LAVANDAIE



Le rive del Ticino hanno perduto una caratteristica del tempo passato: quel pittoresco rilievo, la movimentata, canora
bordatura che punteggiava Borgo Basso.
Il ricordo esteriore e singolare di una attività locale che è andata scomparendo.

Le lavandaie.

Erano là, schierate davanti al loro « scagn » con la « caplina » di paglia in testa, buona per tutte le stagioni a riparare
sole, nebbia, pioggia, neve, con l'aggiunta, d'inverno, di una sciarpa di lana; la sottana « incalzata » gli scarponi (un
tempo) e poi gli stivali di gomma, gli arnesi a portata di mano. Uno spettacolo, di energia, di salute, di robusta fatica, di
vita.

Un'arte, collaudata nei secoli, di discendenza ereditaria, esclusivamente femminile, dove i familiari, mariti compresi, erano
soltanto collaboratori. Emporio eccezionale di personaggi, di figure, di costumi, di espressioni, di linguaggio, che ha
avuto, naturalmente, i suoi pittori ed i suoi poeti. Per questo non è andato perduto e sopravvive come capitolo inimitabile
di vita pavese, anzi borghigiana.

Il lavoro incominciava, nelle piccole aziende artigiane, la domenica mattina quando col carretto a mano, si ritiravano a
domicilio i fagotti di biancheria da lavare. Di solito, l'incarico era del « lavandè ». Il lunedì mattina di buon'ora,
appariva lo schieramento femminile a ravvivare la sponda. Nella stagione invernale, una vitaccia: tanto che l'ammollo doveva
essere fatto con l'acqua calda, in apposito ambiente familiare, la « ca 'd la búgà » e si portava appresso, a « canal », un
fornello e un caldaiotto, perché i panni e le mani non gelassero. La stenditura col bel tempo, era affidata al sole e al
vento, sui vasti prati dietro le case di Borgo Basso. Per la sera di mercoledì tutte le operazioni dovevano essere
completate; il dì seguente i fagotti di biancheria pulita erano restituiti ai « post », ai clienti; entravano in città sui
carretti a mano o portati in bilico sul capo, con maestria e disinvoltura, dalle giovani lavandaie, quasi con passo di danza.

Un tema pittorico che Ezechiele Acerbi ha esaltato con la sua arte, prediletto ed obbligatorio per tutti i pittori,
per i fotografi nelle inquadrature del tradizionale panorama di Pavia dal Ticino; soggetto di attrazione, di interpretazione
e di originale folclore per la musa vernacola.

Sono queste le « registrazioni » che noi possediamo: le espressioni del dialogo salace, botte e risposte, i canti, le
invettive, le baruffe, un « calderone » di ribollente schiuma, di scoppiettante umanità.

Sfogliando la poesia dialettale, si nota che il primo oggetto di chiacchiere a gran voce è sempre il lavoro: « Sbat,
fregà, insavóna, quest l' è 'l pénsér - quest l' è 'l gran crussi di nostar lavandér... ».

Altri argomenti non mancavano. Ne fanno le spese certe clienti, quelle di molto fumo e poco arrosto (« guarda che camisa! »)
e per i buchi e i rammendi, alcune definizioni diventano pittoresche. Come questa che ricorda una ditta cittadina: « ... L'ha
spusà insèma Lisi cón Busòn ».

Non mancano le vicende personali e familiari, i pettegolezzi di cortile e di ringhiera, le storie di amori, di « casù »
(essere respinti) di abbandoni di... grattacapi ridanciani, di avventure piccanti e clamorose.

Il lessico dialettale trova in questi scambi di battute, di commenti, di invettive, un materiale originale ed effervescente.
Certi giudizi scottanti, lanciati da qualche « lenguassa » o « slenguasson », sembrano non potersi lavare neppure con « un
segion d'alsìa » con un mastello di lisciva ma, dopo gli sfoghi e gli scontri, la corrente porta tutto via. Bolle di sapone.

Quando passavano, lungo la riva nelle ore di lavoro, le barche a « far l'onda », allora, dal coro si levava il « grido »: di
protesta, se erano barcaioli amici, ma se studenti si scatenava un dialogo sguaiato, ingiurioso di pirotecniche apostrofi,
col provocatorio gradimento degli impertinenti « pacialatt ».

La « Lavanderina » di Roch Cantòn, musicata da Colacci già da noi commentata - è la canzone più fedelmente rappresentativa
del carattere e del sentimento delle giovani lavandaie del Ticino: Gèma, Rachèla, Rusei, Carlòta, Madlínìn... Nomi di
tradizione, voci argentine, prosperose bellezze, portamenti di spigliato ardimento popolano. Quale ronzio di lavatrici
automatiche o carosello urlante di detersivi potrebbe mai richiamare questi « quadretti pavesi » che animavano la sponda
destra del Ticino?
Quando il faticoso lavoro, era una tradizione orgogliosa e lo spirito borghigiano, espressione di indipedenza, di critica, di
prosperosa e solidale fraternità.