DIALETTO E POESIA



L a nostra appassionata difesa dell'autentico dialetto pavese » (non quello « mésa calsèta »: che dice « buro »,
« presèmul », « pisèli », « trasloch », invece di « bútér », « arbulent », « àrbiòn » e « stramúd ») e qualche critica
benevola a certi componimenti di poesia dialettale corrente, ci hanno procurato, come era naturale, rimproveri di « matuseria
», e moniti come questo: « di essere più indulgente e meno severo con i pavesi che dimostrano tanta
buona volontà nell'addentrarsi a scrivere il loro dialetto e lasciare perdere la metrica e molte altre cose che non tutti
necessariamente sono tenuti a conoscere ».

Una sincerità reattiva che è cordialmente amica e che merita una nostra precisazione.

Avevamo letto una poesia intitolata « I ròndin ». « In quale dialetto? » ci siamo domandati, davanti alla arbitraria
azzoppatura dell'italiano « rondine ».

Cento anni fa, usava il gentile vocabolo « rondanena », sulla scia romantica del secolo e della ballata di Tommaso
Grossi « Rondinella pellegrina - che ti posi sul verone », di squisito spirito lombardo. C'era anche un paesello del
Circondario di Bobbio che apparteneva, fino al 1923, alla provincia di Pavia, dal nome « Rondanina », un mucchietto di case
bianche e nere, posato sul pendio verde di quell'Appennino, come rondini in riposo.

Poi, con dizione meno romantica si abbandonò il diminutivo e rimase il vocabolo tradizionale di « rundàna » o - come
pronunciano in Borgo Ticino - di « rundana », con la « a » cupa. Tale è rimasto ed è usato nel dialetto pavese,
con i relativi diminutivi di « rundànin » e « rundanei ».
La contaminazione lamentata costituisce uno dei tanti indici di mancata conoscenza del nostro dialetto che da tempo
constatiamo e che rifiutiamo. Perché se piena e incontestata è la libertà di parlare e di scrivere il dialetto di oggi,
quando questo diventa espressione di « poesia », ci sia concessa la libertà di criticarlo.

In questi ultimi anni, il dialetto, parlato dai più, si è ftto scialbo, inespressivo, pigro, senza il mordente di immagini e
di armonie originarie.

Serve alla conversazione comune, insipida, utilitaria, quotidiana. I motivi: le massicce e crescenti immigrazioni, l'uso
ormai generale della lingua italiana che con troncature, abbreviazioni, accentazioni di comodo, fornisce tutto un materiale
corrotto che non è più il « dialetto pavese », ma quello incolore, appiattito di oggi, che potrà servire, d'accordo, a
filastrocche rimate, a « bosinate » satiriche, ad un folclore popolare piacevole, apprezzabile, sincero, ma che non è
la Poesia. Quando ci si accosta alla vera poesia, bisogna rispettare la proprietà del linguaggio, il sapore dell'espressione
corrispondente al pensiero, le regole della metrica, se si vuole che il dialetto entri a servizio della Poesia. Come
l'ambiente « naturale » viene intossicato, contaminato, sconvolto, anche quello « comunicativo » subisce alterazioni di
linguaggio, di pronunzia, di tempi, di maniere. Per questa,invochiamo la conoscenza, lo studio ed il rispetto al vero
dialetto, patrimonio spirituale della citta e della nostra gente.

Abbiamo avuto ed abbiamo ottimi poeti dialettali; coloro che si cimentano con istintiva, lodevole « vena » nella
poesia vernacola, sia pure senza pretese letterarie, procurino di esprimersi nel vero, autentico dialetto pavese.

Questa è la « morale » della nostra difesa.   
Piuttosto severa, ma riteniamo utile e doverosa.