LA « LOMBARDIA »



Anche le piazze hanno il loro destino. La nostra Piazza Castello - aggiorniamoci con la denominazione
odierna di Viale Matteotti - ha sempre avuto la sua destinazione di punto di partenza e d'arrivo di corriere
e di diligenze.

Per gli scambi con Milano e il territorio compreso tra le due città, era ed è punto obbligatorio: la prima
vasta piazza, superata l'antica cinta murata e la Porta già di S. Vito, poi Milano.

Oggi sostano e fanno scalo continuo, gli autobus, diretti non solo alla capitale lombarda, ma a tutti i centri della
Provincia.

Cento anni fa, il « grande » movimento (proporzionato ai tempi, alle dimensioni della città ed agli scarsi traffici)
era affidato al « barchetto » che aveva l'imbarco alla darsena di Borgo Calvenzano ed alle « vetture » o diligenze
che posteggiavano all'Albergo della « Lombardia ».
Ancora così è conosciuto, nei documenti comunali, 1'edíficio che fa angolo con Strada Nuova, annesso, quasi,
al Teatro Fraschini.

Qui facevano recapito i viaggiatori per Milano, Lodi ed i centri minori. Aveva belle sale al primo piano (ospitarono, qualche
tempo, il Circolo Unione a tinta pseudo aristocratica, in contrapposto al Circolo degli Impiegati
Civili al Mercato Coperto) ed una clientela locale e di passaggio nel suo rinomato ristorante. Nel 1862 i concittadini vi
ospitarono Garibaldi, nel suo soggiorno a Pavia e qualcuno ebbe a raccontarci, ma mancano elementi sicuri,
di una passerella, su Strada Nuova, all'altezza del primo piano, per congiungere la « Lombardia » a Casa Cairoli.

Al tempo della dominazione austriaca, tutti gli esercizi pubblici erano controllati e vigilati anche per gli arrivi
e le partenze; i postiglioni ed i conducenti dovevano avere il permesso e la licenza della polizia.

Un aneddoto dell'epoca. Tra i postíglioni, con recapito alla « Lombardia », era certo Gasparin (diminutivo o cognome), un
veneto di Treviso. Prestava servizio sulla corriera Pavia-Milano. Un tipo serio e taciturno che fu
militare per sette anni, nella cavalleria asburgica. Prendeva i pasti alla « Lombardia » e nelle ore di svago se ne andava
solitario a pescare.

Nel 1858, alla vigilia, dunque, della Campagna per la liberazione della Lombardia, chiese due mesi di congedo
all'impresa di trasporti dove lavorava, dovendo sposarsi, e partì per il Veneto.

Passato il periodo di « licenza », non avendo fatto ritorno, l'impresa chiese informazioni al paese. Nessuna
notizia, nessun matrimonio avvenuto, buio completo. Poi, il mistero venne svelato.

Il silenzioso ed appartato postiglione era un agente del Comitato rivoluzionario e portava le stampe, i proclami
e gli ordini, da Pavia a Milano: dal Piemonte dovevano essere recapitati e diramati nel Lombardo-Veneto.

Chi li riceveva a Milano era uno stalliere dell'« Albergo della Noce » in Corso San Gottardo. Dei patrioti pavesi,
incaricati del contrabbando delle idee liberali, nessun nome è trapelato.

Questo oscuro cospiratore partecipò alla Campagna 'S9, arruolandosi a Torino; combattè valorosamente in un
reggimento di Cavalleria e cadde gloriosamente in una carica del suo squadrone a San Martino.

Anche gli uomini - come le piazze e gli alberghi - hanno il loro destino.