LA FINE DEL PONTE COPERTO DI PAVIA


di Alberto Arecchi

 


Molti sono convinti che i bombardamenti dell’ultima guerra abbiano irrimediabilmente danneggiato l’antico Ponte Coperto, in modo da renderne necessarie l’eliminazione e la “ricostruzione” secondo i nuovi canoni tecnici idraulici, quale oggi tutti lo vediamo. In realtà le cose si svolsero diversamente, e desideriamo ripercorrere gli eventi, a salvaguardia della memoria, con un’ampia scelta di brani tolti dagli Archivi Comunali Storici di Pavia e dalla stampa dell’epoca.
Diversi esperti valutarono che i danni provocati al Ponte Coperto dalle bombe non fossero tali da impedirne un corretto ed integrale restauro, “com’era e dov’era”. Su tale argomento si accese, come in altre occasioni, un vivo dibattito - in Consiglio Comunale e nella città intera - tra i fautori del vecchio Ponte e i suoi “giustizieri”. Questi ultimi - come spesso accade - col tempo ebbero la meglio: il Ponte fu demolito nel 1948 a colpi di dinamite e quindi fu costruita l’attuale copia, a parziale imitazione delle fattezze medievali del manufatto distrutto.
Dai bombardamenti del settembre 1944 alla distruzione definitiva del vecchio Ponte Coperto, nella primavera 1948, si svolse nella città di Pavia un’intensa polemica fra i difensori del vecchio Ponte e i fautori di una ricostruzione motivata da ragioni tecniche (viabilistiche, ma soprattutto idrauliche). È interessante introdurre la rievocazione di quei tristi eventi con il brillante commento del prof. Barbacci, architetto e storico dell’arte fiorentino, estraneo alle beghe locali ma ben attento alle tristi vicende subite dal nostro monumento. Poi, ripercorreremo gli stessi fatti con la lettura degli atti d’Archivio.
«Il Ponte Coperto di Pavia fu costruito nel 1351 da Giovanni da Ferrara e da Jacopo da Gozzo, sui ruderi di un ponte romano; subì, nel corso dei secoli, restauri ed anche aggiunte; fra le quali il portale d’ingresso verso il Borgo Ticino, nel Cinquecento, la cappellina, nel Settecento, il portale verso la Città, nell’Ottocento. Era una di quelle ammirevoli costruzioni medioevali, create da tecnici-artisti che, componendo secondo il gusto del loro tempo, senza preoccuparsi di simmetrie o di pedantesche cadenze, dando spontanea forma d’arte agli elementi costruttivi, erano riusciti a creare un’opera viva, bella e insieme funzionale, che introduceva nel paesaggio fluviale e urbano una nota di straordinaria pittoricità. Era una di quelle opere irregolari, eseguite con materiali modesti, con forme semplici, struttura usuale, che si sposava con naturalezza all’ambiente; un’opera che aveva sulle consorelle moderne, rigide e regolari, la superiorità delle opere manuali dell’artista, rispetto a quelle prodotte dalla macchina. Quest’opera incantevole non è più. È stata danneggiata dalla guerra, distrutta dai tecnici. Narriamone la recente storia...
Preoccupandosi delle condizioni di precaria stabilità di alcune arcate, e del pericolo che ne deriva per il pubblico, che tuttora transita sul ponte, provvisoriamente rimesso in funzione mediante una passerella pedonale, nel giugno del 1945, il Genio Civile inizia lo sgombero delle macerie cadute sul letto del fiume e l’abbattimento delle parti pericolanti, fra le quali considera anche le arcate. Ma la Soprintendenza ai Monumenti, con l’assenso del Comando Militare allea­to, riesce ad imporre la sospensione dei lavori.
Nello stesso tempo, il Sindaco chiede al Ministero della Pubblica Istruzione che inter­venga per impedire la prospettata costruzione di un nuovo ponte, di moderno disegno. Contesta la obbiezione che il vecchio ponte ostacoli il deflusso delle acque di piena: basterebbe riaprire l’ultimo arco di destra, ora interrato, e costruire il canale di derivazione delle acque, già propo­sto dal Genio Civile. Contesta ancora che il tetto del vecchio ponte ostacoli il passaggio dei carichi alti: la misura di questi è disciplinata dai sottopassaggi della strada statale, inoltre il ponte riservato al traffico pesante è quello nuovo, detto dell’Impero, sulla grande arteria Milano-Pavia-Genova. E conclude: “La gran maggioranza dei pavesi, ricor­dando il voto dei veneziani per il loro campanile, domanda che il programma della ricostruzione sia così sintetizzato: dove era e come era”.
Anche il Comando Alleato si preoccupa del ripristino del ponte e, nel giugno 1945, inca­rica l’ufficiale addetto alle belle arti di visitare l’opera assieme alle autorità italiane. Questi riferisce che si è unanimemente concluso di “dismantle the bridge and riconstruct it, rebuilding an arch at the Borgo end which had become covered with dirt accumulated through several centu­ries”. Ma invano il Comando sollecita al Genio Civile il progetto rela­tivo; maiora premunt, che hanno la priorità; tuttavia il Comando rassicura il Direttore Generale delle Antichità e Belle Arti: “In any event, the destruction of the bridge has been avoided”...
Alla fine del 1946 non si è ancora preso alcun provvedimento per la salvezza del ponte. La Deputazione di Storia Patria chiede il ripristino del monu­mento, “protesta contro i ripetuti tentativi di procedere ad una demolizione che equivarrebbe a vandalismo e profanazione, e alza unanime la sua voce per chiedere il pronto, energico interven­to degli Enti preposti alla tutela del patrimonio artistico e culturale, affin­ché sia evitato uno scempio che in futuro non potrebbe non essere considerato come atto in­consulto e disonorante per chi ebbe a promuoverlo o a tollerarlo”. Analogamente si esprime il Rettore dell’Università.
La Soprintendenza studia il modo di consolidare le pile del ponte, asserendo che il re­cu­pero di questo costerebbe assai meno della costruzione di un ponte nuovo; e aggiunge: “non si vede perché, essendo stato ricuperato quasi al completo il materiale della copertura ed esistendo la possibilità di consolidare e sistemare i piloni, I’Amministrazione delle Belle Arti non do­vrebbe andare incontro al desiderio della cittadinanza e ripristinare con lo sto­rico e artistico manufatto anche quel caratteristico punto del paesaggio pavese”. Altri enti si pronunciano per il ripristino del ponte, che viene chiesto anche da vari scrittori sui giornali cittadini. Intanto, nell’agosto 1947, nulla essendosi fatto per consolidare l’opera, crolla anche la seconda arcata.
In una riunione tenutasi nel settembre, i tecnici dei Lavori Pubblici riaffermano la necessità di demolire i ruderi e di sgomberare l’alveo del fiume; i rappresentanti della Soprintendenza e di vari enti cittadini, quella di ripristinare il vecchio ponte; il nuovo Sindaco quella di spazzare tutto e di costruire un ponte nuovo e più largo.
Nel novembre dello stesso anno, il Genio Civile compila una perizia per la demoli­zione dei ruderi: prevede la spesa di circa sessantacinque milioni, che comprende anche la costruzione di una passerella per i tubi dell’acqua e del gas. La relazione ripete le ragioni che giustificherebbero il provvedimento: I’esigua luce delle arcate, la “soglia” di queste che, alzando il letto del fiume, la limita ancor più, la sconnessione della muratura, il pericolo di un crollo che, ostruendo l’alveo del fiume, provochi l’allagamento del Borgo e delle altre zone rivierasche. Ricorda che, dopo la grande piena del 1869, una Commissione di tecnici aveva proposto - beata innocenza - di sostituire le arcate con cinque travate reticolari in ferro, per aumentare la luce del ponte.
Il Ministero della Pubblica Istruzione nomina allora una Commissione di tre profes­sori universitari - due tecnici ed un architetto - perché esprima il suo parere sulla dibattuta questione. La Commissione, pure non escludendo la possibilità teorica del ripristino, giudica questo praticamente sconsigliabile, anzi irragionevole; consiglia piuttosto di conservare qualche rudere del vecchio ponte, per documentazione storica. Esclude la ricostruzione del manufatto come era e dove era, cosa impossibile, dice, trattandosi di un’opera medioevale di forma irregolare, e che ci darebbe un monumento falso, simile, ma non uguale a quello distrutto. La Soprintendenza chiede che si salvino almeno le testate e qualche pila del vecchio ponte, per poterne ricostruire idealmente la forma...
Nel febbraio 1948, il Ministero dei Lavori Pubblici, premuto dal Comune, che teme il crollo dei ruderi e la conseguente rottura degli argini, ordina la demolizione di quanto resta del ponte. La Commissione per la tutela delle bellezze naturali di Pavia si riunisce per dichiarare che è contraria ad un ponte moderno, per auspicare la conservazione dei ruderi e la costruzione di un ponte uguale all’antico...
Si parla sui giornali del progetto per il nuovo ponte, il quale avrebbe solo cin­que arcate, carreggiata più larga, tettoia simile all’antica, ecc. La Soprintendenza afferma che tale opera sarebbe “in sostanza una rievocazione, o meglio contraffazione - riveduta e corretta secondo i criteri tecnico-utilitari dell’edilizia corrente - di quella che fu la bella struttura ideata dagli architetti-idraulici Jacopo da Gozzo e Giovanni da Ferrara”... E conclude chiedendo un concorso nazionale per la creazione di un’opera moderna.
Di uguale opinione è la Direzione Generale delle Antichità e Belle Arti... inutilmente lo stesso Direttore Generale delle Arti cerca di opporsi, in seno al Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, all’approvazione dell’assurdo progetto.
Siamo prossimi all’epilogo. Nel febbraio 1949, un numeroso gruppo di cittadini compie un estremo tentativo, inviando al Ministro dei Lavori Pubblici una commissione incaricata di chiedergli la ricostruzione del vecchio ponte “come era e dove era”. Ma ormai la battaglia è perduta; e la vince, naturalmente, chi ha i mezzi per fare a suo modo.
Il Genio Civile ha così mano libera per attuare i suoi piani. Per cui, demoliti i resti del vecchio - tranne l’arco seminterrato di sinistra - ed anche i due portali d’ingresso, inizia la costruzione del nuovo ponte.
Il nuovo ponte, se rievoca sommariamente il vecchio nella forma generale, se ne diversifica poi in ogni particolare. Innanzitutto nell’ubicazione, poiché sorge una trentina di metri a valle del vecchio - quarantaquattro l’imbocco verso il Borgo e sedici e mezzo, circa, quella verso la città – ed è perpendicolare alla corrente del fiume. Si prescinde, cioè, dal fatto che anche l’ubicazione del ponte ha un interesse storico e ambientale; ma si prescinde anche dalle buone norme urbanistiche. Il Corso principale (Strada Nuova) viene piegato per infilare il nuovo ponte, e lungo il fiume si disegna una lunga e stretta piazza, non felicemente proporzionata; all’altro capo del ponte, che non corrisponde più alla Via dei Mille, attraversante il Borgo, si forma un’altra piazza affinché i veicoli, mediante curva e controcurva, possano raggiungere detta via. Soluzione urbanistica della quale anche un profano può giudicare l’irrazionalità.
Il Genio Civile esegue, dunque, una copia “riveduta e corretta” del vecchio ponte co­perto; ossia un’opera che dovrebbe insieme soddisfare le esigenze tecniche e quelle estetiche, un’opera che, oltre a facilitare il deflusso delle acque di piena, oltre a consentire il comodo transito degli odierni veicoli, non faccia rimpiangere ai Pavesi il monumento perduto...
Il ponte coperto è risuscitato bensì, ma quantum mutatus ab illo! Spostato dalla posizione originaria, risulta più corto; la larghezza utile è passata da sei a nove metri e mezzo, I’altezza è aumentata; le arcate divengono cinque, più ampie e quasi uguali, tranne una, mentre le antiche erano assai diverse; le armille delle accresciute arcate vengono fatte più sottili, i balconcini dei parapetti simmetrizzati, le pile regolarizzate, la cappellina modificata, i due portali rifatti in tutt’altra, assai dimessa, forma; ed è inutile dire che le arcate sono di cemento armato, impiallacciate in pietra: sembra cioè che un particolare studio sia stato po­sto per riprodurre bensì le vecchie forme, ma variandole a capriccio. In compenso, magro compenso, si pongono, a sostegno dell’ingrandita tettoia, esatte copie dei pilastrini di granito, in parte ricuperati, ma non reimpiegati.
Nel 1951, l’opera è compiuta e, con una solenne cerimonia, si conclude la settennale vicenda. Sull’arco d’ingresso verso città è incisa una grande e bella epigrafe:
SULL’ANTICO VARCO DEL CERULEO TICINO
AD IMMAGINE DEL VETUSTO PONTE COPERTO
DEMOLITO DALLA FURIA DELLA GUERRA
LA REPUBBLICA ITALIANA RIEDIFICO’.
Ma non è veritiera: non si è riedificato sull’antico varco, né ad immagine (a meno che l’e­pigrafista abbia voluto intendere ombra, larva, spettro) del vetusto ponte coperto. Il quale non è stato demolito dalla furia della guerra, ma solo danneggiato; la demolizione è opera del Genio Civile, ed anche la ricostruzione: perché incolparne la Repubblica?
Pavia ha riacquistato il suo ponte coperto; ma, ahimé, questo non è un’opera originale di forma moderna, non è quella originaria reintegrata, non è neppure l’esatta copia di essa: ne è la caricatura.
Il vecchio ponte era restaurabile; occorrendo, se ne potevano sottofondare le pile, ri­co­struire le arcate impiegandovi gli stessi conci delle armille, ripristinare la tettoia. Questi la­vori di ricomposizione e reintegrazione, che