MODI DI DIRE



E' bastato accennare a quel modo di dire, argutamente popolare, per indicare la biancheria consunta e rammendata, « Lisi e
Busòn » per ritrovarne altri dello stesso stampo, andati, anch'essi, fuori uso ...

Una variante era « Lisi e Tacòn », alludendo ai rattoppi, ai « capugnamenti » di affrettate e grossolane aggiustature.
Il ricordo di un'altra antica ditta, le esplosioni tossicolose di certi raffreddori invernali: « Bulsòn e Cadnàss »;
impietosa definizione della bolsaggine, presa a prestito dalla insegna « Bolzoni e Catenacci ». Sono le testimonianza di
certe presenze commerciali del secolo scorso.

Sgraniamo, ancora, alcune « perle pavesi » estratte dal sacchetto, un po' consunto, dei caratteristici modi di dire, ormai
scomparsi,

« Schisamichin » (schiaccia panini) si diceva del bellimbusto scansafatiche; come se il suo lavoro fosse soltanto quello di
scegliere « michette » appena sfornate. Analogamente, con riferimento al banco del fornaio, chi era debole fisicamente o di
scarsa resistenza o attaccamento al lavoro era classificato una « pasta mola » o più benevolmente, una « pasta frola », dolce
sì, come l'omonimo impasto da torte, friabile e che si scioglie in bocca.

Aggiungiamo, in tema di successi troppo millantati, quella felice definizione di « stragía bula » cioè di spargitore di
segatura di legno o di lolla di riso, lavoro che non richiede certamente fatica, data la leggerezza di questo residuato.

Caratteristico il detto « menà la giorgia » riferito a chi ripete lo stesso argomento, monotone critiche, le solite lamentele
... Deriva da quel grosso tubo, applicato ad un carro-botte, che manovrato con una corda da un addetto al servizio, era
agitato con ritmo ondulatorio per innaffiare le strade e rinfrescarle nelle giornate estive. Il metodo antidiluviano, fine
secolo, era la « giorgia », detta anche « àd De Paul » perché l'impresa della nettezza urbana era appaltata alla ditta di
trasporti De Paoli.

Un'altra manciata di modi di dire nostrani.

Del piccolo commercio raccogliticcio, povero e senza assortimento si diceva, con commiserazione: « al vénda stringh e bindé »
oppure « fibi dàscumpagn », cioè fibbie non appaiate, roba di scarto ... E qui ci sovviene, del primo esercizio o bazar, a
prezzo fisso che, ai suoi tempi, fu un po' il precursore dei moderni empori: « 'l trentatrì », dove tutti i prodotti esposti
costavano trentatrè centesimi. Roba corrente, a buon prezzo.

« Figura da ciculatè » era espressione equivalente ad « aver fatto una brutta figura » sul piano morale, politico,
o professionale. Partendo dai figurotti di cioccolato, ricavati da stampi piuttosto primitivi e grotteschi, era facile
accostamento per chi si fosse comportato in maniera censurabile, con evidente insuccesso. Ci ricorda un tempo lontano,
quando nelle vetrine di Cima o di Salzi erano in mostra i dolci figurotti da ghiottoneria.

Ed ecco un'altra espressione che fra tutte quelle citate, di critica e di dileggio, rappresentava la rottura immediata
di una amicizia o di un rapporto di consuetudine. Sdegnosa, dura, crudele, definitiva, di macabra ironia. E' l'arrivederci
« in brugna! ». Un saluto che annunciava un distacco per la vita, per sempre.

E qui bisogna accennare che la « brugna » è sinonimo dialettale di obitorio, quindi il significato di « arrivederci
dopo morti! ».
Questa frase di sprezzante iracondia, fu suggerita più che da fantasia ultraterrena, da non infrequenti incontri
notturni. Ci spieghiamo.

Quando l'Ospedale era al S. Matteo, l'obitorio si trovava a fianco del primo portone di Corso Carlo Alberto. Da questo largo
partivano i funerali e siccome l'Istituto di anatomia umana era a Palazzo Botta, capitava, verso mezzanotte, di incontrare lo
squallido carretto che trasferiva le spoglie di qualche derelitto al tavola di dissezione, dove « la morte si prodiga ad
aiutare la vita ». Il portone reca ancora la iscrizione latina della residenza delle Suore « Dedicate »: « Limen ad Virgines
. . . » Oggi vi passano le studentesse ed anche le automobili.

La fortuna di certi « detti » popolari nasce quasi sempre, da un episodio; col tempo diventano inspiegabili nel
loro originale significato. Come questi: « guarda al tram balurda! » che risale alle prime corse del tram elettrico cittadino
e quel « Cava la giaca! », quando in una fonderia venne introdotto il controllo degli operai all'uscita. Espressioni che poi
si perdono per la loro superficialità, anche se l'ironia popolaresca, in particolari circostanze, ha saputo cogliere nel
segno.