Come un gigione re non inventò la soupe à la pavoise



I francesi tornano per vendicare Fornovo e spacciano il Moro; tornano un'altra volta e i mercenari svizzeri, benché regolarmente pagati, fuggono come veltri da Marignano (1515); tornano una terza volta i francesi e assediano Pavia ma vengono disastrosamente battuti (1525).



Il Moro da Vigevano fa costruire due imponenti quadriportici nella nostra Alma Mater ma poi ci inguaia tutti, dal Po al Basento: sollecitando i francesi ad invadere il napoletano, addita agli stranieri le comode e facili vie che corrono l'Italia. I francesi tornano per vendicare l'affronto di Fornovo e fanno anche peggio: dalla biblioteca del castello visconteo partono 900 rarissimi libri in folio, preziosi incunaboli, e quanto l'orgogliosa cultura dei Visconti e degli Sforza ha riunito dal tempo del Petrarca, per tacere delle deliziose sculture dei Mantegazza, così facili a staccarsi dai muri delle chiese e dei conventi. Il Moro dà l'ultima disperata battaglia a Novara e, battuto, finisce prigioniero in Francia: scrive sulla parete della sua cella: Giammai ti pentirai di aver taciuto, sempre di aver parlato. Che è un autentico testamento, una sintesi disperata dei suoi errori senza rimedio.

Ora per la legge della liberazione endemica qualcuno che dei francesi è scontento invoca gli spagnoli. La bella e infelice Italia diventa una lizza per le rabbiose giostre dei forestieri. Francia e Spagna sono in lotta egemonica per l'Europa: e la fanno fuori in Italia.
Quella che era considerata la contrada più ricca del continente, la nostra piccola grande patria lombarda, viene saccheggiata senza pietà. Dopo Luigi XII, venuto a vendicare Carlo VIII, ecco Francesco I, che viene a vendicare Luigi XII. Il ducato di Milano finisce praticamente di esistere il 10 settembre 1515 a Marignano (da marais, palude), oggi Melegnano. Tre reggimenti svizzeri assoldati da
Massimiliano, figlio primogenito del Moro, entrano appena in battaglia e se la battono: trionfa la cavalleria francese, il cui più celebrato campione è Baiardo da Grenoble. Sorvolando graziosamente la rotta vergognosa, gli svizzeri raccontano nei loro manuali di storia che la lezione di Marignano è stata salutare: dopo quell'esperienza, rinunceranno ad ogni velleità di conquista... in Italia e altrove. Tante grazie: da poco ci hanno sottratto il Ticino per ripagarsi di certe inadempienze del Moro: gli può bastare quello: al diavolo se scappando non si percepiscono altri compensi.

Intanto però la Lombardia finisce di esistere: o, per dir meglio, scade a livello italiano. E torna spontaneo a B invocare B2 quando A rimane solo a godersi (fo per dire) le conquiste di A2, che nella fattispecie è la Francia. Unite sotto la corona unica di Carlo V, Austria e Spagna prevalgono. E bastano poche parole a dirlo: ma non s'immagina quante angherie subiscano gli italiani. Gli stupri, le violenze, le taglie e le epurazioni entrano nel costume. Parteggiavi per i francesi, che ti hanno investito d'un feudo e t'hanno fatto ricco? Ora paga e togliti di mezzo. Parteggiavi per gli spagnoli, che t'hanno liberato dagli odiati francesi? Rimani pure, ma paga anche tu.

La solfa è sempre quella. A nostre spese vediamo delinearsi una legge che la storia matrigna esercita da secoli sulla nostra misera pelle.

Lo scrittore Jean Giono viene in Lombardia (1955) a raccogliere elementi per il suo Bonnheur fou, che segue con scarso successo il magnifico Le Hussard sur le toit: Giono è di nonno piemontese e vive a Manosque, in Provenza, dov'è nato. L'ussaro sul tetto è un simpatico bastardo a nome Angelo che si sottrae alla occhiuta polizia piemontarda e capita in Francia proprio l'anno in cui infuria l'ultima epidemia di colera (qualche tempo prima del 1848). La madre marchesa gli aveva comprato un reggimento, come usava allora: l'ussaro naturalmente è nobile: forse addirittura bastardo di
cardinale o di re: ma è anche liberale, e pensa - come no! - in francese. Un giorno si batterà senza fortuna contro Radetzki: e appunto per visitare i luoghi dell'infelice campagna del 1848 verrà in Lombardia il suo cantore. Il quale viaggia per altro a spese dell'editore Gallimard, che gli commissiona un libro sulla battaglia di Pavia, combattuta da francesi e spagnoli i124 febbraio 1525. Il titolo è
Le désastre de Pavie. Giono vi dimostra l'impaccio tipico dei francesi quando perdono. Allora tenta di buttare tutto in burletta. Perché diavolo i francesi sono tornati in Lombardia quando era ormai chiaro che l'occupavano stabilmente gli spagnoli? Davvero non si capirebbe il perché se Giono non venisse a sapere che Montmorency, amico d'infanzia di Francesco I, ci aveva una donna a Milano. La bella si sarebbe chiamata Clarissa, ed era una Visconti (poteva mai essere meno nobile la fortunata amante d'un comandante francese?). Un famoso arazzo tessuto nelle Fiandre riproduce la scena della fuga nell'alba nebbiosa. Gli adulteri erano felicemente riparati alla Cascina Repentita durante il noioso assedio di Pavia: il frastuono della battaglia li ha sorpresi nel sonno: Montmorency ha afferrato Clarissa ed è balzato in sella quando già gli spagnoli entravano nella corte: Clarissa non ha avuto il tempo di mettersi addosso nulla più della camicia che aveva.

È un risvolto romantico, non si dice quanto onorevole.
Francesco I, grand e ciolla, ha assecondato la fregola del compagno d'infanzia ma anche le proprie voglie di menar le mani. È stato mesi a marcire intorno a Pavia. Da San Giuseppe, le sue artiglierie cannoneggiavano il castello, che infatti ha perso l'ala settentrionale.
Torno torno alla città erano accampati francesi e mercenari svizzeri, per tacere di Giovanni de' Medici e delle sue Bande Nere, che se ne andranno quando il capitano morirà di cancrena dopo una sfortunata battaglia sul Po. Comanda gli spagnoli il duca di Leiva, nella cui discendenza reperirà don Lisander Manzoni l'unica donna vera del suo romanzo. Il duca ha con sé un marchese di Pescara e un conestabile di Borbone, che i francesi chiamano traditore. Le truppe spagnole sono integrate da reggimenti di lanzichenecchi.
L'assedio è duro: ben poche vettovaglie entrano dal Ticino (ed è per impedirne il flusso che si è fatto ammazzare Giovanni de' Medici). La fame è molta: e i lanzi, poche storie!, vogliono la paga, sicché si fondono calici e crocefissi delle chiese, statue celebrate del tempo longobardo. Per scaldarsi e cuocere la sbobba, i pavesi bruciano le navi che quasi ottocento anni prima aveva conquistato re Liutprando ai bizantini. Il duca de Leiva soffre di reumi e non può montare a cavallo: in portantina visita le postazioni, incoraggia le truppe.
Il morale è alto in ragione inversa alla dissolutezza dei francesi, che trovano tutti modo di imitare Montmorency, e comunque sono impigriti nell'attesa di qualcosa che non succede mai (perché gli spagnoli sanno che il tempo lavora in loro favore). Giono presenta le désastre come un caso fortuito, una iella non meritata... se non per il peccaminoso scopo della spedizione in Italia.' Dice che le truppe di re Francesco si stavano trasferendo nella nebbia quando sono incappate per puro caso in quelle nemiche. E non si sa proprio come hanno perso; ma gli svizzeri hanno capito così poco di tutto che sono morti in quattromila cercando un impossibile guado a Ticino: morti annegati, povere anime, una fila dopo l'altra, perché quello era stato l'ordine. Fatale conclusione dopo ogni battaglia malamente perduta: gli svizzeri non hanno capito: bravi soldati erano, fin troppo: ma tanto gnocchi!
Quanto ai francesi, è assodato che era ancora in vita Lapalice un quarto d'ora prima di morire; e re Francesco, oh quello, cosa non ha saputo fare battendosi a cavallo e a piè! Finalmente gli spagnoli hanno scavalcato in cordata le immani pile di morti che stavano intorno a lui e l'hanno preso prigioniero come un fantaccino qualsiasi; e appena possibile il reone ha fatto sapere à la reine sa mère che tutto era perduto fors que l'honneur.

Sua Maestà aveva vesti di broccato sotto l'armatura di acciaio: nel corsetto erano cuciti diamanti e pietre preziose: i soldati spagnoli, rozzi e irriverenti, glieli hanno strappati senza garbo alcuno: e subito sono corsi a provare se erano veri martellandoli di santa ragione sopra un sasso: così non pochi preziosissimi diamanti grossi come nocciole si sono frantumati miserevolmente: e allora quei soldati fessi hanno pensato che anche i re portavano addosso culdibicchieri: purtroppo questa era la leggenda: che un diamante vero non si poteva rompere mai.

A tout seigneur, tout honneur: il lungagnone re viene preso in consegna a chi di dovere e fatto sostare in una cascina fuori Pavia.
Muore letteralmente di fame: ha menato le mani tutto il giorno, povero caro: niente da mettere sotto i denti? La reggiora della ca-scina allarga le braccia: ci ho del brodo, non più la carne, posso
affettare del pane biscotto e grattarvi sopra formaggio grana e rompervi dentro un paio d'uova...

Sua Maestà annuisce, deglutendo magnanimo, e regalmente accetta di umiliarsi in quel modo
intorno a una tavola campagnola.

Poi, a ragionevoli tappe, lo portano a Pizzighettone. Carlo il Codega è lontano e apprende esilarato l'esito di quella insperata battaglia conclusiva.
Mortificato, il reone francese va prigioniero in Spagna e aspetta come tutti di venir riscattato a congruo prezzo. Quando rivedrà finalmente la patria, impaziente di allearsi con i turchi, alle zelanti dame impietosite racconterà i suoi tormenti: e ricordando il maledetto appetito che gli era venuto battendosi nella nostra nebbia domanderà che gli si ripeta la soupe à la pavoise. Entra così nei menù internazionali, come è persino ovvio: e i micchi diranno che l'ha inventata lui, grande e sublime ciolla, però affamato al pari di qualsiasi altro mortale.

Non è certo una gloria, avere questo umile piatto nei menù di tutto il mondo: ma quante contadine pavesi, ignare del désastre de Pavie, rompevano e rompono du' ova su una coltre di formaggio grattato e di umili croste biscotte? Questo io domando allo scultore Carlo Mo, che alla improbabile nascita della soupe ha dedicato una serie di spassosi disegni. Velleità versaiole non ne ho quasi mai sofferte in vita mia: è che dovevo fare le didascalie di quei disegni e inspiegabilmente m'è scappato un endecasillabo: e dietro a quello il resto, così da trovarmi anche fiero misogallo alla fine. Ecco qua:


SUPPA, NON SOUPE!

Le mani di mia madre contadina
commoventi perché io solo

ne distinguo l'accorta gentilezza,
un uovo appena cantato dal pollaio
ove spessa riposa

l'ombra del fico votivo.
Rituale incisione del guscio
sull'orlo della scodella
simile a stampo di seno
turgido come a noi piace,
che straripi molto dal palmo,
pretenzioso calibro dei gentili.
I pollici si affondano lievi

a dividere il guscio: cade
una gran gemma d'oro
fragile e pur compatta
che l'albume difende.
Sul pane si adagia
come su un trono:


ad attutirne la caduta,
una soffice coltre di formaggio
pur mo' artigliato dalla grattugia.
La segue subito il brodo
costellato di occhi discreti.


Fumi allora fragrante
la zuppa e scateni
l'onesta fame dei poveri.

Tu l'hai ridotta a favola, vedo.
Giustamente scherzose le immagini
di un sovrano che tutto aveva perduto
fuorché l'appetito e l'onore.

Per resistergli avevamo bruciato
le navi bizantine di Liutprando,
fusi i crocefissi e i calici

d'un arte sicuramente degna
della nostra fede di popolo.
Resta di quei massacri
consumati sulla nostra pelle
- e gloriosi ora per gli altri -
il vacuo snob d'un gigione
che si ricorda misero e affamato
solo per strabiliare le dame.


Così al gran pavese si unisce
questa umile voce dei menù
serviti in tutto il mondo.

Ma tu capisci che prima
non furono mai cantate uova
né sbocconcellati pani

nelle scodelle della nostra riva!
La favola mi dà malinconia
come la storia subìta
e soprattutto sofferta.

Ah, fammi solo pensare a mia madre
con trepide mani disposta
a un rito antico di millenni.

Le cose più semplici esprimono
il genio d'una gente
avvezza a inventare la vita.
Mio dio, perché un povero
non dovrebb'essere superbo?


La soupe à la pavoise
resta un gaio fumetto:
la supa di mia madre è un poema
nel quale può entrare un re
soltanto per ricordarlo umiliato.


Ora che l'uovo tremola
quasi rappreso dal caldo
e il pane è ben intriso,
prepariamoci a tutte papille.
Ci sia proficua spada
il cucchiaio: amìs, bon aptìt.