata è quindi quella pressochè coeva alla battaglia del 1525.

 

Chiesa di San Salvatore

Edificata in epoca longobarda dal re Ariperto, fu ricostruita poco dopo la metà del XV secolo. Contiene cicli di affreschi rinascimentali come le "Storie di S. Maiolo", nella prima cappella a sinistra, attribuite a Bernardino Lanzani, le "Storie di S.Benedetto" nell. abside di sinistra e le Storie di S. Antonio Abate", della scuola del Lanzani, nella quarta cappella a sinistra. Nell. abside di destra, un affresco raffigurante San Martino che dona il proprio mantello al povero mostra sullo sfondo una bella, anche se idealizzata, veduta di Pavia agli inizi del XVI secolo.

Nei pressi di San Salvatore erano accampati, durante l. assedio di Pavia, i lanzichenecchi della Banda Nera al soldo francese.

 

Basilica di San Pietro in Ciel d. Oro

Risale all. epoca longobarda, ma l. edificio attuale, con particolare riferimento alla facciata, fu consacrato nel 1132 da Papa Innocenzo II. La chiesa è collegata alla battaglia di Pavia per avere accolto le spoglie di alcuni illustri comandanti, sia imperiali che francesi, caduti durante l. assedio o nella battaglia. Vi furono infatti sepolti Eitel Federico di Hohenzollern, uno dei comandanti dei Lanzichenecchi che difendevano Pavia, Richard de la Pole, duca di Suffolk e Francesco di Lorena, i due comandanti della Banda Nera caduti nel combattimento contro i Lanzichenecchi imperiali. Le tombe sono ora scomparse.

La basilica, ricordata anche da Dante, Petrarca e Boccaccio , conserva l. arca con le spoglie di S. Agostino, che il re longobardo Liutprando fece portare dalla Sardegna, e quelle di Severino Boezio e dello stesso Liutprando.

 

Castello Visconteo

La sua costruzione fu iniziata da Galeazzo Visconti nel 1360. A pianta quadrata, aveva in origine quattro torri angolari di cui solo due rimangono ai giorni nostri. Le altre due furono distrutte insieme a tutta l. ala nord durante l. assedio posto dai franco-veneziani nel 1527.

Ospita attualmente i musei civici comprendenti la sezione Archeologica con reperti del periodo antico, medievale e rinascimentale, l. importante Pinacoteca Malaspina e il Museo del Risorgimento.

Nella sezione archeologica, con riferimento all. assedio e alla battaglia del 1525, è conservata la pietra tombale di Eitel Federico di Hohenzollern, uno dei comandanti dei lanzichenecchi tedeschi, morto durante l. assedio e sepolto quindi nella basilica di S.Pietro in Ciel d. Oro.

La Pinacoteca Malaspina è ricca di opere d. arte tra le quali spiccano quelle di artisti famosi come Correggio, Vincenzo Foppa, il Bergognone, Antonello da Messina, Bernardino Luini e altri. Tra i dipinti rinascimentali segnaliamo il ritratto di Francesco I dell. atelier di Jean Clouet e, nella sezione del . 600, la battaglia di Pavia di Gherardo Poli.

 

 

Il Parco Visconteo

Vestigia dell. antico Parco Visconteo sono ancora visibili nelle seguenti località:

 

Mirabello

In posizione sopraelevata sulla valle della Vernavola, al giorno d. oggi purtroppo deturpata da strade ed edifici, si trova il "castello", in realtà un magnifico palazzo fortificato che serviva per le battute di caccia nel Parco.

Francesco I vi alloggiò per un certo periodo durante l. assedio. Vi erano alloggiati anche ambasciatori con il loro seguito e nei suoi dintorni era accampata la massa dei civili al seguito dell. esercito francese. Tutti furono sorpresi dall. arrivo delle truppe di avanguardia ispano -imperiali che misero a sacco ogni cosa. Il castello, rimaneggiato e molto decaduto nel corso degli anni, è attualmente in fase di restauro ed è visitabile solo dall. esterno.

Sempre a Mirabello, nella piazza antistante la chiesa parrocchiale, un piccolo obelisco posto da privati ricorda la battaglia del 1525 e i caduti di parte francese e imperiale.

 

Cascina Repentita

Secondo la tradizione vi fu portato Francesco I subito dopo essere stato preso prigioniero; una contadina, per rinfoccillarlo gli avrebbe servito la famosa zuppa alla pavese.

Una iscrizione sul muro esterno della cascina, apposta ancora una volta per opera di privati, ricorda la sconfitta e la cattura del re di Francia avvenuta nelle campagne limitrofe.

 

S.Genesio

Al tempo della battaglia l. abitato era quasi addossato al lato nord del muro divisorio dei due Parchi in posizione mediana tra il doppio ingresso a est, in corrispondenza di Due Porte, e il Cantone delle Tre Miglia a ovest. Sul margine del vecchio tratto della strada Vigentina che attraversa il paese, in via Due Porte, è situata la pusterla dell. antica porta Pescarina, che collegava il Parco Vecchio con il Nuovo. La pusterla è uno dei pochissimi resti del muro del Parco ancora esistenti.

A S.Genesio è possibile visitare una mostra iconografica permanente sulla battaglia di Pavia. Al suo interno sono collocati due plastici della battaglia, di cui uno realizzato con circa 2000 soldatini.

 

Certosa di Pavia

Sul lato destro della statale in direzione per Milano si trova l. antica porta d. ingresso al Parco Nuovo, dette di Torre del Mangano.

 

 

Iconografia della battaglia

 

La battaglia di Pavia è una delle più celebri della storia. Il suo esito, clamoroso soprattutto per la cattura di Francesco I , suscitò enorme impressione in tutta Europa e stimolò, da subito, la fantasia di artisti e letterati.

Manca qui lo spazio per dare un. esauriente rassegna della produzione iconografica della battaglia. Alcune opere di riferimento sono indicate in bibliografia. Tra tutta la produzione artistica è comunque opportuno ricordare per ricchezza e grandiosità la serie di sette arazzi fiamminghi eseguiti su cartoni di Bernard van Orley. Gli arazzi, intessuti di lana e seta con filo d. oro e d. argento, illustrano i principali episodi della battaglia di Pavia. Realizzati poco tempo dopo gli avvenimenti che vi sono raffigurati, costituiscono nel loro insieme un. opera di eccezionale valore storico e artistico. Restaurati di recente, sono esposti in una grande sala del Museo di Capodimonte.

 

 

 

Bibliografia

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Casali L., Galandra M.," La battaglia di Pavia", Iuculano, Pavia, 1984.

Casali L., Fraccaro C., Prina V., "Gli Arazzi della Battaglia di Pavia nel Museo di Capodimonte", con sette grandi tavole degli arazzi in cartella, Vigieffe, Pavia, 1993.

Casali L.,Galandra M., "Pavia nelle vicende militari d. Italia e la battaglia del 24 febbraio 1525", in Storia di Pavia, Banca Regionale Europea, Società Pavese di Storia Patria, vol. 3 , t.2, Pavia, 1994.

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Vedute di Pavia dal. 500 al . 700, a cura di V.Prina, Vigieffe, Pavia, 1992.

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Vicini, D., " Appendice Artistica", in Storia di Pavia, vol.3, t.2, Banca Regionale Europea, Società Pavese di Storia Patria, Pavia, 1994.

Vicini, D., Il Parco Visconteo, Pavia, 1996

Vicini, D., Pavia e Certosa, guida storico-artistica, A. P. T. Pavia, 1988.

 

 

 

Gli oscuri protagonisti della battaglia di Pavia
di Luigi Casali

Le guerre italiane della prima metà del Cinquecento videro impegnati contemporaneamente tutti i tipi di truppe che si erano sviluppati nelle diverse parti del vecchio continente. I fanti svizzeri e i lanzichenecchi tedeschi armati di picca, le compagnie di ventura italiane, la fanteria spagnola e la cavalleria pesante e leggera, con tutte le loro varianti e specialità, furono gettate tutte insieme nel conflitto tra Francia e Impero.
Gli eserciti che combatterono a Pavia erano costituiti da questa eterogenea combinazione di truppe e soldati di vario genere e nazionalità. Picchieri svizzeri e tedeschi della Banda Nera, avventurieri italiani, alcuni inglesi e scozzesi, oltre naturalmente i francesi, costituivano l’esercito di Francesco I mentre quello ispano-imperiale contava nelle proprie file tedeschi, spagnoli, italiani, balcanici e via dicendo.

Pur essendo largamente basati sul volontariato mercenario, i due eserciti rivali presentavano caratteri e motivazioni differenti. Esaminandoli più da vicino, la prima cosa che colpisce in quello francese è lo strano connubio tra la nobiltà inquadrata nella gendarmeria a cavallo e le fanterie mercenarie tedesche, svizzere e italiane.
La sacralità degli ideali della cavalleria feudale, tanto amati da Francesco e dai suoi cavalieri, faceva infatti stridente contrasto con il profano mercato dei mercenari, che offrivano il loro servizio in cambio di moneta sonante.
Nel famoso motto: "point d'argent, point de Suisse” è riassunta la filosofia di questi soldati. I tanto celebrati Svizzeri erano i mercenari più costosi d'Europa ma era opinione comune che chi fosse riuscito ad assicurarsene i servigi era quasi sicuro della vittoria. Dopo Marignano Francesco I, impressionato dalla solidità dei montanari elvetici, aveva stipulato con la Confederazione un patto di pace perpetuo che gli consentiva di avere l'esclusiva sull'arruolamento di questi soldati. Il mito dell'imbattibilità delle truppe elvetiche venne però incrinato alla Bicocca, nel 1522. Qui comunque combatterono molto bene. Tre anni dopo, proprio a Pavia, gli Svizzeri non furono però all'altezza della loro fama e fuggirono quasi senza combattere, infangando con tale ignominia il giuramento prestato al re di Francia.
Vi è da dire che gli Svizzeri non persero le loro virtù guerriere. Due anni dopo, nella difesa del Papa a Roma, si fecero massacrare quasi fino all'ultimo uomo dai Lanzi tedeschi di Carlo V. Sempre al servizio della Francia essi ebbero modo di dimostrare tutto il loro valore nelle guerre dei secoli successivi, fino alla eroica devozione della Guardia Svizzera nella difesa delle Tuileries.
Per i Lanzichenecchi della Banda Nera guidati da Richard de la Poole duca di Suffolk e da Francesco di Lorena, il discorso è diverso. A Pavia essi diedero prova di grande professionalità. I Lanzi Neri erano ritenuti da quelli imperiali veri e propri traditori poiché avevano disprezzato ed ignorato l'autorità dell'Imperatore, rinnegando la loro nazionalità tedesca per servire il re di Francia. Per altro i Neri, dal canto loro, reputavano, come ci informa il Giovio, "cosa molto onorata valorosamente servire quel re il quale per molti anni gli aveva liberamente pagati, mantenere la fede del sacramento e non far cosa alcuna la quale fosse indegna di soldati vecchi”. Nonostante l'enorme inferiorità numerica di fronte ai due grandi quadrati di Lanzi imperiali, quello dei Neri oppose una disperata e valorosa, quanto vana, resistenza. Quasi tutti i suoi componenti furono fatti a pezzi. Tra i caduti si contavano gli stessi capi, il duca di Suffolk e Francesco di Lorena.
Ed ecco infine gli italiani. Tra di loro era venuto a mancare a Francesco I l'unico comandante che fosse in grado di tener testa ai duci imperiali, Giovanni de' Medici, detto "dalle Bande Nere", ferito pochi giorni prima ad una gamba da un colpo d'archibugio, durante una scaramuccia sotto le mura di Pavia. La perdita di Giovanni fu molto grave per Francesco I che se ne dolse dopo la battaglia.


Sul piano professionale gli uomini di Giovanni erano i migliori tra quelli offerti dal mercato nel campo delle fanterie leggere. Sotto Pavia le Bande Nere contavano circa duemila fanti, quasi tutti archibugieri, e duecento cavalieri. Guidate personalmente da Giovanni, avevano sempre ben combattuto. A Pavia erano però rimaste senza il loro condottiero e per di più avevano ricevuto un compito molto difficile se non impossibile, vale a dire controllare con il loro scarso numero la lunga linea di trinceramenti sul lato nord di Pavia, di fronte al castello Visconteo. Non sostenute da picchieri, le Bande Nere furono attaccate dai cinquemila uomini di De Leyva usciti da Pavia; resistettero poco più di venti minuti ma poi furono sopraffatte.
Poco vi è da dire riguardo agli altri avventurieri italiani. Erano disposti oltre il Ticino, insieme a 2500 francesi: data la rapidità della battaglia non fecero neppure in tempo ad accorrere; anzi, alle prime notizie del rovescio subito dal re di Francia, si ritirarono con i loro colleghi d'oltralpe. Al pari degli Svizzeri ebbe molto a dolersi di loro Francesco I, che dopo la battaglia si lamentò perché i comandanti, specialmente quelli italiani, avevano gonfiato ad arte la forza delle loro truppe per riscuotere un maggior numero di paghe.
Da tutto questo possiamo concludere che nell'esercito francese, i legami e gli accordi erano siglati non per reale interesse verso la causa del re di Francia e per fedeltà ad esso, ma solo per amore del suo denaro.
Il patto era sangue in cambio di oro. Tuttavia il contratto era meno vile di quello che possa sembrare al giorno d'oggi. Le fanterie cinquecentesche erano in realtà una parata della miseria europea e il mestiere delle armi era il mezzo più facile e più sicuro, anche se il più pericoloso, per sfuggire all’indigenza ed alle miserie della vita quotidiana. La professione del soldato con gli obblighi dell'ubbidienza e della fedeltà alla parola data e il valore dimostrato in battaglia nobilitava in qualche modo lo spirito di questi miserabili, anche se ciò avveniva in cambio di danaro.
Il comportamento dei Lanzi Neri a Pavia non fu certamente meno meritevole e valoroso di quello dei cavalieri francesi che caricarono fianco a fianco di Francesco I non per cupidigia di danaro ma per sentimento di devozione e fedeltà verso il loro re.

Prendiamo ora in considerazione l'esercito ispano-imperiale. Quantunque l'elemento mercenario vi prevalesse in assoluto, vi erano alcune importanti differenze rispetto al campo francese. Il nerbo principale e più forte era costituito dalla fanteria. Di questa, quasi i due terzi erano formati dai Lanzichenecchi tedeschi guidati da Georg von Frundsberg. I Lanzi dovevano la loro creazione a Massimiliano d'Asburgo che aveva bisogno di una buona fanteria capace di opporsi allo strapotere tattico degli Svizzeri. I progressi dei Lanzi sul piano professionale furono notevoli e nel volgere di non molti anni arrivarono ad eguagliare i loro grandi rivali. Nei Lanzi conviveva una combinazione di avidità mercenaria e di sentimento di fedeltà all'Imperatore. In un’epoca dove era ritenuto normale combattere al soldo di un principe senza curarsi della causa per la quale ci si batteva e dove tutto era in vendita, i Lanzi di Frundsberg erano legati all'Impero dal giuramento di fedeltà prestato al loro capitano al momento dell'arruolamento.
La lotta feroce e senza quartiere ingaggiata contro i Lanzi Neri, oltre che dalla natura stessa di questi soldati, è spiegabile anche col fatto che, come si è già visto, i Neri erano ritenuti dagli avversari come traditori della causa imperiale. Tutto ciò non esclude tuttavia che i Lanzichenecchi combattessero comunque per avidità di guadagno, tanto da diventare pericolosi per i loro stessi comandanti, quando questi non erano nella condizione di poter onorare gli impegni finanziari presi con i capi dei vari contingenti. È quanto accadde il giorno dopo la battaglia del 24 febbraio: quattromila Lanzi inferociti si precipitarono nel castello di Pavia alla caccia dei comandanti imperiali che non li avevano ancora pagati. Scovato il Viceré di Napoli, Carlo di Lannoy, lo tennero per quattro ore in mezzo al cortile del castello sotto la minaccia di picche e archibugi, obbligandolo a sottoscrivere un solenne e formale impegno di pagamento.
Questa combinazione di motivazioni venali e morali la troviamo anche negli spagnoli. In essi era anche maggiormente accentuato un orgoglio più propriamente nazionale. Orgoglio che era accresciuto dalla mentalità dei loro capi e della nobiltà guerriera spagnola. Il contrasto con quella francese non avrebbe potuto essere più profondo. Le guerre italiane della prima metà del Cinquecento e soprattutto la loro fase finale, culminante nella battaglia di Pavia, costituirono un momento evolutivo importante dell'arte della guerra. Esse sancirono il passaggio da un sistema impostato essenzialmente sull'arma bianca a quello basato sull'arma da fuoco che prende progressivamente e sempre più sicuramente il sopravvento. Questa evoluzione andò a discapito proprio della cavalleria nobiliare che basava esclusivamente sul ferro freddo la propria fama e il proprio prestigio.
I cavalieri reagirono all'affermarsi della fanteria trincerandosi dietro uno sprezzante ed ottuso orgoglio di rango e di casta. Quando nell'assedio di Padova del 1509 Massimiliano d'Asburgo suggerì che i cavalieri prendessero parte all'assalto alle mura a fianco dei fanti, il prode Baiardo, il cavaliere senza macchia e senza paura, rispose altero che i nobili tenevano in troppo alto riguardo il loro onore per mischiarsi a calzolai, maniscalchi e meccanici. Eppure l'idea di smontare i cavalieri pesanti e impiegarli come fanteria corazzata non era nuova. Durante la guerra dei Cent'Anni in non poche occasioni si erano visti i cavalieri combattere come farnti. Tuttavia, quello che era stato sopportato quando il mondo feudale si sentiva ancora saldo nei suoi privilegi e nella sua realtà, non poteva più essere tollerato ai primi del Cinquecento, proprio perché tale mondo, ormai in via di liquidazione, si aggrappava con disperata ostinazione ai suoi privilegi ed alle forme esteriori della sua passata supremazia. Il rifiuto di riconoscere il mutamento dei tempi fu la vera causa della sconfitta di Pavia. E' facile comprendere come i nobili che si abbeveravano alle fonti dell'epopea e dell'ethos cavallereschi, accolsero l'introduzione delle armi da fuoco. Alla pari dell'arco e della balestra, esse erano ritenute vili e insidiose in quanto colpivano da lontano e permettevano così al meno prode e al più debole, di prevalere.
Sono ben note le parole di dura condanna e disprezzo che l'Ariosto pone sulle labbra di Orlando sul punto di scagliare l'archibugio di Cimosco nei flutti marini:


Acciò più non istea
Mai cavalier per te d'esser ardito,
Ne quanto il buon vai, mai più si vanti
Il rio per te valer, qui giù rimandi.
O maledetto, o abominoso ordigno,
Che fabbricato nel Tartareo fondo
Fosti per man di Balzebù maligno
Che ruinar per te disegnò il mondo,
All’inferno, onde uscisti, ti rasigno.

Agli occhi dei cavalieri l'arma da fuoco era ancor più vile e infernale rispetto all'arco e alla balestra perché non esisteva corazza che potesse resistervi, come invece poteva avvenire contro le armi a corda.
Gli archibugieri diventarono ben presto il peggior nemico del cavaliere, il più temuto. Così nei confronti di quelli che venivano presi prigionieri si scatenava puntuale la dura rappresaglia.
In questo contesto la morte del simbolo della cavalleria, il prode, gentile ma superato, e un po' ottuso, Baiardo, ucciso nel 1524 alla Sesia da un colpo di archibugio alla spina dorsale, assurge a valore emblematico del mutamento dei tempi.
Orbene, il concetto del cavaliere per forza montato, che abbiamo visto così caparbiamente conservato in Francia, era già largamente superato in Spagna al tempo della battaglia di Pavia.
L'affermarsi della fanteria e delle armi da fuoco aveva fatto perdere definitivamente alla cavalleria la sua fama di invincibilità; inoltre i cavalli e le armature costavano troppo per la non ricca nobiltà spagnola. D'altro canto non tutti i combattenti a cavallo erano nobili mentre, per contro, il rango di cavaliere nel senso di persona insignita della nobiltà cavalleresca, era da tempo cosa non necessariamente ne direttamente legata all’effettivo servizio a cavallo.
Sotto l'impulso datole da Gonzalo Fernàndez de Còrdoba, la fanteria diventò in Spagna l'arma più importante. Per i nobili costituiva quindi un onore combattere alla testa dei fanti; il che, a sua volta, galvanizzava gli uomini, li inorgogliva e li spronava a porsi in evidenza sotto gli occhi dei loro capi.
Non che gli spagnoli combattessero solo per motivi ideali, tutt'altro. L'obbiettivo era la vittoria per la Spagna ma il bottino e le ricompense che le erano connesse andavano ai soldati. Basti per questo pensare alla spietata caccia al prigioniero scatenata proprio dagli spagnoli nell'ultima fase della battaglia di Pavia per assicurarsi un ricco riscatto con la cattura di qualche nobile facoltoso. L'avidità era tale che gli spagnoli arrivarono al punto di pretendere il riscatto perfino per i cadaveri che venivano reclamati dai congiunti per il loro trasporto in Francia.
Erano queste le risorse di uomini disperati .
Ma fu proprio questa disperazione combinata con l'orgoglio e la fierezza di stirpe, il patriottismo, la professionalità del mestiere e la tenacia naturale di chi non ha nulla da perdere, se non la vita, che fecero di quella spagnola la migliore fanteria europea fino alla prima metà del XVII secolo.
Poco abbiamo da dire sugli italiani presenti nell'esercito imperiale. Sandoval nella sua Storia della vita di Carlo V riferisce che le fanterie italiane rifiutarono di essere amalgamate con gli spagnoli perché se avesse vinto il partito imperiale, il merito sarebbe stato attribuito solo a questi ultimi. E' ciò che accadde in definitiva con l'avanguardia di archibugieri che occupò Mirabello alle prime luci dell'alba. Tra i 1.500 spagnoli, vi erano sicuramente molti italiani, provenienti probabilmente dall'Italia meridionale, area che costituì sempre per la Spagna un ricco serbatoio dal quale attingere buone truppe.
Le cronache e i resoconti della battaglia non parlano degli italiani, se non con riferimento alle fasi preliminari. Alcune compagnie che scortavano la scarsa artiglieria imperiale furono dunque attaccate dall'avanguardia francese e disperse dopo breve combattimento.

Da quanto abbiamo visto in questo rapido esame dei principali contingenti che presero parte alla battaglia di Pavia, risulta incontrovertibile la superiorità dell’esercito ispano-imperiale su quello francese. Quest'ultimo era socialmente ed ideologicamente arretrato nonché gravemente penalizzato dal monopolio tattico e psicologico esercitato dalla cavalleria nobiliare e dalla ingombrante presenza dello stesso Re, diretta conseguenza della ormai superata tattica francese. Il re ed i suoi comandanti sembravano pervasi da una persistente ostinazione a voler risolvere la battaglia ogni volta allo stesso modo, prigionieri volontari della tradizione feudale e della struttura rigida dei loro eserciti, costituiti essenzialmente da truppe adatte solo all'urto brutale all'arma bianca e pertanto all’azione esclusivamente offensiva. Cosa che metteva automaticamente fuori gioco l'ottima artiglieria francese, relegandola ad un ruolo marginale e del tutto secondario.
L’esercito francese era fermo a quello di Ravenna e di Marignano. Nel frattempo si erano aggiunti gli svizzeri ma si era trattato di un rinforzo apparente. In realtà ciò ne aveva irrigidito ulteriormente la dottrina tattica che era rimasta simile a quella ottusa che aveva portato ai disastri campali della guerra dei Cento Anni.